Il racconto di Giovanni Mariotti Carpae Dies – Il giorno della carpa si apre in un luogo e in un tempo, l’antico Giappone, dove le individualità dei monaci di un monastero sono così irrilevanti da venire confuse tra loro.
Non solo: i monaci, specie se di basso grado e privi di ambizioni, possono quasi dimenticare di essere vivi. Capita per paradosso che se ne accorgano alla fine della veglia funebre per uno di loro, improvvisamente venuto a mancare – ma mancherà davvero a qualcuno, tanto la sua vita era misera di fatti esteriori?
Questa quieta vaghezza – o trasognata indeterminazione – è il primo segnale forte (ossimoro) che ci comunica l’elegante volume stampato dall’editore veneziano Palingenia.
Comunque. Il supposto morto della storia è il modesto Kōji, monaco che ama disegnare i pesci, e per capirci: lui è quello che una notte ha sognato una carpa e poi si è domandato se non sia stata una carpa a sognare lui… E adesso c’è un pescatore che in faticoso cammino, dopo essersi messo una carpa – enorme e sdrucciolevole – sulle spalle, va a vendere l’esemplare e a cercare lumi al convento.

Ha scritto Mariotti che questo libro non esisterebbe senza Ueda Akinari, il maestro della short story (Ōsaka, 1734 – Kyōto 1809); che si è ispirato, prendendolo come punto di partenza, a un testo di quattro pagine, tratto dai Racconti di pioggia e luna.
Poi, però, lo scrittore di Pietrasanta ha fatto molto da sé, ostentando più che garbatamente (con il consueto understatement) la sua ignoranza riguardo il Giappone passato e presente – non vi è mai stato – e giostrando con prodigiosa fantasia. Anzi, meglio: con la capacità di far scaturire eventi letterari da una prodigiosa lettura della realtà.
Ecco infatti. Non c’è momento, non c’è frase, non c’è azione (o non azione), attribuita ai suoi personaggi, che sembri chiara, degna di essere messa al sicuro di un senso univoco (o addirittura di essere considerata accaduta); l’ironia e lo sguardo (bonariamente?) indagatorio di Mariotti mettono in dubbio, proprio mentre le narra, anche le più infime evenienze mondane; di modo che il racconto si svolge, servito per di più da un linguaggio limpido, in una dimensione intermedia tra realtà e immaginazione, tra il vero e la letteratura, forse in un territorio neutro e incantato, capace di mostrare anche un volto terribile.
Ne Il giorno della carpa, nel vecchio Giappone, esiste un potere spietato e la corruzione endemica, la lotta per le gabelle e tutta la follia di una società umana, che può scatenarsi in crudeli azioni di routine o in truculenze eccezionali.
Esistono persino personaggi capaci di sdoppiarsi, come il vicegovernatore Taira. Costui diviene l’oggetto e, mutato abito, il soggetto di una rivolta di contadini, e muore due volte, una come tiranno e una come eroe popolare.
Niente pare sicuro o salutare, salvo la fuga, scelta da Kōji che, fuori dal monastero, diviene eremita. Il lettore dovrà decidere se prestare fede, nella seconda parte del libro, allo straordinario racconto non di un kingfisher ma del quasi fish Kōji, che si vede interrogato da un alto funzionario ittico mentre perora la propria reincarnazione in un esemplare d’acqua dolce…
La spiritualità di Mariotti gli ha permesso in una pagina per me indimenticabile di Piccoli addii (Adelphi) di trovarsi in un’antica primavera parigina, fuori da Notre-Dame, “grande hangar invaso dall’ombra”, con la “coscienza di essere vulnerabile” e “in preda a un sentimento di precarietà e a leggeri capogiri”. È il mood – scusate la sintetica parolaccia inglese – che ritrovo qui in un altro tempo e in un altro luogo. Insieme ritrovo intatta la visione del mondo dello scrittore ora sulle tracce di Kōji – la visione ribadita in queste pagine divertenti (lo sono molto) e meravigliose (nel senso letterale del termine), che gli ha suggerito di voler diventare nella vita nulla o poca cosa.
Se c’è una verità, che avvertiamo in Carpae Dies, dopo averla ascoltata in Piccoli addii, in Gabbie (Marsilio) o attraverso la gazzarra di zombi de I manoscritti dei morti viventi (La Nave di Teseo), è questa. Mariotti è fedele a se stesso: come leggo da qualche parte, “attraverso il destino extrasociale, il suo Kōgi ripropone l’abbandonata Via dei solitari, dei rinuncianti” e al contempo ci dona una smagata e poetica (non è una parolaccia) riflessione sulla vecchiaia. Grazie allora di questa nuova rinuncia recapitataci magistralmente per iscritto – e ci spiace aver alluso a un termine così ridicolo e pomposo come “maestro” – grazie, grande e saggio Giovanni Mariotti.



