Mario Vargas Llosa è stato uno scrittore longevo e prolifico: nella lunga serie dei suoi romanzi, pur con inevitabili difformità, alcuni sono molto buoni, altri sono capolavori, nessuno è mediocre. La sua scrittura appare fin da subito matura ed equilibrata, attenta alla realtà politica e sociale, sempre però partendo da un dato biografico, miracolosamente senza mai sconfinare né nell’autobiografismo sterile né nella rivendicazione a posteriori. Nelle sue prime opere, tutte di altissimo livello, Vargas Llosa riflette attentamente sulle storture del potere, che tende a schiacciare l’individuo per perseguire i propri fini. Invece, il romanzo La zia Julia e lo scribacchino pare discostarsi da questo filone perché, di primo acchito, potremmo confonderlo con una storia d’amore. Le cose non stanno realmente così ed è opportuno analizzare il testo considerando l’evoluzione della poetica dell’autore.

Nel romanzo d’esordio di Llosa, La città e i cani, del 1963, ambientato per lo più in un collegio militare a Lima, si parla delle dinamiche di sopraffazione all’interno di un gruppo di studenti: è una sorta di romanzo di formazione però concentrato soprattutto sul meccanismo di repressione del dissenso, sul militarismo e sulla violenza. Lo scrittore aveva effettivamente frequentato il Collegio Militare Leoncio Prado a Lima e tanto il suo libro indispettì le autorità che nel cortile della scuola venne organizzato un pubblico rogo di un migliaio di copie dell’opera. Tuttavia, Llosa non vuole denunciare la propria sfortunata vicenda di ragazzo costretto a frequentare il collegio, ma sfrutta la sua esperienza e la sublima in una riflessione più generale sullo sviluppo di un regime autoritario.
Il romanzo successivo, uscito nel 1966, è La casa verde. Qui ci sono cinque filoni narrativi che si intrecciano strettamente anche nella stessa pagina (con i famosi dialoghi “a vasi comunicanti”, in cui si alternano piani temporali diversi), ovvero cinque storie diverse che gravitano attorno a un celebre postribolo chiamato “la casa verde”, fondato a Piura (dove effettivamente Llosa visse da ragazzo), una cittadina sulla costa settentrionale del Perù e poi trasferito, dopo un incendio, nella foresta amazzonica. I protagonisti sono, tra molti altri, una prostituta, un militare, diversi avventurieri, sfruttatori delle ricchezze dell’Amazzonia e dei popoli indigeni. In generale, anche questo è un romanzo politico, che parla di colonialismo interno, di sfruttamento delle risorse naturali (nella fattispecie il caucciù) e della eclatante insignificanza dello Stato.
La terza opera che suggella questa serie fortunata di capolavori è il celeberrimo Conversazione nella “Catedral”, pubblicato nel 1969. Si tratta di un lungo flashback innescato da un incontro a Lima di Santiago: un giovane che aveva abbandonato la facoltà di giurisprudenza e faceva il giornalista, casualmente ritrova Ambrosio, vecchio autista di famiglia. I due si recano in un bar, chiamato “Catedral”, e Santiago interroga Ambrosio per cercare di ricostruire alcuni punti oscuri della biografia del padre, che era stato un uomo importante molto vicino al dittatore peruviano, il generale Manuel A. Odría. Questo romanzo è ascrivibile al realismo e attinge all’esperienza diretta della dittatura che ebbe lo scrittore. Conversazione nella “Catedral” si apre con un esergo di Balzac (“…il romanzo è la vita privata delle nazioni”) e poi continua con uno degli incipit più famosi della letteratura latinoamericana, che rimanda immediatamente alla dimensione politica del romanzo: «Dalla porta de “La Cronica” Santiago guarda l’avenida Tacna, senza amore: automobili, edifici disuguali e scoloriti, scheletri di pubblicità luminosa che ondeggiano nella nebbiolina, il mezzogiorno grigio. In che momento si era fottuto il Perù?».

Agli inizi degli anni ’70 Vargas Llosa, grazie alle sue letture e alle esperienze all’estero, iniziò a maturare un ripensamento delle proprie posizioni ideologiche. La traumatica rottura con la Rivoluzione Cubana a seguito del “caso Padilla” del 1971 accelerò tale transizione e Vargas Llosa passò dal marxismo giovanile al liberismo. Contemporaneamente, anche la sua produzione letteraria ebbe una virata, motivata da nuove riflessioni sulla poetica; sembrò che Vargas Llosa si volesse allontanare dalla narrativa impegnata per dedicarsi a opere apparentemente meno militanti, ma non per questo meno graffianti.
Al nuovo corso appartiene il romanzo La zia Julia e lo scribacchino, sempre ambientato a Lima. Il protagonista, Mario, è un giovane studente che si innamora scandalosamente di una sua lontana parente divorziata, che viene chiamata zia Julia, più vecchia di lui di 12 anni. Mario desidera con tutte le sue forze diventare uno scrittore, ma per il momento si accontenta di lavorare in una scalcagnata stazione radio, pomposamente chiamata Radio Panamericana, che trasmette squallide notizie di cronaca (tradotte in modo superbo da Angelo Morino come “rifrittume”); adiacente a essa c’è la stazione radio Central, che invece manda in onda tutto il giorno dei radiodrammi sentimentali, stucchevoli e dalle trame particolarmente arzigogolate. Con suo grande stupore, Mario scopre che tutte queste storie escono dalla penna del boliviano Pedro Camacho, un poligrafo ossessivo e bizzarro.
Il romanzo da qui in avanti presenta, nei capitoli dispari, la storia di Mario e della zia Julia e, nei capitoli pari, i vari radiodrammi, che ci forniscono uno sconcertante spaccato sulla cultura di massa populista latinoamericana. Inizialmente, i radiodrammi sono strutture narrative impeccabili e affascinanti, poi pian piano le storie deragliano e pare che i personaggi trasmigrino da una storia all’altra. In generale, mentre l’amore scandaloso di Mario si sviluppa in modo abbastanza lineare pur tra mille difficoltà, Camacho invece, pressato da un ritmo di lavoro vorticoso per stare dietro alle richieste del pubblico e degli inserzionisti pubblicitari, perde il filo e viene sopraffatto dall’anarchia dei personaggi. L’unica soluzione è sterminarli, virtualmente, tutti.

Senza spiegare come andranno a finire i due filoni narrativi (nell’impossibilità di stabilire se il romanzo finisca come una tragedia o come una commedia), si può comunque trovare una proporzione inversa tra i due protagonisti: tanto Mario vuole diventare uno scrittore capace di intercettare la realtà politica e sociale, tentando di afferrare una verità che gli sfugge, quanto Pedro si nutre di stereotipi e manipola i radiodrammi, inserendovi surrettiziamente le proprie idee xenofobe e alienate. Vargas Llosa ci mostra due modelli di scrittore, entrambi problematici: il presuntuoso (per quanto molto simpatico) cacciatore di attualità e l’uomo che vive assediato e poi divorato dalle storie da lui stesso inventate.
Non resta che ricercare gli elementi di continuità tra i primi tre romanzi e La zia Julia, per dimostrare quanto sia rotondo e coerente il mondo di Vargas Llosa. Come nel libro La casa verde, anche qui le storie si intrecciano in modo rutilante; ugualmente si esplorano tutte le varie etnie del continente sudamericano, e i conflitti tra di loro; infine i piani temporali tendono a confondersi.
Inoltre il giovane Mario è un aspirante giornalista, e studente di legge, proprio come il protagonista di Conversazione nella “Catedral” ed entrambi si confrontano con una Lima degli anni ’50 oppressa dalla dittatura di Odría; si ribellano alle convenzioni borghesi e alla autorità dei padri; cercano il racconto veritiero che possa salvarli. La politica continua ad essere presente, ma in uno strato più nascosto.
Infine, come il primo romanzo La città e i cani, anche questo è fortemente autobiografico. Infatti lo stesso Vargas Llosa a soli 19 anni, quindi legalmente minorenne, nel 1955 sposò con grande scalpore Julia Urquidi, sua zia acquisita, più grande di una decina d’anni. Tuttavia il particolare trattamento che l’autore fa del materiale biografico lo sterilizza e lo depotenzia: egli stesso affermò che riuscì a scrivere di quel matrimonio solo dopo che il passare del tempo gli aveva permesso di usare l’umorismo per distaccarsi dai ricordi.
Proprio l’estrema leggerezza costituisce la cifra stilistica più caratteristica di La zia Julia e lo scribacchino che risulta scorrevole e appassionante, come uno dei migliori radiodrammi di Pedro Camacho.
In definitiva, questo romanzo formalmente si presenta come una commedia romantica di apparente ispirazione autobiografica, ma si riconfigura come una raffinata satira sui meccanismi della finzione letteraria, sul populismo e sull’alienazione.
Per concludere, una delle ultime opere recentemente ripubblicate in Italia di Vargas Llosa si intitola L’orgia perpetua (ma il libro uscì nel 1975, ovvero mentre l’autore stava esplorando una nuova poetica). Si tratta di un saggio interamente dedicato a Flaubert e all’idea del narratore come demiurgo, creatore di mondi. Se il Flaubert di Madame Bovary cercava di costruire la totalità del mondo tramite una ossessiva precisione stilistica, in La zia Julia e lo scribacchino Vargas Llosa persegue l’ideale del “romanzo totale” usando l’ironia e la metanarrativa. Il testo si configura come un’architettura complessa in cui cronaca, autobiografia e mezzi di comunicazione di massa si rispecchiano a vicenda. È proprio in questa capacità di inglobare i diversi registri dell’esistente, dalla tragedia alla commedia, dalla storia politica al melodramma, che Vargas Llosa realizza la sua personale e instancabile “orgia perpetua” della narrazione.
- Lorenza Lullini, docente di italiano e latino in un liceo di Bologna e blogger culturale, scrive qui di libri importanti e dimenticati
(Credit: Mario Vargas Llosa by dadevoti is licensed under CC BY 2.0,; Mario Vargas Llosa no Fronteiras do Pensamento São Paulo 2013 by fronteirasweb is licensed under CC BY-SA 2.0; 18. Internationales Management-Gespräch 1988-Schriftsteller und Politiker” by Regina Kühne is licensed under CC BY-SA 4.0.)



