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Allonsanfàn
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Julia Ducournau. Alpha, la lettera scarlatta, la donna e il contagio

Julia Ducournau, basta il nome per evocare un cinema nella bufera, bombastico e survoltato – e che sarà mai un po’ di corrente elettrica in più nell’inferno digitale? –, un cinema facile al palato del cinefilo come a quello del fanciullo che si trastulla con l’horror e affini.

E che cosa c’è di meglio dunque, dopo Titane e le sue macchine terribili, di questo Alpha, che mescola sostanze tossiche e sentimenti familiari, sororità strazianti e impossibili elaborazioni del lutto, adolescenze attonite e cerimonie apotropaiche quasi primitive, o piuttosto “altre”? Il tutto è poi declinato al femminile, non essendoci un maschio sensato a affrontare la crisi di un universo afflitto da una pestilenza a fronte della quale AIDS e Covid paiono scherzetti di Halloween. Qui si finisce, se contagiati via sangue sperma o saliva, come delle statue di marmo orrendamente ulcerate.

Alpha
Mélissa Boros

Grande trovata visiva, questa della peste secondo Julia Ducournau, ma facciamo un piccolo passo indietro prima di cadere nel suo cinema-voragine, intanto che le immagini si virano di rosso sangue e il papa nero Nick Cave recita con voce roboante Mercy Me, la musica di un funerale privato e pure globale.

Dunque. Alpha (Mélissa Boros) è una bambina che, nelle prime inquadrature, traccia segni a pennarello sul braccio di un tossicodipendente… Oppure no, Alpha ha già 13 anni ed è un’adolescente abbastanza ribelle. Infatti, una notte, dopo una festa sfrenata, rincasa con un tatuaggio, una A maiuscola incisa sul braccio sinistro, tale da sembrare (allo spettatore colto) una sanguinante lettera scarlatta. Un simbolo e insieme un monito. Tranquilli: non ci aspetta una commedia pro o contro i tattoo fatti in tenera età, una lite tra benestanti alla Yasmina Reza.

Infatti. La madre di A (Golshifteh Farahani, già da noi ammirata in Leggere Lolita a Teheran), che ha cresciuto la ragazzina da sola, è da subito sul chi vive e non certo per bon ton: da qualche anno si è diffuso un virus tanto misterioso quanto spettacolarmente letale.

Alpha
Mélissa Boros e Golshifteh Farahani

La donna è medico in ospedale e in prima linea, senza risparmio, nel prestare cure ai malati. Mentre cresce la paranoia privata e pubblica del contagio, rende la situazione ancora più difficile la comparsa di un maschio da prendere con le molle, lo zio Amin (è Tahar Rahim, oggi sgradevole e assai dimagrito, l’attore che abbiamo amato ne Il profeta). Fratello tossicodipendente della madre, Amin si piazza a casa delle due donne portando l’ulteriore scompiglio di una improbabile disintossicazione… Ecco qui le coordinate base di Alpha.

Temi: il corpo e il lutto, dove il corpo è forse il maledetto sudario di un’anima (se esiste). L’infermità e la contaminazione, che limita o annichilisce addirittura il nostro aprirci l’uno all’altro. Il coraggio e il sacrificio: altra merce quest’ultima molto femminile, dato che per Ducournau coinvolge l’essere donna, e cioè generatrice e consolatrice, responsabile privilegiata del grande gioco della vita e della morte. E tra l’altro: chi meglio di una donna  (o di una ragazzina) può decidere riguardo a uno spinoso caso di eutanasia?

Alpha
Tahar Rahim

Dopo Titane, con Alpha Julia Ducournau prosegue la sua esplorazione, ritornando agli anni Ottanta o a un tempo sospeso da qualche parte, ma soggetto alle violente raffiche della sua arte incantatrice, che mescola presente e passato, fino a cercare di farli coincidere, intontendo lo spettatore con venti di tempesta, in un the end da tregenda, dove forse tutti i conti tornano tra madre, figlia e zio. Nel finale, ed è forse proprio la fine, non resta che il fantasma di un nostro sommesso applauso al cinema esagerato di Julia Ducournau. Mentre il ragazzino vicino a noi finisce in pace i suoi pop corn.

Credit: ©Mandarin & Ccompagnie Kallouche Cinema Frakas Prod. France 3 Cinema

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