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Il teatro: passione “tossica” di Buzzati, luogo di verità per Camus

L’amore mancato, mai concluso, il “grande amore” cui non si sfugge per quanto faccia soffrire perché è così, è senza scampo, è nel destino: questo è stato, per Dino Buzzati, il teatro. Una fascinazione che non finisce mai di ammaliarlo, una vera e propria dipendenza (“È favola, fantasia, mito, è una cosa infernale ma affascinante: il teatro è una droga”, afferma dialogando con lo studioso Yves Panafieu — 20 ore di registrazione al magnetofono rese pubbliche solo nel 1973, un anno post mortem dello scrittore — : una droga che letteralmente lo seduce costringendolo a scrivere senza sosta per la scena. Cosa che farà per tutta la vita palpitando a ogni debutto, struggendosi per le critiche poco benevole che bersagliano i suoi testi teatrali, nel mentre i racconti e romanzi — a partire da Il deserto dei Tartari — lo consacrano grande scrittore.

Buzzati teatro

Vengo a sapere dell’ostinata passione “tossica” buzzatiana dal suo libro Teatro (Arnoldo Mondadori editore, Collana Oscar Scrittori del Novecento ed. 2006): un tomo di 589 pagine che ho trovato per caso al bookcrossing di Bobbio (un contenitore che a volte c’è e a volte non c’è tra i tavolini del Caffè Bistrot sotto i portici della via di Porta Nova).

Con una introduzione (appassionante) di Guido Davico Bonino e una dettagliata biografia che ci fa seguire anche i traslochi milanesi della famiglia Buzzati (il padre è professore universitario di Diritto internazionale a Pavia e alla Bocconi) dall’infanzia di Dino in piazza San Marco 12 e poi a piazza Castello 28, il ginnasio e liceo al Parini eccetera — insomma nella zona Brera-Pontaccio-Garibaldi della Milano non ancora capitale dello shopping de luxe — il libro raccoglie l’intera produzione teatrale dello scrittore.

Buzzati teatro
Una edizione del Teatro di Dino Buzzati

A cominciare dall’esordio nel 1942 con Piccola Passeggiata — atto unico presentato per la prima volta al Nuovo di Milano — per arrivare a La fine del borghese, commedia in due parti che debutta al Sant’Erasmo nel 1966: ventiquattro anni fecondi di scrittura scenica, commedie, drammi (le locandine di ogni spettacolo riportate nel libro con i nomi del regista e di tutta la compagnia tracciano una piccola storia del teatro italiano del Novecento).

Non poteva mancare, e lo trovo a pagina 57, Un caso clinico, tratto dal noto racconto Sette piani (storia di un industriale benportante che viene ricoverato per un lieve malore in una clinica dove poi di giorno in giorno per assurde logiche ospedaliere viene spostato col pretesto di esigenze terapeutiche verso i piani inferiori, sempre più in basso, fino al piano dei moribondi dove lo aspetta inesorabile “l’ora di tutti “…) andato in scena al Piccolo di Milano nel 1953 per la regia di Giorgio Strehler — con Tino Carraro, Adriana Asti, Romolo Valli.
“Non c’è stato alcun successo. Non poteva essercene alcuno. E non potrà mai essercene uno. Questo perché si tratta di un testo che tocca lo spettatore e lo sconvolge”, riflette Buzzati la sera della prima. È consapevole di aver messo in scena dei personaggi che non sono lì per dire belle parole ma per dare corpo alle angosce di cui lui stesso soffre — in primis l’ossessione della presenza costante della morte nella vita di ogni essere vivente — , in uno spettacolo che “brutalizza” lo spettatore pungendolo con dei pensieri cupi che quello non si aspettava da una serata di svago.

Lui però, Buzzati, può e vuole scriverlo solo così, il suo teatro: seguendo l’imprinting che gli è rimasto dall’aver visto in scena nel 1942 Piccola città di Thornton Wilder, dall’avere poi letto Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master arrivato in Italia nel 1943 nella traduzione di Fernanda Pivano, (e probabilmente anche dal trauma vissuto a quattordici anni per la morte del padre in seguito a un tumore al pancreas, lo stesso “brutto male” che alla fine colpirà fatalmente anche lui): e perciò profetizza che “non ci sarà mai alcun successo”. E invece.

Buzzati teatro
La traduzione di Camus

Capita invece che Albert Camus veda Un caso clinico. Ne resta folgorato. Vi riconosce gli interrogativi che lui stesso si è posto con Il mito di Sisifo, traduce il testo in francese col titolo Un cas intéressant, cura l’adattamento della pièce che viene presentata nel 1955 con la regia di George Vitaly al Théâtre La Bruyère di Parigi. Dove ha un successo tale che lo studioso Martin Esslin canonizza Dino Buzzati tra gli autori del Teatro dell’Assurdo insieme a Beckett, Ionesco, Genet.

In occasione della “prima” Camus invita Buzzati a Parigi, i due si conoscono di persona, si riconoscono in sintonia sul senso e il valore della scrittura teatrale: “È la cosa che massimamente desidererei… ed è la cosa dove non sono riuscito”, aveva confessato Buzzati a Panafieu, riconoscendo che nessun tipo di successo letterario poteva dargli altrettanta tanta soddisfazione: “è più facile scrivere un buon romanzo che una commedia teatrale…”.

Da parte sua Camus, premio Nobel per la Letteratura nel 1957, rivela che a un certo momento aveva pensato di smettere di scrivere e di dedicarsi solo al teatro (questo lo trovo nel libro Vedove di Camus di Elena Rui edito da L’Orma, entrato all’ultimo momento nella sestina dei finalisti allo Strega 2026 a testimoniare la presenza dell’editoria indipendente). Ma del resto già nel celebre monologo Pourquoi je fais du théâtre Camus dichiara di rifugiarsi nel teatro per sfuggire a ciò che lo annoia nel suo mestiere di scrittore, che è il lavorare da soli, “lo scrittore solitario si giudica da solo nella solitudine, il che non è sano, mentre il teatro restituisce il calore di una comunità”, e inoltre per lui il teatro — dove si finge — “è il luogo della verità,” mentre nella vita cosiddetta reale predomina l’ipocrisia.

Comunque tra Buzzati e Camus nasce un rapporto di grande stima. Quando il 4 gennaio 1960 Camus muore di colpo a 46 anni nello schianto della Facel Vega guidata dal suo editore Gallimard che va a sbattere contro un platano su una strada della Borgogna, sul Corriere d’Informazione di Milano esce un pezzo di Buzzati col titolo Era un uomo semplice (si può ancora trovarlo in rete): sono parole di un dolore sincero, sono molto di più di un doveroso coccodrillo giornalistico.

Infine c’è Dino Buzzati “librettista d’opera”: questo l’ho scoperto di persona solo qualche mese fa quando il Teatro Claudio Abbado di Ferrara ha messo in scena l’opera Ferrovia sopraelevata composta tra il 1954 e il 1955 da Luciano Chailly su testi di Dino Buzzati (la prima di una lunga collaborazione tra i due). È una “commedia in musica”, come la definiva Chailly, dove né musica né testo sono come ci si poteva aspettare: la composizione (addirittura con qualche impronta jazz ) prevede l’uso di strumenti raramente usati in un’opera teatrale, come la raganella o la fisarmonica. Altrettanto insolita la trama “surreale”: un treno sospeso nel vuoto sopra la città trasporta dei demoni che devono corrompere e portare ad inferos delle anime umane. Uno dei diavoli, Max, si innamora della fanciulla che dovrebbe corrompere, Laura, e cerca di salvarla rinunciando alle proprie caratteristiche di diavolo: si trasforma in un cane per poterle stare vicino sulla Terra. Tutto un po’ troppo “avanti”, al tempo, (siamo nel 1955) per piacere al pubblico. Tanto che alla prima al teatro Donizetti di Bergamo quando il cane, ovvero il diavolo “sdiavolato” Max appare in palcoscenico nell’ultima scena, qualcuno del pubblico urla “ecco che è uscito l’autore”…
Oggi, dopo una settantina d’anni, il teatro comunale di Belluno, città natale dello scrittore, si chiama Teatro Dino Buzzati: suona abbastanza bene, no?

Teatro Buzzati
Dino Buzzati, 1906-1972

In apertura, una scena molto buzzatiana: si recita Drammatica fine di un noto musicista, 1965 (foto di Mario Castellani)

  • Jonne Bertola ha pubblicato il romanzo Fuori Copione (LuoghInteriori)
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