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Allonsanfàn
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Rebecca Boyle. La nostra Luna che ci ha fatti come siamo

Quando una giornalista dalla mente acuta e la penna gioiosa prende il volo e atterra sulla Luna (metaforicamente parlando), il minimo che può succedere è che torni sul nostro pianeta con una biografia lunare che si legge d’un fiato, per ognuna delle sue quasi 400 pagine. Dimensione che potrebbe scoraggiarne la lettura ma sarebbe un peccato e un’occasione perduta perché Rebecca Boyle, l’autrice americana di questo memoir spaziale, che ha ricevuto numerosi premi per la sua scrittura, con questo saggio si è meritata il Los Angeles Times Book Price (oltre a essere finalista al National Book Awards del 2024).

Del resto, la protagonista assoluta di La nostra Luna (uscito per Aboca) è, come recita il sottotitolo, «la compagna celeste della Terra, che ha trasformato il pianeta, guidato l’evoluzione e fatto di noi ciò che siamo». Non una vita qualsiasi, non un mestiere come gli altri.

Luna Boyle

Tutto ciò che quella sfera dal fascino eterno ha compiuto quaggiù è un elenco decisamente troppo lungo per esaurirsi in poche righe. Immergersi nel saggio darà tutte le risposte, e con una maestria stilistica ben superiore alla nostra. Basti dire, per fare qualche accenno, che il globo lucente formatosi in epoche primordiali dopo che un pianeta grande come Marte e chiamato Theia si scontrò con la Terra in un impatto apocalittico, è stato il primo calendario delle civiltà umane, con le sue fasi lunari ha insegnato ai nostri antenati a scandire il tempo, illuminava notti tenebrose, sollecitava preghiere, dispensava protezione come ogni imperiosa ed enigmatica divinità del passato.

Bei tempi, potrebbe pensare oggi la Luna, spogliata dei suoi misteri e poteri soprannaturali, diventata sede di atterraggi e parcheggi di velivoli terrestri, punzecchiata da bandierine russe e americane, solcata da oggetti e rifiuti abbandonati  da moschini bipedi che a più riprese si sono posati sulla sua schiena bianca, trasformata in un oggetto di design, replicata in lampade e lampadari di ogni dimensione per illuderci di possedere una piccola luna casalinga. E quasi accecata (almeno come immagine) quando Georges Méliès, nel suo celebre film del 1902, le sparò, con allegra noncuranza, una navicella in un occhio.

La Luna di Méliès

Del resto, dopo averci passeggiato qua e là, abbiamo scoperto che, come la descrive Boyle, «la Luna è sterile e lo è sempre stata, è silenziosa, non ospita cori di grilli né richiami di coyote, né il soffio del vento notturno tra i pini. Non ci sono onde che lambiscono le coste, non è bagnata da piogge, non c’è neve». È  una landa desolata, arida, piena di crateri, rovente di giorno e gelida di notte. E priva di colori, più che altro una serie di grigi con sfumature marroni, gialle, beige. Bella osservata da lontano, deludente vista da vicino. O meglio, di una bellezza oscura e arcana, difficilmente afferrabile.

Lei, incurante dei nostri mutevoli stati d’animo nei suoi confronti, prima devoti e timorosi, poi curiosi di stanarla come una preda cosmica, infine ingolositi dalla possibilità di sfruttarne le materie prime, nella sua danza spaziale intorno alla Terra continuerà a dirigere la sinfonia della vita: orchestrerà, come fa dall’alba dei tempi, la marea delle acque, le migrazioni degli animali, la loro caccia notturna, il sonno, la salute mentale, il flusso del sangue che scorre nelle vene.

In fondo, a noi che continuiamo ad ammirarla da quaggiù, felicemente dimentichi di tutte le  missioni Apollo e sbirciando le sue falci finché non si fa tonda e gialla come una moneta degli antichi pirati, sembrerà pur sempre magnifica, non diversamente dai primi ominidi che alzavano gli occhi verso quel mistero abbagliante appeso nel nulla.

Del resto, vedere la Terra dal polveroso suolo lunare, per quella manciata di umani scagliati in orbita, fece tutta la differenza. Il nostro piccolo scoglio terrestre apparve, di colpo, per quello che è: un tesoro inestimabile, fragile e unico. Come disse Edgar Mitchell, sesto astronauta a camminare sulla Luna, «si sviluppa una coscienza globale istantanea, un’intensa soddisfazione per lo stato del mondo e la volontà di fare qualcosa per intervenire. Da lassù, la politica internazionale appare così meschina. Viene l’istinto di prendere un politico per il collo, portarlo a un milione di chilometri di distanza e dirgli: “Guarda qui, figlio di puttana”».

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