Il cinema di Jim Jarmusch può accomodarsi in un’apparente dimensione mediana tra il crudo e il cotto, come si diceva qualche tempo fa. È un cinema che si finge crudo – basato sulla spontaneità del momento e sui micro eventi che appartengono alla quotidianità e fanno la vita di tutti – e rivela invece una cottissima costruzione/esecuzione di ogni evenienza, in una partitura che è piena di echi e variazioni sui piccoli e grandi temi scelti dall’ormai senescente cineasta – la vecchiaia di Jim Jarmusch appare però più che un dato fisico un ulteriore passo di affinamento della sua arte verso una sorta di grazia.
È simile a un gioco narrativo questo nuovo e studiatissimo Father Mother Sister Brother, meritato Leone d’Oro a Venezia 2025. In ciascuna delle tre diverse storie famigliari in cui è diviso entrano (devono entrare?) alcuni elementi fissi: un giro di chiacchiere in auto, un brindisi (anche con l’acqua, va bene) o comunque una bevanda da condividere, una stupida frase fatta su un tal uncle Bob, un Rolex vero o taroccato che sia, un gruppo di skaters in balletto, un fitto elenco di sostanze tossiche o medicinali, qualcuno che passa portando a spasso il cane… mentre tra i parenti che si ritrovano, cala di continuo l’imbarazzo e forse l’incomprensione, che li fa balbettare o li rende improvvisamente silenziosi, proprio quando devono mostrare se stessi senza infingimenti e manifestare l’uno all’altro, se non proprio la felicità, almeno la sopportazione/accettazione del rapporto che li porta a incontrarsi, per quanto questa reciproca accoglienza sia ristretta, quasi al minimo sindacale, e sembri terribilmente fragile e transeunte…

Il tema principale di Father Mother Sister Brother è il fatto incontrovertibile che noi scegliamo tutto nella vita meno le persone che ci sono legate per sangue. E proprio queste possono sempre sorprenderci, risultando così vicine e così estranee, al di là delle nostre e e delle loro buone intenzioni. Può accadere ovunque, in uno scalcinato cottage montano nel nord est degli USA, per le vie di Dublino e per quelle di Parigi, che sono poi le tre location del film di Jim Jarmusch.
Non sembra comprensibile e forse non raggiungibile dall’affetto filiale il padre ribaldo del primo episodio (ma come campa, poi?) e non pare capibile dalle figlie la scrittrice secretiva del secondo (ma che cosa nasconde dietro la sua compostezza?). Per non dire di che cosa accade, di che cosa “passa”, nella testa dei fratelli…
Legami di sangue, dicevo, ma mai spettacolarizzati, semmai ostentatamente “senza azione” nel film di Jim Jarmusch: la cinepresa inquadra riti poco significativi, forse ridotti al puro significante, almeno fino a che non compaiono in scena i due gemelli protagonisti del terzo episodio, i quali sono uniti, oltre che da un bond speciale, pure da una vulnerabile giovinezza e dalla nostalgia di una casa deserta. È la casa vuota dei genitori i cui oggetti di un’esistenza sono finiti tutti chiusi in un box, ma ai due giovani sembrano lo stesso tanti, tantissimi…
Guardando il film potete riflettere sui casi vostri, distrarvi, persino messaggiare, potete anche sbadigliare e dormire, o partecipare attivamente e ogni tanto tirare su col naso commuovendovi qua e là: la grazia di Jim Jarmusch lascia tutti molto liberi di vivere con lui il tempo e lo spazio di un’opera così apparentemente divagante e invece così essenziale. Jim Jarmusch si limita a filmare, non sembra giudicare mai. La canzone dei titoli di coda, These Days, appartenente al più smagato Jackson Browne, viene eseguita da Anika alla maniera di Nico dei Velvet Underground.

Dice giustamente il press book: “Father Mother Sister Brother è interpretato da un cast d’eccezione, che riunisce Tom Waits, Adam Driver e Mayim Bialik (Father), Charlotte Rampling, Cate Blanchett e Vicky Krieps (Mother), Sarah Greene, Indya Moore, Luka Sabbat, Françoise Lebrun (Sister Brother). La sinergia di J.J. con i direttori della fotografia Frederick Elmes e Yorick Le Saux, il montatore Afonso Gonçalves e gli altri collaboratori eleva ciò che è nato come parole su carta in una forma di cinema puro”. Vero.



