West Country, Inghilterra, attorno al dicembre del 1962. Nella campagna di un freddissimo inverno – il più freddo in quanti anni? – seguiamo la vita spicciola di una piccola comunità, e in specie la vita di due coppie: è gente “normale”, se questo aggettivo avesse un senso, e un senso poi ce l’ha nel caso lo intendessimo come “gente a cui non dovrebbe accadere niente di particolarmente romanzesco”.
Conosciamo subito Eric, un metodico e onesto medico condotto, non proprio sicuro di essere un brav’uomo, e Irene, la moglie incinta, introversa e infelice senza un perché salvo il rimpianto di aver abbandonato Londra. E accanto compaiono i vicini di casa: Bill, inquieto allevatore, scappato dalla città per liberarsi di un oppressivo padre, e la ragazza Rita che ha sposato, in fretta e furia – ora anche lei è in attesa e disinvoltamente in fuga da un passato da entraîneuse e da moleste voci che le si scatenano in testa…

È vero: mano a mano che descrive il suo piccolo mondo, senza mai forzare la mano né giudicare ma mantenendo un occhio vigile e prudente sugli umori dei personaggi, sugli ambienti e gli avvenimenti, Andrew Miller (Bristol, 1960) arriva poco a poco a delineare il pericolo di cui abbiamo presentimento fin dalle prime pagine, ma sperando che sia un pericolo “normale” anch’esso… al massimo, una tragedia di quelle che accadono nella “modernità”.
Avvertiamo tutto il disagio possibile (disagio sociale in primis) in un capitolo formidabile per eleganza e precisione, quasi un balletto di parole e gesti, di ammicchi e incomprensioni, che spacca in due il romanzo. Miller ci regala una spettacolare, quasi cinematografica, festa natalizia a casa del dottore, in cui tutti gli ospiti, al termine, sembrano un po’ più nudi rispetto agli abiti con i quali si sono presentati alla porta. La neve della Big Freeze che, dopo la festa, scenderà copiosa e bloccherà il paese è reale quanto il più impeccabile dei correlativi oggettivi. Bel titolo davvero: The Land in Winter, La terra d’inverno (NN Editore, traduzione di Ada Arduini, cui si devono due dense paginette a fine romanzo, dove parla dei Sixties inglesi e cita tra l’altro Cormac McCarthy e Gli emigrati di W.G. Sebald, un libro amato da Miller).
In fondo, abbiamo sempre saputo, nonostante la flemma e la cautela dello scrittore inglese, che la sposina Irene è una sorta di Bovary in minore pur se Miller ha spostato il peso dell’infedeltà sul marito e non l’ha giudicata causticamente, frase dopo frase, come faceva Flaubert con la sua eroina. Miller è empatico nei confronti di tutti i suoi personaggi.
Abbiamo sempre saputo che lo sbaglio di una diagnosi di Eric potrebbe comportare più danni che l’ambiziosa operazione ortopedica fallita dal dottor Charles Bovary. È questo errore, oppure qualcosa di più manifestamente sentimentale, la crepa nel paesaggio immobile e ghiacciato, attraverso cui scorgiamo un barlume d’inferno?
Che c’è l’inferno, Andrew Miller lo ha suggerito e ripetuto pazientemente fin dall’inizio ponendo proprio a un passo dal suo villaggio un primitivo manicomio, popolato di gente “anormale”, che non procede come quella del resto della comunità, dimentica della guerra, verso benessere e progresso… Lì si è verificato addirittura il suicidio di un ragazzo depresso. Sappiamo pure che la seconda coppia, di classe inferiore – il padre di Bill è un emigrato ungherese -, ma certamente più viva e in un certo qual modo selvatica, potrebbe soccombere alla foga di rifarsi, di ripartire, di cercare una felicità che sembra promessa agli altri e a essa negata.

Ecco. Stiamo leggendo, incantati, una piccola grande storia, che ci fa pensare a tutti i “romanzi borghesi” che abbiamo consumato negli anni, senza escludere alcuni freddi palcoscenici russi di Čechov, e ci riporta a tratti alla sensibilità e al garbo un po’ fuori moda di un William Trevor (chi se lo ricorda?, e pensare che doveva vincere il Nobel…). Andrew Miller ci apre davanti un microcosmo sommerso dal tempo, non solo dalla neve, e ce lo svela, attraverso un vetro appena appannato dal gelo; i suoi personaggi ci appaiono infine come Rita, quando Eric la spia dalla finestra “seduta nel proprio labirinto, inconsapevole, spoglia come un ramo”. Miller vanta qualità di scrittore/osservatore acuto e accorto, capace di adoperare tinte delicate ma anche di appendere a un muro, alla stregua di memento, il ritratto (è davvero incomprensibile a Irene?) dei coniugi Arnolfini.



