“Eravamo stanchi di scrivere canzoni che rispettassero la sequenza strofa, strofa, chorus. Non era un esercizio intellettuale, è un dato di fatto, è un qualcosa che Miles Davis ha fatto all’interno di In a Silent Way. È successo con il piano elettrico Fender Rhodes e con la linea di basso che mi ha consentito di tenere l’idea in mente. In In a Silent Way, Miles seguiva una linea melodica che manteneva con la tromba, io invece avevo un testo e una melodia che si sono trasformati in Lorca” (dall’intervista a Tim Buckley uscita su Goldmine pochi mesi prima della sua morte, avvenuta nel 1975).
Nel 1970, oltre trent’anni dopo la barbara esecuzione per mano dei falangisti, vedeva la luce Lorca, il quinto album in studio di Tim Buckley, il primo decisamente sperimentale, dedicato al giovane poeta spagnolo.

Buckley aveva scoperto Federico García Lorca grazie all’amico Lee Underwood che, oltre ad accompagnarlo con chitarra o piano elettrico fin dagli esordi, era anche un appassionato lettore di poesie. Gli eredi di Tim hanno conservato la biblioteca personale del songwriter, ma a quanto riportato nel sito, un prezioso scrigno per l’ampia documentazione che conserva sul cantautore, mancano proprio i libri di Lorca, che sembra siano stati in parte regalati e in parte dispersi. Quindi niente note al margine. Ma solo alcune dichiarazioni e ricordi di chi ne ha parlato o discusso con lui.
Buckley era un buon lettore e la seconda moglie, Judith Fern Brejot, ha raccontato che sovente, quando era in giro per concerti, oltre a richiederle l’invio di qualche camicia, che regolarmente perdeva negli alberghi, Tim la sollecitava a procurargli questo o quel libro, per cui, non essendoci ancora la rete, era costretta a lunghe visite in biblioteca.
Tim amava gli autori un po’ fuori dagli schemi. E se in lingua inglese prediligeva Joyce e Dylan Thomas, di García Lorca apprezzava la musicalità dei testi e la capacità del poeta andaluso di creare immagini, suggestioni, emozioni profonde e carnali proprio a partire dal suono che le parole producono. Probabilmente e nonostante il gap linguistico – il cantautore californiano non conosceva lo spagnolo – aveva intuito che questo era uno degli elementi fondamentali della sua poesia. Ciò traspare in modo evidente nella lunga title-track del disco, con la voce usata come uno strumento e le sillabe che si dilatano e deformano, rinunciando al loro significato, per trasformarsi in puri stati d’animo.
Come García Lorca aveva rigettato le forme rigide della poesia che lo aveva preceduto, così Buckley decide coscientemente, e con un esplicito atto di ribellione alle logiche del mercato discografico, di abbandonare la forma canzone. L’ultimo atto del contratto che lo legava alla Elektra diventa dunque un’operazione totalmente fuori mercato.
“(Lorca is) not a record you put on at parties… people would just stop. It doesn’t fit in. It’s finally me, with no influence”.

Così lo stesso Buckley presentava il disco all’indomani della sua pubblicazione. E così lo accolse la casa discografica, relegandolo in una collana di serie B, la Elektra Standard, senza alcuna promozione ed evitando di estrarne singoli, ritenuti invendibili. Ma il disco fu uno shock anche per i fans e per tutta la critica musicale dell’epoca, che lo bollò come un esercizio pretenzioso, senza direzione e senso artistico. D’altra parte chi lo metteva sul piatto incontrava subito il lungo brano dedicato al poeta: dieci minuti d’improvvisazione, con una base ritmica in 5/4 e l’assenza totale di linea melodica, con la voce di Tim che sperimentava registri diversi e dissonanti. Una scelta stilistica che rappresentava la vera cifra dell’album, evocando direttamente una delle opere di García Lorca che Tim aveva letto, quel Poema del Cante Jondo (canto profondo) che si rifaceva allo stile vocale del flamenco. E che rappresentava forse uno dei più importanti filoni nella ricerca delle tradizioni gitane dell’Andalusia, a cui Lorca si rifaceva, insieme ai poeti suoi coetanei, Rafael Alberti, Pedro Salinas e altri.
Dal testo di Buckley, pur sfigurato dai suoi incredibili vocalizzi, si colgono i riferimenti al duende, ovvero a quella forza misteriosa e malinconica che secondo García Lorca muove la poesia e l’arte in genere, perché rappresenta la consapevolezza della morte e quindi della vita.
You’re just a man on death’s highways
It’s life you owe you’re here to praise it
If love flows your way then be a river
And when it dries just stand and shiver
Forse è García Lorca l’uomo che corre sulle autostrade della morte, ma per celebrare la vita.
Di lì a poco Buckley avrebbe pubblicato, con la neonata casa discografica Straight Records di Frank Zappa, Starsailor, l’ultimo capitolo del suo spericolato tentativo di liberarsi dalle maglie del mercato discografico. Una ingenuità di cui si sarebbe presto reso conto, un’anteprima del mai risolto conflitto tra libertà artistica e fruibilità, tra avanguardia e pubblico. Ma questa è un’altra storia.
Nella foto in apertura, Federico García Lorca alla Columbia University nel 1929 (fonte: Col. Fundación Federico García Lorca, Madrid)
- Federico García Lorca nasce il 5 giugno 1898 a Fuente Vaqueros, in Spagna. Muore il 19 agosto 1936 (fucilato nei pressi di Víznar/Granada). Tim Buckley nasce il 14 febbraio 1947 a Washington, negli Stati Uniti. Muore il 9 giugno 1975 a Santa Monica, negli Stati Uniti (per overdose)



