UN BLOG
IN FORMA DI MAGAZINE
E VICEVERSA

Allonsanfàn
{{post_author}}

McCarthy, Cavalli selvaggi: cowboy dispersi nel deserto teofanico del Messico

Nel 1992 esce il romanzo di Cormac McCarthy, Cavalli selvaggi, che diventerà il primo volume della cosiddetta Trilogia della frontiera, composta anche da Oltre il confine e Città della pianura.

L’autore all’epoca era uno scrittore quasi sessantenne che ben sette anni prima (dopo aver condotto una vita un po’ disordinata e aver scritto alcuni libri ancora ascrivibili al Southern Gothic) aveva pubblicato Meridiano di sangue, osannato come un capolavoro e addirittura accostato al Moby Dick di Melville da Harold Bloom, celeberrimo e potente critico letterario statunitense.

Con questa ipoteca sulle spalle, ma anche con questo sostegno, McCarthy continua sulla strada del romanzo western, esplorandone però nuove declinazioni.

Cormac
La prima edizione italiana: Guida, 1993, tradotta da Riccardo Duranti

Almeno in apparenza Cavalli selvaggi si adatta al romanzo di genere: l’ambientazione è al di là di una frontiera, i personaggi sono cowboy, la natura è selvaggia e incontaminata. Infatti i protagonisti sono due giovani amici, John Grady Cole e Lacey Rawlins, che decidono di abbandonare il Texas  a cavallo in cerca di una vita da mandriani. John e Lacey attraversano la frontiera e si trovano in Messico; per un breve tratto, si unisce a loro Blevins, un altro ragazzo che ha rubato un cavallo e che è molto propenso a delinquere. In seguito i due amici trovano lavoro presso un ranch e Grady si innamora della figlia del padrone, ma la loro storia d’amore è una mésalliance e si interrompe quando i due giovani cowboy vengono ingiustamente accusati di essere complici dei delitti di Blevins. Verranno incarcerati e torturati. Dopo diverse vicissitudini, violenza e omicidi, senza redenzione possibile, John Grady ritornerà da solo in Texas, oppresso dal senso di colpa e con il corpo pieno di cicatrici, insieme al suo aiutante magico, il suo cavallo Redbo, forse l’unico essere positivo e vitale dell’intero romanzo, e nelle righe finali lo vediamo in sella nella luce aranciata del tramonto:

“Nelle raffiche di polvere sanguigna vomitata dal sole spronò il cavallo e riprese a marciare col viso ramato dagli ultimi raggi di luce, mentre il vento rosso dell’ovest spazzava il paesaggio crepuscolare e gli uccelli del deserto svolazzavano cinguettando tra le felci secche, e il cavallo e il cavaliere e il secondo cavallo passarono, e passarono le loro ombre affiancate come l’ombra di un unico essere. Passarono e impallidirono sulla terra sempre più buia, sul mondo a venire”.

Cormac McCarthy
La Olivetti 32 con cui scrisse Cavalli Selvaggi (e il resto dal 1960 al 2009)

In questo breve assaggio si trovano le caratteristiche stilistiche, tecniche e contenutistiche della svolta letteraria di McCarthy. In primo luogo l’autore si serve di un paratassi molto accentuata, così come non evita le ripetizioni a livello lessicale: questo stile narrativo è tipico dei testi religiosi e, infatti, questo è esplicitamente un richiamo al testo biblico. Per l’esattezza, McCarthy usa come modello, anche narrativo, l’Antico Testamento, visto che i suoi protagonisti vengono chiamati a sostenere delle prove eroiche, a contatto con una natura ostile, in un deserto messicano che appare fin da subito un luogo teofanico. Sempre per mantenere il racconto fluido con un timbro quasi oracolare, McCarthy decide di abolire i segni di interpunzione per segnalare i discorsi diretti, rendendo la lettura una esperienza piuttosto particolare.

In secondo luogo, il tono apocalittico e profetico (il colore rosso, il tramonto, il buio del mondo a venire) sono chiavi interpretative decisive per comprendere il viaggio iniziatico di Grady.

All’inizio del romanzo, infatti, troviamo il giovane al funerale del nonno, davanti alla sua tomba. La morte del vecchio dà il via all’azione, visto che la madre di Grady vuole vendere la tenuta di famiglia, nella quale il figlio si occupava dell’allevamento dei cavalli; pertanto il ragazzo parte per il Messico, per cercare, attraversando la frontiera, di rimanere nella sua condizione originaria, cioè quella di fanciullo che segue le orme del patriarca, rifiutando il cambiamento, ovvero la modernità, che gli viene proposta dalla madre.

Non è ovviamente un caso che il titolo originario del libro sia All the Pretty Horses, ovvero la strofa di una filastrocca cantata per far addormentare i bambini: Grady sta cercando di restare nel mondo sognato, fatato, delle cantilene e crede di trovarlo in un Messico non ancora toccato dal progresso, arcaico, un Eden incontaminato e puro, al quale si contrappone il Texas da cui proviene, che nel 1949 (anno in cui si svolge l’azione) è travolto dallo sviluppo industriale ed economico. L’errore di valutazione del giovane è enorme e dettato, appunto, dalla sua inesperienza: con l’attraversamento della frontiera comincia, invece, una vera e propria catabasi, in cui si incontrano diverse figure archetipiche. Intanto, lo stesso attraversamento del confine avviene con il guado del fiume (come non pensare all’Acheronte?) che i ragazzi fanno stando in sella completamente nudi: pragmaticamente si spogliano per non bagnarsi i vestiti, ma simbolicamente stanno eseguendo un rituale iniziatico. Gli altri personaggi e le varie avventure possono essere riletti alla luce di questo presupposto interpretativo: Blevins è il giovane psicopompo, Ermes, il puer ribelle e dispettoso; la bellissima Alejandra di cui Grady si innamora è l’Euridice che lui non può riportare indietro dal regno dei morti, perché il loro amore non potrà mai compiersi; la zia di Alejandra, Donna Alfonsa, è la divinità che tesse la tela del Fato e decide lucidamente quale sarà il destino di Grady.

Cormac McCarthy
La Trilogia della frontiera in economica Einaudi. Cavalli selvaggi è tradotto da Igor Legati

Tuttavia Cavalli selvaggi non è semplicemente un manuale di mitologia o esegesi biblica o un trattato di metafisica, perché prima di tutto è un romanzo e dunque costitutivamente ci impone di scavare sotto la superficie per cercarne le stratificazioni dei significati, pur sapendo che nessuna interpretazione sarà esaustiva. Perciò, quando si inizia a leggere con sospetto questo testo in cui i protagonisti sono per lo più uomini, che si picchiano, che soffrono, che cavalcano, che sparano, che sanguinano, a sopresa ci si rende conto che chi muove veramente l’azione sono i personaggi femminili.

La prima colpevole, come si dice, è sempre la madre e infatti Grady non se ne sarebbe mai andato in cerca di fortuna se sua madre non lo avesse cacciato dalla fattoria. Alejandra è la ragazza che lo seduce con la sua bellezza e rappresenta il desiderio, l’amore, l’aspirazione alla libertà: Grady spera di riuscire a domarla, così come è capace di addomesticare le puledre selvagge della montagne, ma purtroppo non ci riuscirà sia perché viene travolto dalla passione sia perché lui non è riuscito a capire che quello che gli sembrava un amore paradisiaco (nuotano nudi negli stagni come novelli Adamo ed Eva, si amano in segreto tutte le notti e Alejandra si comporta come le principesse delle favole, scomparendo alla mattina) è invece inserito in un contesto sociale rigido e ostile. In realtà, Donna Alfonsa, una Parca che è una provetta tessitrice di trame scacchistiche, aveva cercato di avvisarlo, spiegandogli chiaramente che tra lui e la ragazza c’erano troppe differenze di ceto, di aspettative e di futuro, però Grady non riesce e non vuole capire la lezione, quindi per tutta la seconda parte del romanzo paga il prezzo di questo ennesimo errore. A dire il vero, anche quando nel finale tornerà in Texas tutto ammaccato nel corpo e nell’anima, per assistere, con perfetta circolarità, al funerale della vecchia abuela che lo ha allevato, Grady continuerà a non rendersi conto di cosa gli sia successo ed è proprio per questo che Cavalli selvaggi non è un Bildungsroman perché il giovane uomo non impara nulla, non guadagna nulla, e al suo ritorno ha solamente la consapevolezza di avere perduto un paradiso scomodo e violento e che ora non può fare altro che sopravvivere all’apocalisse.

Cormac McCarthy
Cavalli selvaggi al cinema: Passione ribelle (2000) regia di Billy Bob Thornton

Da lì a qualche anno, troveremo il tema di come sopravvivere all’orrore declinato nuovamente da McCarthy nell’opera La strada: in quel testo verranno trattati temi molti diversi da quelli di Cavalli selvaggi, ma anche lì i personaggi sono due maschi, un padre e un figlio, che però non possono mai distaccarsi dal pensiero della loro moglie e madre, che li ha in un certo senso abbandonati.

Oltre che per l’endorsement di Harold Bloom, Cavalli selvaggi ebbe un immediato successo anche perché riproponeva una ambientazione messicana intesa come zona franca, una Interzona alla Burroughs nella quale non funzionano le leggi umane e si obbedisce solamente agli istinti, dato il presupposto che il Messico fosse un Paese cattolico in cui la morte e la vita erano ancora vicine, non anestetizzate come negli Stati Uniti WASP e perbenisti. Per molti autori questa era stata una delle  motivazioni per utilizzare un simile luogo antioccidentale, primordiale per ambientarvi storie eroiche: in parte rispondono a questo richiamo moltissimi romanzi western classici nordamericani, ma anche un romanzo molto diverso come Sotto il vulcano di Lowry, che del Messico esalta piuttosto l’aspetto purgatoriale, mistico, dantesco, sapienziale; si ricorda, a latere, che anche in Lowry, nel finale, c’è un cavallo dall’infausto destino.

Tuttavia, l’autore che ha saputo meglio rileggere la lezione di McCarthy, distorcendola con una doppia capriola interpretativa, è Roberto Bolaño con il suo romanzo I detective selvaggi, che paga un debito molto forte al Pedro Páramo di Juan Rulfo, il primo e fondativo grande cantore del viaggio nell’Oltretomba messicana, stavolta in un villaggio fantasma che rappresenta il passato perduto, inutile e sbriciolato.

cormac maccarthy

Anche nei Detective selvaggi abbiamo due ragazzi (i giovani poeti realvisceralisti Arturo Belano e Ulises Lima) che se ne vanno in Messico, per l’esattezza nel deserto del Sonora, a cercare un’altra poetessa scomparsa, una caposcuola, ma lì trovano solamente una violenza sistemica, che nasce dalla organizzazione capitalistica della società e dalla mancanza di ordine. Tuttavia, Bolaño fa una parodia del Mexican trip perché prende questo mito e lo ribalta dall’interno. Infatti, se per i nordamericani il Messico è una proiezione geografica del loro inconscio, uno spazio esotico dove il gringo si perde, Bolaño è latinoamericano e, nonostante fosse di origine cilena, è cresciuto in Messico; quindi dapprima si appropria del romanzo western di genere, poi ne ribalta i ruoli eliminando ogni traccia di romanticismo, infine demistifica l’inferno del deserto messicano dalla sua aura sacrale e lo fa diventare non più una emanazione del rimosso della coscienza bensì un prodotto della violenza economica e politica dell’Occidente. I suoi due poeti, che imitano in modo fallimentare i gesti dei fuorilegge del cinema americano, riescono solo ad essere tragicomici: Roberto Bolaño non ci permette di prendere sul serio il mito della frontiera, dimostrando che non c’è niente di aulico o di ancestrale nel Male che si trova nel deserto, che non c’è nessuna Balena Bianca da catturare, ma solo dei criminali violenti e senza scrupoli.

McCarthy, invece, ci presenta i suoi cowboy che, pur nella durezza della loro condizione, pur nella disperazione, non rinunciano a combattere, come Achab, contro il Fato, consapevoli di essere destinati alla sconfitta.

Cormac McCarthy
Nella foto in apertura, Cormac McCarthy nel 1973 (foto di David Styles, particolare)
  • Lorenza Lullini, docente di italiano e latino in un liceo di Bologna e blogger culturale, scrive qui di libri importanti e dimenticati
I social: