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Allonsanfàn
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Andrew O’Hagan. Effimeri (e felici) come quei ragazzi al concerto rock

Nostalgia. Per quel week end da ragazzi – ma non tarocchi e derivativi come eravamo noi in Italia – qui si tratta di scozzesi veri, doc, diretti a Manchester per un concerto post punk – siamo nel decennale del punk – con in testa la lista dei negozi di vinile da mettere sottosopra cominciando da Piccadilly Records.

Nostalgia, forse, per come ci si vuol bene da ragazzi: il romanzo Effimeri (Mayflies, Faber & Faber 2020, Bompiani 2022) di Andrew O’Hagan, classe 1968, nel 2003 inserito tra i migliori scrittori giovani da Granta, porta in esergo versi di William Butler Yeats che dicono: “…la mia gloria è avere avuto amici così”.

Bisogna trovare posto a Effimeri – almeno per la prima delle due parti in cui è tagliato – sullo scaffale Brit vicino a The Rotters’ Club di Jonathan Coe (prog e Scuola di Canterbury), a High Fidelity di Nick Hornsby (rock snob ma poi non troppo) e ai romanzi scozzesi Morvern Callar di Alan Warner (elettronica da rave) e Trainspotting di Irvine Welsh (punk più acida psychedelia), ma quest’ultimo sta un po’ discosto perché forse troppa eroina impedisce di voler bene.

Un pizzico di nostalgia per i “romanzi di gioventù” lo dimostra lo stesso O’Hagan, citando ironicamente e no la incartapecorita Brisehead di Evelyn Waugh o devotamente A Taste of Honey e il più letterario free cinema, come Saturday Night and Sunday Morning: i personaggi del romanzo si rimbalzano le battute di Albert Finney scritte da Alan Sillitoe.

Effimeri di O’Hagan muove dunque forti suggestioni e ci porta, con Noodles e Tully, Limbo, Tibbs, Hogg e Clogs – gli amici che poi alla fine del glorioso week end si svegliano al lunedì e tutto non sarà più così – negli anni Ottanta del thatcherismo, quando per il brat pack che cala a Manchester le stelle della galassia rock sono i Fall di Mark E. Smith, i New Order con lo spettro di Ian Curtis che li benedice da lassù, e The Smiths di Morrissey/Marr – questi fanno addirittura una comparsata nel romanzo: i ragazzi scozzesi li vedono uscire dal Britannia Hotel e salire su una Rolls, e poi raccolgono una cicca gettata per terra da Marr e a buoni conti le danno una succhiata. Ma nelle pagine di O’Hagan risuonano anche industrial e goth, mentre gli americani tipo Patty Smith vengono snobbati insieme all’appassito glam di Bowie, e intanto si balla e si cercano ragazze nel più cool dei club, cioè l’Haçienda.

Ci siamo fatti distrarre dalla musica. Stop, all change! Come in una suite dei Genesis, suona il fischietto dell’arbitro, che poi è il tempo che è passato. Finisce a Manchester la prima parte del romanzo. La seconda, della medesima lunghezza, riparte dalla Glasgow protestante di trent’anni dopo, siamo nel 2017, ed è questa volta una sinfonia piuttosto patetica per ex ragazzi di cinquant’anni.

Si capisce immediatamente, posto che ci avessimo creduto, quale felicità e quali illusioni sono state sepolte nel mondo dei ricordi, quando Noodles – e intuiremo qui il perché del preveggente soprannome rubato al capolavoro di Sergio Leone – riabbraccia il carismatico Tully, ora malato. Si prosegue con altri toni il percorso di O’Hagan sul tema della “mascolinità moderna”, come la chiama efficacemente un altro scozzese, il Douglas Stuart bestseller di Shuggie Bain. O, per meglio dire, sul tema non scandagliato di frequente, della fragilità maschile. Che questa fragilità spieghi in parte anche la nostra precedente nostalgia?

Andrew O’Hagan

Già tradotto da Frassinelli, Fazi e Adelphi (il saggio La vita segreta. Tre storie vere dell’era digitale), già finalista di Booker Prize, O’Hagan non ha assolutamente scritto un memoir, anche se ha vinto il premio Christopher Isherwood per la prosa biografica del Los Angeles Times: è evidente la forma letteraria, a tratti persino overproduced, della sua storia, tradotta in italiano da uno scrittore conoscitore di rock, Marco Drago.

Vero è che da sempre, in forme differenti, O’Hagan scrive della sua vita e dei suoi luoghi, la Scozia rurale e cittadina, oltre che di attualità senza specifiche. Può essere interessante, poiché mette in luce il suo flair nell’indagare il passato, sapere che esordì con un saggio da scrittore e giornalista detective, The Missing (1995), sui genitori di bambini scomparsi in Scozia durante vari decenni, e che nel romanzo di debutto, Ai nostri padri (Frassinelli, 1999), inscenò un incontro tra diverse generazioni ambientato nell’Ayrshire.

Su tutto, la consapevolezza di qualcosa che è più facile rivenire alla fine del giorno così come al termine di un romanzo come Effimeri. La condizione umana è “an unstable condition that ends badly for all”, cui magari si va incontro in un altro week end, magari a Zurigo, con indosso una T-shirt dei Joy Division (segno di ineffabile coerenza), dopo aver pranzato come si conviene a un adulto sotto a un Bonnard della Kronenhalle. Ma noi qui, il romanzo non lo leggiamo già più, con la nostra nostalgia siamo tornati dritti dritti al concerto di Manchester.

IL LIBRO Andrew O’Hagan, traduzione di Marco Drago, Effimeri (Bompiani)

In apertura, con puro arbitrio e piacere, ho messo una foto dei Clash nel 1982 (credit: JimtheChin)

Credit: PalFest 2008: Andrew O’Hagan by PalFest is marked with CC BY 2.0.

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