UN BLOG
IN FORMA DI MAGAZINE
E VICEVERSA

Allonsanfàn
{{post_author}}

Tapum. Quando la fantasia rende giustizia alla verità della guerra

Diciamocelo, con Leo Ortolani abbiamo fatto le più grasse risate nella storia del fumetto italiano. Però, ogni tanto, anche qualche piantino di commozione. Era solo questione di tempo perché le proporzioni si invertissero. Nessuno che conosca l’opera dell’autore di Rat-Man può dirsi davvero sorpreso. Gli occhi diventano lucidi in certi momenti in cui il supereroe con le orecchie di topo diventa consapevole della sua inconsistenza, si tirano fuori i kleenex nel finale di quel capolavoro di parodia che è 299+1. E poi Cinzia, dove Ortolani ha dimostrato la capacità di padroneggiare una narrazione completa, e ha trasformato i suoi perfetti tempi comici, in tempi cinematografici, strappandoci una riflessione profonda sul concetto di identità.

Negli ultimi anni l’amaro si è accentuato, nelle chine e forse anche nella vita del fumettista. Chiusa la saga di Rat-Man, dopo oltre 20 anni, era solo questione di tempo perché uscisse dai suoi personaggi e si concentrasse su una storia lunga totalmente realistica. In Tapum non ci sono maschere da topo, o bionde transessuali, il suo protagonista è il tenente Vincenzo Mariani modellato sul volto del suo stesso autore. È un mondo di umani, a parte i volti segnati da quella linea, dal naso allo zigomo, che contraddistingue da sempre il tratto di Ortolani.  Al massimo è la scelta del soggetto a stupire: perché proprio la Prima Guerra Mondiale? La domanda compare inevitabilmente a ogni presentazione del libro (un volume bel Feltrinelli di 238 pagine). E ogni volta Ortolani spiega paziente che tutto è nato da Andrea Pennacchi: un suo spettacolo e il libro La Guerra dei Bepi hanno fatto l’alchimia. Ma diciamocelo: il 15-18 è tornata di moda. L’Accoppomachia – così Stefano Benni chiamava il progresso nell’arte di ammazzarsi – ha fatto il giro, e ora le guerre moderne si impantanano per anni nei pochi metri della terra di nessuno. Come i fronti del Carso o dell’Isonzo, ma con i droni al posto delle mitragliatrici.

Tapum

Attuale o meno che sia Tapum non deve essere stato un fumetto facile da disegnare. Di mezzo c’è il rispetto della storia, anzi delle storie: ci si muove sul terreno di Gadda, Lussu, Ungaretti, Rilke, visivamente ci si confronta con La grande Guerra, Orizzonti di Gloria, 1917. Abbiamo tutti nella testa l’immagine del tritacarne umano, senza fine né scopo, di quel conflitto. Se grandi scrittori e grandi registi hanno dato tutto per trasmetterci lo schifo e la paura delle trincee fangose, come ci può riuscire un autore che da 30 anni disegna scimmie antropomorfe?

Ci riesce, accidenti se si riesce. Certo Ortolani si è documentato, ha visitato ogni sasso dell’Ortigara per ambientarci i disperati assalti alla sua cima, studiato i bollettini e le lettere dal fronte, persino imparato – lui tosco-emiliano – il dialetto veneto degli alpini.  Soprattutto ha costruito una storia lineare e ci ha fatto vestire di grigio verde per viverla in prima persona. Ma è rimasto anche Ortolani, realismo certo, ma il realismo di uomini portati nell’irrealtà. “Vedo la morte, ogni giorno” racconta Mariani al suo ufficiale medico, il quale, ovviamente, non se ne stupisce: tutti in prima linea vedono ogni forma di morte. Mariani però la vede fisicamente: gli parla scheletrica anche lei in divisa, non troppo diversa dai soldati che accompagna. Fantasmi che hanno dimenticato il loro nome perché tanto fin dall’inizio sono stati numeri. Una fiumara di cifre che Ortolani ripete, ogni volta anche in parola perché proviamo a non assuefarci alle loro dimensioni. Provate anche voi: battaglia dell’Ortigara 25.752 tra morti feriti e dispersi. Venticinquemilasettecentocinquantadue.  Fa impressione

TapumC’è un’altra figura persino più inquietante che Mariani riesce a vedere: è la Patria, la dama fasciata di bianco e turrita che passa tra i campi dei morenti reclamando fisicamente un ultimo bacio. Un’amante crudele che vuole che ogni vita finisca nel suo nome. Ma è un’illusione che può vivere solo nel nazionalismo dei manifesti di propaganda: ogni soldato in trincea sa che si muore tutti chiamando la mamma.

Il paradosso è che questi momenti metafisici finiscono per essere proprio quelli più veri e concreti del racconto.  Di fronte a campi di persone sacrificate per un ideale astratto, o per l’ego di qualche generale, la ragione ha l’obbligo morale di cedere il passo, non per preservare la nostra sanità mentale, ma perché essa stessa su quei campi ha abdicato il suo compito. L’unica arma per preservare la realtà è la fantasia: spogliata da ogni retorica delle retrovie la morte diviene una compagna pietosa e putrescente al nostro fianco, la Patria un vampiro assetato di sangue.  In messaggio è semplice se davvero pensate che la guerra è bella, giusta, o necessaria, venite una trincea a tenere tra le mani le budella di qualcuno.

E poi ogni tanto nel massacro, arriva la battuta, magari un po’ cinica, magari apparentemente fuori contesto, ma è l’inaspettato che ti aspetti da Ortolani: se nel comico, la tristezza è scoprire che l’allegria in fin dei conti è una maschera, qui la risata è il ritrovare un’umanità tra le doline dell’Ortigara.

Tapum

Adesso è tardi Mariani! Non si torna indietro! No podemo più dir de no! No, a farse copar, no a ‘ndar a l’asalto! No, a la guera! Abbiamo lasciato che altri decidessero per noi! Io par primo! Par conveniensa! Par tranquillità! E allora ti te vai a l’asalto perché te lo meriti! Te lo meriti de morir qui tra le pietre come un mona! Non si torna indietro Mariani. E no perché el carabiniere te spara, se te già scordà il coraggio in trincea e te torna indietro a ciaparlo! Non se torna indietro perché se te entri in un fiume de mona come ti, la corente te porta via con loro e ti, te può ancha nuotar contra la corrente, ma ti si da solo contro un fiume, ziocan, e un fiume no se stanca de andar in quella direzione, ti, si! 

Discorso del capitano Dolon – Tapum di Leo Ortolani, Feltrinelli Comics

I social: