Grazia Deledda non pervenuta. Il suo nome, dato per certo al toto-tracce sugli autori previsti per la maturità 2026, in realtà poi all’apertura della busta ministeriale la mattina della prova scritta è risultato assente. Nessuna traccia della Deledda: neanche il centenario del suo Nobel per la Letteratura (ricorre quest’anno) — considerato un buon assist dato che tuttora resta lei l’unica scrittrice italiana portatrice di tale riconoscimento —, neanche questo è servito a toglierla dalla dimenticanza. Una sorta di damnatio memoriae che a un certo punto ha cancellato il suo nome anche dalle lista dei programmi scolastici.
Tutto questo perché?, viene da chiedersi cercando risposte sui numerosi saggi e contro-saggi pubblicati nel tempo. È che non erano chiari i suoi rapporti col fascismo, sostiene qualcuno: in effetti la Deledda, che non si era mai iscritta al Partito Nazionale Fascista (ma non era neanche comunista) nel discorso di accettazione del Nobel a Stoccolma ha ringraziato tutti, il re di Svezia, il re d’Italia Vittorio Emanuele, ha ringraziato Dio, ma clamorosamente non ha voluto nominare Mussolini— al quale poi a Roma si rifiuta di legare la propria figura e le proprie opere a iniziative politiche “perché l’arte è indipendente”— ma quando il Duce le offre di scrivere il testo scolastico per la terza elementare (che in qualche modo vuol dire anche indirizzare un po’ le giovani menti degli scolari) lei accetta immediatamente…

E poi c’è stata l’invidia, soprattutto l’invidia di genere degli scrittori uomini verso la donna Nobel che vende molto anche all’estero, ha tra le sue più affezionate lettrici la regina Margherita, e piace pure al cinema, dove il suo romanzo Cenere diventa un film con Eleonora Duse (nell’unica apparizione dell’attrice sullo schermo anziché in palcoscenico). A distinguersi per il tasso di invidia è Pirandello: livido per il Nobel che lui non ha (lo otterrà solo nel 1934), definisce la Deledda “una casalinga prestata alla letteratura”, inoltre, forse invidiando anche il felice menage familiare della scrittrice (lui che è afflitto dalla moglie malata di mente), addirittura scrive un libro ferocemente satirico sul marito di lei che titola esplicitamente Suo marito: tenta di farlo pubblicare dall’editore Treves, lo stesso della Deledda, quello glielo rifiuta e allora Pirandello lo passa all’editore Quattrin di Firenze col titolo cambiato in Giustino Roncella nato Boggiolo.
Intanto neanche i critici letterari del tempo sono concordi sulla scrittrice sarda: apprezzata dal caposcuola verista Luigi Capuana, avversata dai seguaci di Croce che la bollano di dilettantismo e di “sardità”, mentre Attilio Momigliano la paragona a Dostoevskij: insomma tra verismo, decadentismo e altro, non si riesce a incasellarla, la Deledda. La quale, in più, non va d’accordo neanche con le femministe, pur convinta, come ha scritto che “la donna ha un posto nella società. Ella deve occuparlo. E questo è quello che io intendo per femminismo”. Chiaro no? (tra parentesi: come mi sembra suonare bene, lì, pieno di dignità, il desueto pronome “ella”…).

Tutto ciò detto, viene da pensare che in realtà la Deledda fosse soprattutto uno spirito profondamente libero insofferente di etichette, condizionamenti di un partito politico o di movimenti artistico-sociali. Comunque ora, a cento anni dalla premiazione, succede che in certi posti fuori dalle aule scolastiche Grazia Deledda venga convintamente celebrata e ricordata. Come a Cervia, per esempio. Ma sì, Cervia: però qui ci vuole un flashback.
Ecco: Dicembre 1927, Roma. Con i proventi del premio Nobel che ha appena ritirato a Stoccolma (le era stato conferito nel 1926 ma per qualche motivo quell’anno la cerimonia delle premiazioni era stata annullata) Grazia Deledda decide di comprare una casa al mare. Consigliata dal marito Palmiro Madesani — che ha lasciato l’ impiego al ministero delle finanze per diventare il suo manager editoriale e l’ha accompagnata anche nel viaggio in Svezia — compra a Cervia la Villa Caravella, “la casa color biscotto” (tuttora esistente) dove da lì in poi passerà ogni estate della sua vita: si innamora di quel mare, l’aria, il vento, la gente della “città del sale” che la fa subito cittadina onoraria.

E ora, tornando al 2026: nell’ambito di Ravenna Festival, giovedì 2 luglio nell’Arena Stadio dei Pini di Cervia-Milano Marittima, Paolo Fresu e la poeta Mariangela Gualtieri danno suono, voce e parole a Nel grande aperto, un reading musicale che, annuncia il programma, mette insieme suoni evocativi di paesaggi deleddiani (avendo altre volte sentito Fresu sono convinta che riuscirà a far uscire da tromba/flicorno persino il soffio di “quel” primordiale vento della Sardegna rurale) con i versi di Mariangela Gualtieri. Commediografa e poeta, autrice di numerosi libri tra i quali Ruvido umano (Einaudi 2024 ) e Album per pensare e non pensare (Bompiani 2025), la Gualtieri dice di aver conosciuto la vita di Grazia Deledda dal libro Quasi Grazia di Marcello Fois “e quando poi l’ho letta mi sono sentita in presenza di un classico, cioè di una lingua che non invecchia: lei usa le parole con l’attenzione di un poeta… e poi mi sono innamorata di certi suoi personaggi, specialmente delle donne innamorate che ha raccontato”.

Quest’anno il libro Quasi Grazia di Fois è diventato anche l’omonimo film diretto dal regista sardo Peter Marcias, incentrato su diversi momenti cruciali nella vita della scrittrice: a interpretare il ruolo della Deledda nelle varie età sono Irene Maiorino (la giovane Grazia che riceve la madre a Roma, la città-miraggio dove la scrittrice vive nel villino di via Porta Maurizio), Laura Morante, nell’età della consegna del Nobel, e Ivana Monti Barbato negli ultimi anni di vita. Presentato in anteprima al 43esimo Film Festival di Torino, il film è ora nelle sale distribuito da Europictures.
Qui dovrei segnalare i libri della Deledda, da Canne al vento, considerato il suo capolavoro, all’autobiografico Cosima, pubblicato postumo come una sorta di eredità spirituale. Ma sarebbe un troppo lungo elenco: Deledda scriveva solo due ore e mezza ogni giorno (come Murakami) ma produceva tantissimo. Citerò invece una sua frase scritta durante la Prima guerra mondiale: “Io attendo che in questo mondo sconsolato, io attendo che si ripristini un ordine, cioè un ordine umano”. La scrittrice Grazia Deledda muore il 15 agosto 1936 a causa di un tumore al seno, del quale, per pudore non parlava mai (oggi ci si scrivono gli instant book, sulla propria malattia). Aveva chiesto di essere sepolta con il vestito rosso indossato alla cerimonia del Nobel a Stoccolma. Info sul Ravenna Festival, qui
- Jonne Bertola ha pubblicato il romanzo Fuori Copione (LuoghInteriori)



