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Allonsanfàn
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Nuova Scena su Netflix. Il rapper è il brand di se stesso

Qualcosa che rende molto concreto il rap italiano è la continua citazione nei testi di brand e marchi alla moda, che sanciscono l’appartenenza del rapper a una vita spesa nel lusso o piuttosto la sua uscita da un’esistenza di sfigata miseria – l’elenco di “cose” a mo’ di mantra o abracadabra: ecco qual è il segno più certo dell’affrancamento dalle orribili periferie o dai quartieri ghetto o dal nefasto significato che la gloriosa parola street (“ora farò un pezzo molto street”) può prendere in realtà o metafora.

È ovvio che brand e marchi hype nel mentre che sono citati vengono (o dovrebbero essere) sfottuti in quanto espressioni dell’inessenziale divenuto essenziale in una società marcia e corrotta e quindi messi alla berlina da uno dei bravi bro o da una sveglia sis. Epperò se ne rappa sempre troppo e ambiguamente, proprio perché si rappa la merce per l’abitudine di rispettare un arcaico codice di schiavitù e liberazione.

Per esempio: in Radio Sakura, nuovo album di Rose Villain, Come il tuono che ha un feat. di Guè diviene un’accozzaglia in rima di erotizzanti (ma sì, alla fine è così) oggetti di status, compresi beni immateriali come la musica di Ludovico Einaudi -“e io sento Einaudi quando ti muovi sopra me” rappa Villain – o eccellenze materialissime come il culo di Ornella Muti.

L’effetto qui è comico non solo per l’ironia evidente di Guè – già ai primordi col suo Club rappava di Lambo in Briatori ed è un ragazzo di ottima famiglia sceso in strada per caso e vocazione – ma anche perché neppure Rose Villain, aka Rosa Luini, appartiene a una desolata periferia: ha ottimi studi di musica in college Usa alle spalle ed è figlia di un imprenditore che ha inventato pure lui il suo bel brand, cioè Tucano.

Rifletto pigramente su tutto ciò mentre finisco di vedere su Netflix Nuova Scena – Rhythm + Flow Italia, una sorta di talent show per rapper emergenti travestito abilmente da serial narrativo: sono 8 episodi con le preselezioni dei concorrenti girate come fossero trailer di Suburra in luoghi topici, ovvero le Vele per Napoli, la scala dei 126 gradini per Roma, un qualsiasi grattacielo da archistar per Milano. Tre i giudici per le tre metropoli dove si cerca il nuovo idolo per le masse tra ragazzi dal flow efficace che si sfidano all’ultima rima per 100 K. Ed ecco dunque Geolier, felpato e papale che pare sempre attendere il bacio della pantofola, il quale seleziona al Sud; uno scafato e quasi genitoriale Fabri Fibra talent scout nella Capitale; l’iper modaiola Rose Villain in limousine nella piazza meneghina.

Mai come in questi 8 episodi il rap italiano appare un affare squisitamente semiotico tant’è fondato sui cliché. Ovvero un universo comunicativo soggetto a regole linguistiche strette come le sbarre di una prigione e rese ancor più povere da un idealmente misero scopo finale (i soldi avanti tutto).

Lasciando perdere per un attimo il gergo del flow e le capacità dei fratm nel produrlo: a poco a poco, si scopre che il rapper perfetto è (parola dei giudici) quello che spacca, quello che è il meglio (ma di che cosa?), che ti emoziona e ti fa abbassare lo sguardo per primo, e che per raggiungere l’effetto deve essere (ecco la parola magica) “autentico”.

Ma ora: non si sa mai abbastanza bene che cosa autenticamente voglia dire “autentico”. Forse portatore di una propria storia, forse non mistificato dai valori di una società volgare o della malavita che la supplisce, forse sta per capace di raccontare lo squallore del ghetto da cui proviene e di non dimenticare una volta uscitone gli antichi e più sfortunati sodali – tra parentesi, è interessante notare che nessuno di questi rapper di Nuova Scena, neanche i più capaci e sensibili, faccia mai un discorso che somigli lontanamente a un discorso politico (che fosse vietato dal regolamento in questa gara di palesi e agguerriti underdog?)… Forse più semplicemente per “autentico” s’intende puro come gli eroi nelle fiabe e privo dei tipici peccati dei borghesi, quasi sempre riassunti nella famigerata e polivalente ipocrisia; e forse, a uno che rappa autenticamente, si richiede pure un minimo di originalità, non certo la fuga impossibile dai cliché, ma la capacità di cavalcarli variandoli un po’ come un petrarchista farebbe col modello del Petrarca.

Alla fine di Nuova Scena concludo che “autentico” significa molto semplicemente coerente con se stesso, simile a se stesso, persino e al limite, come si parlasse di un abito, disegnato su se stesso. Perché poi diviene evidente che il nuovo rapper, il più bravo di tutti, un po’ musicista e un po’ attore, finisce con il trovarsi a suo agio seduto su una pila del più luccicante ciarpame pop, cioè in mezzo a un elenco di vecchie cose cool e di varie stronzate consumistiche. È lui stesso una sorta di brand artistico e umano, in attesa di un impossibile riscatto, è lui stesso uno tra i tanti brand snocciolati a litania da due padrini del genere come Rose e Guè.

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