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Perché Nadia Fusini fa “Rubare la scena” ai personaggi minori di Shakespeare

In Rubare la scena (Einaudi 2026) Nadia Fusini da appassionata studiosa di Shakespeare quale è, fa una cosa abbastanza shakespeariana: “presta orecchio” alle battute dei personaggi minori del teatro del bardo, quelli che attraversano la scena per i pochi istanti di un intermezzo comico, un commento fulmineo, un contrappunto di parole povere (altro che To be or not to be, Tu quoque, Brute eccetera) alle vicende dei protagonisti — i vari Amleto/Romeo/Lear/Macbeth&Mrs — che in un modo o nell’altro sono i loro “datori di lavoro”. Si tratta infatti di un popolo di balie e cameriere, giardinieri e portieri, musici ma (anche) delinquenti e filosofi. Uomini e donne che parlano come mangiano, per così dire, fregandosene bellamente dei codici dell’onore cavalleresco cui sono tenuti i loro nobili “capi”, regine imperatori eroici guerrieri.

Fusini

Fusini dunque li ascolta, li studia, li “psicoanalizza”, questi personaggi secondari. Li vede, da anglista quale è, come precursori dei futuri protagonisti del novel che nascerà un secolo dopo, il Romanzo Inglese del Settecento (con tutto ciò che seguirà compreso il teatro di Goldoni e la Commedia dell’Arte italiana); ma li vede anche, questi vivaci personaggi minori, come fervide testimonianze dello spirito “moderno”, come un presagio di cambio d’epoca che al tempo — siamo sul finire del Cinquecento e l’inizio del Seicento — aleggia nella testa di Shakespeare: perché è stato lui, l’autore, ad averli messi sulla scena del teatro elisabettiano con quelle parole lì e quei modi. Uomini e donne. Tipi così. Semplici comparse. Che però ancora oggi inducono a pensare che ci siano più cose in Shakespeare di quante ce ne possano far sapere i lunghi discorsi, i celebri monologhi e le orazioni dei conclamati protagonisti.

Comunque, nelle 145 pagine di Rubare la scena, un saggio di critica letteraria e teatrale che ha tutto l’appeal, la trama e la scrittura di un lungo racconto, l’autrice mette a fuoco un certo numero di questi personaggi marginali — per la precisione ventisei tratti da altrettante opere shakespeariane — e ne fa una galleria di protagonisti assoluti (la qual cosa non ha precedenti se non, negli anni sessanta del secolo scorso, nella tragicommedia Rosencranz e Guildenstern sono morti di Tom Stoppard sui due subdoli falsi amici di Amleto, due persone così comuni e nella loro piatta banalità così indistinguibili — per dirla con Shakespeare, cosi indifferent — che la regina Gertrude madre di Amleto mai riuscirà a capire quale è l’uno e quale l’altro).

Sta di fatto che in Rubare la scena troviamo alla ribalta in primo piano persone come Angelica, la balia di Giulietta, una che ha idee chiare e modi spicci: mentre i due amanti adolescenti “trasfigurano l’amore in un erotismo della parola d’amore”, scrive Fusini, lei, la balia, va al sodo: per lei “l’amore è fatto di corpi e di posizioni, c’è chi sta sopra e chi sta sotto”. E c’è pure il marito della donna, convinto machista ante litteram, il quale vedendo Giulietta bambina ancora incerta sulle gambe cadere a faccia in giù, commenta: ma no, la bambina deve imparare a cadere a pancia in su, pronta, aperta a ricevere… e notando il bernoccolo che sta crescendo sulla fronte di Giulietta per la caduta, ricorda alla moglie che alle femmine deve crescere la pancia, non quel nocciolo grosso come il fagiolo di un galletto che sta spuntando sulla fronte della piccola, no, “alle femmine la pancia deve crescere!”, ammonisce.

Fusini
Nadia Fusini (foto di Andrea Pantani)

Sì, in Shakespeare la gente comune parla così, si esprime con parole di carne, per così dire, spesso incentrate sul proprio corpo (l’unico bene che queste persone posseggono al mondo). Come fa in Misura per misura il delinquente Bernardino: il giorno in cui deve essere impiccato praticamente “si dà malato” in quanto la sera prima si è ubriacato e stamattina il suo corpo non ce la fa a salire sul patibolo e quindi non rompessero le scatole con questa storia dell’impiccagione, lui non se la sente di uscire dalla cella…E l’operaio tessitore Bottom in Sogno di una notte di mezza estate: sconvolto in tutti i suoi sensi e organi fisici dalla mistica visione di una qualche divinità, racconta (qui Shakespeare si diverte a farlo parlare alla maniera di san Paolo nelle lettere ai Corinzi) che “non c’è occhio d’uomo che abbia udito, né orecchio che abbia visto, né mano d’uomo che abbia potuto gustare, né lingua concepire, né cuore riferire che sogno è stato il mio”.

Così parlò Bottom. Ovvero il culo: a Shakespeare non dispiaceva usare il nome volgare degli organi — specialmente quelli sessuali — del corpo umano. Nel titolo di Much ado about nothing, Molto rumore per nulla, c’è la parola nothing che nel linguaggio volgare dell’epoca indica la vagina. Che è un organo interno al corpo della donna, da fuori non si vede. E perciò è come se non ci fosse, non c’è. È nothing, per l’appunto, mentre il corrispondente organo maschile che è esterno, che protende in fuori evidente e talvolta addirittura vistoso nel suo tronfio gigioneggiare, quello sì che è something

Comunque, portati alla ribalta, questi indimenticabili new entry che hanno rubato la scena ai celeberrimi protagonisti fanno molto più di quanto si possa dire in poche righe. Fanno ridere e fanno piangere. Fanno riflettere. Ci trasportano con loro sulla scena del teatro elisabettiano ma allo stesso tempo è come se scendessero tra di noi, abbastanza simili a noi nei nostri peccati quotidiani senza grandezza, tra noi che siamo banalmente né buoni né cattivi, sempre segnati dall’ansia di una qualche mancanza. Insomma, lo dico: per me Rubare la scena è stata una lettura emozionante, un libro prezioso. Da tenere a portata di mano nella biblioteca di casa. Imprescindibile per chi ama il teatro e la lettura. E per chi cerchi di capire qualcosa di più del mondo che oggi come nel Cinquecento gira intorno a noi.

Nella foto in apertura, un frame del film Rosencrantz e Guildenstern sono morti di Tom Stoppard con Gary Oldman e Tim Roth nei personaggi del titolo

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