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Allonsanfàn
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Quando Bob Dylan si inventò Blonde on Blonde

Un titolo si sa è solo un titolo, ma quando diventa un pezzo di storia della mousica del Novecento, allora la faccenda cambia. È il caso di Blonde on Blonde di Bob Dylan. Dopo la famosa svolta elettrica. Dopo l’abbandono dell’epica predicatoria dei primi album. Oltre ogni tentativo di tirarlo per la giacchetta e trasformarlo in una icona di se stesso. Chiuse infine il cerchio il misterioso incidente in moto del 29 luglio 1966 (Blonde on Blonde era uscito il 20 giugno) a sancire la fuga di Dylan dal proprio destino di successo e il desiderio di ricominciare da un’altra parte, fosse pure nel modo forse più borghese e scontato, come quello di dedicarsi alla famiglia. Tanto: “…I would not feel so all alone / 
Everybody must get stoned!”.

Così recita il tanto discusso brano di apertura, quel Rainy Day Women #12 & 35 dalle tante sfaccettature di senso e dall’originalissimo arrangiamento musicale, con quella fanfara di ottoni che rimanda a una fiera strapaesana, più che a un happening rock. Così Dylan sembra perdersi sulla scia del suo Mister Tambourine.Take me on a trip upon your magic swirlin’ ship / 
All my senses have been stripped
 / My hands can’t feel to grip and my toes too numb to step
 / Wait only for my boot heels to be wanderin’”. Ma questa volta senza ricamarci sopra la romantica storiella dello sballo come viaggio onirico alla ricerca di se stessi, piuttosto il gesto liberatorio di chi ne ha le tasche piene e non vuole restare prigioniero del personaggio.

Blond on Blonde uscì il 20 giugno 1966
Blonde on Blonde uscì il 20 giugno 1966

Anche la scelta di cambiare aria durante la registrazione di Blonde on Blonde, passando dagli studi della Columbia di New York a quelli a Nashville, indicano quello che lo stesso Dylan ha poi riconosciuto più tardi, ovvero “…ero veramente giù. Voglio dire, in dieci sedute, non siamo riusciti a registrare una sola canzone (…) Era colpa del gruppo. Ma, allora non lo sapevo. Non volevo pensarlo” (da un’intervista a Robert Shelton, riportata sulla voce relativa a Blonde on Blonde di Wikipedia).

Il gruppo di cui si parla è sostanzialmente The Band, che allora si chiamava ancora The Hawks. Furono reclutati da Dylan in un paio di concerti tenuti alla fine del 1965, ma a New York sembrarono non funzionare, anche se alla fin fine, bastò cambiare studi di registrazione e aggiungere qualche turnista di Nashville per ottenere “…il tipo di suono che più si avvicina a quello che avevo sempre avuto in mente (…) Un sottile e teso suono al mercurio. Metallico e rilucente. Quello è il tipo di sonorità che cerco. Non sono sempre stato in grado di ottenerla. Il più delle volte mi sono dovuto accontentare di una combinazione di chitarra, armonica e organo” (da una intervista rilasciata a Playboy nel marzo del 1978, a ridosso dell’uscita del film Renaldo e Clara).

Blonde on Blonde fu il primo doppio album nella storia del rock, bruciando sul filo di lana Freak Out!, il concept album dei The Mothers of Invention, gruppo guidato dall’iconoclasta Frank Zappa. Fu anche il primo album con una intera facciata, la quarta, occupata da un solo brano, Sad Eyed Lady of the Lowlands, che come rivelerà lo stesso Dylan qualche anno più tardi, quando la loro relazione si era già incrinata, era dedicata alla moglie Sara.

Bob Dylan, aprile 1966 (Svenska Dagbladet via IMS Vintage Photos)

Spassoso il racconto delle sedute di registrazione del lungo brano che il batterista Kenny Buttrey fece a Clash Music. Al secondo ritornello di quella ballata a tempo di valzer, stavano tutti dando il massimo perché pensavano: “Cavolo, è finita … Questo sarà l’ultimo ritornello e dobbiamo metterci tutto quello che possiamo. Ma poi Dylan suonò un altro assolo di armonica e tornò a unaltra strofa, facendo capire ai musicisti che il gruppo doveva tornare a uno stile meno intenso”. Diversi minuti dopo l’inizio della canzone, Buttrey confessò quello che aveva pensato:”…abbiamo raggiunto l’apice cinque minuti fa. Dove andiamo da qui?”.

Il brano, nella sua versione finale, eguaglia quello dell’altra ballad dylaniana forse più famosa, Desolation Row, quasi 12 minuti. A quanto mi risulta, non è mai stata eseguita dal vivo, anche se ci sono intere biblioteche dedicate alla esegesi di questo canzone che con Visions of Johanna ha sicuramente uno dei testi più suggestivi e ricchi di riferimenti letterari, da Blake alla Bibbia.

In tanti hanno confessato il loro amore per questo brano, da Tom Waits a George Harrison, passando per Roger Waters, a riprova che le vie del rock sono imperscrutabili e imprevedibili.

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