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La nausea di Sartre: la libertà come indigeribile condanna

La lettura della Nausea di Sartre, pubblicato nel 1938, è stata per almeno un paio di generazioni un rito di passaggio che ha contrassegnato l’ingresso nel mondo delle lettere, della filosofia e dell’impegno. Curioso destino, visto che in questo romanzo apparentemente restano sullo sfondo le grandi lotte politiche che combatterà il Sartre intellettuale engagé del secondo dopoguerra.

Nausea Sartre
Sartre nel 1924, pressapoco all’età di Roquentin

Qui si narra di uno storico, Antoine Roquentin, che sta facendo ricerche d’archivio per scrivere la biografia del noiosissimo marchese di Rollebon in una città immaginaria chiamata Bouville, dietro la quale si cela probabilmente la città di Le Havre, dove Sartre effettivamente insegnò agli inizi degli anni Trenta. Lo storico vive in albergo, da solo, dopo aver rinunciato a una vita di viaggi e avventure e aver troncato l’ultima relazione sentimentale. A poco a poco Roquentin inizia a perdere il contatto con la realtà, con gli oggetti o con i corpi, che progressivamente vede nella loro nuda essenza, come privi di significato. La presa di coscienza della assurdità del mondo, qualora venga privato delle etichette linguistiche e culturali che gli attacchiamo sopra per addomesticarlo, fa precipitare Roquentin in uno stato di angoscia profonda. Ciò che spaventa maggiormente Roquentin è soprattutto il peso di doversi assumere la responsabilità di creare il mondo per conoscerlo: per lui, che incarna l’esistenzialista sartriano, il fardello dell’uomo è la sua radicale libertà, alla quale è condannato. L’angoscia dell’intellettuale nasce nel momento in cui ha la rivelazione di essere libero, gettato nel mondo senza istruzioni per l’uso e senza un Dio a cui appellarsi, senza una trascendenza che giustifichi il dolore.

Nausea Sartre
La Havre negli anni Venti: è la Bouville di Sartre

Questa assoluta prostrazione può essere alleviata dall’ascolto della musica. Infatti, poiché essa è immateriale ed evanescente, non si presenta nella sua brutale e spaventosa materialità, come fa invece la radice di un albero nella parte finale del libro che, per Roquentin, si tramuta in un ammasso brulicante di materia immanente. Inoltre la musica, con il suo rigore geometrico, non distrae il protagonista dai suoi pensieri ossessivi, bensì gli offre l’intuizione di un mondo necessario e ordinato, incoraggiandolo a lasciarsi andare alla libertà del suono e sollevandolo, almeno per un breve lasso di tempo, dall’angoscia dell’informe e dell’assurdo.

Dunque, la salvezza, o almeno il sollievo, derivano da una prospettiva estetica, che non deve necessariamente essere raffinata: infatti la canzone che ascolta è semplicemente un vecchio ragtime del 1910, Some of These Days, composto dall’afroamericano Shelton Brooks e interpretato da  Sophie Tucker, una cantante ebrea americana di origine ucraina che aveva avuto un grande successo nel cabaret. Inoltre, nella parte finale del romanzo, Roquentin, dopo aver rinunciato al suo lavoro di storico perché lo ritiene inutile, immaginerà di trovare un conforto anche dalla scrittura del suo diario, che poi diventa il romanzo stesso che abbiamo tra le mani.

Sartre Nausea
Sophie Tucker, 1928 (National Vaudeville Artists Souvenir)

Tutte le riflessioni di Sartre riguardano l’intera umanità, senza distinzioni, e ce lo dimostra fin dalla prima pagina. Infatti nel frontespizio si trova una citazione tratta da un testo teatrale di Céline, L’Église, del 1933 (scritto quindi dopo la pubblicazione del Viaggio al termine della notte ma prima che l’emersione dell’antisemitismo di Céline rendesse difficili i rapporti con Sartre): “È un ragazzo senza importanza collettiva, è solo un individuo”. Questa frase è molto importante perché è volta a evitare che noi lettori sovrainterpretiamo Roquentin ritenendolo un rappresentante di una classe sociale o di un’epoca specifiche: al contrario, Antoine Roquentin è un individuo qualunque, quindi può essere un soggetto qualsiasi, spogliato di attributi eroici o simbolici, schiacciato nella sua radicale contingenza.

La sinossi del romanzo in effetti si risolve in poche parole, anche se ci sono alcuni elementi di contorno che anticipano gli sviluppi del pensiero critico di Sartre nei confronti della società. Infatti, particolarmente tagliente e cinica è la rappresentazione della società borghese di Bouville, abituata a vivere a occhi ben chiusi per non vedere l’orrore che alberga sotto la pelle del mondo e che si distrae restando rigorosamente fedele ad abitudini consolidate: la passeggiata della domenica sul corso, il ristorante, i piccoli ricevimenti. Un borghese più piccolo e più tragico è il cosiddetto Autodidatta, un frequentatore della biblioteca in cui lavora Roquentin, che ha deciso di acculturarsi leggendo i libri in ordine alfabetico: una impresa insensata se non dissennata, molto alla Bouvard et Pécuchet. In effetti, non bisogna mai dimenticare che un’opera tarda e monumentale di Sartre sarà L’idiota della famiglia, ovvero la ricostruzione della biografia dello stesso Flaubert: mi piace immaginare che nella Nausea si trovino in nuce i primi indizi del futuro capolavoro. La figura dell’Autodidatta permette a Sartre di dimostrare che nemmeno il sapere ci può salvare, anzi, proprio il sapere può costituire uno spesso velo con cui coprire la brutalità dell’esistenza.

Sartre Nausea
Sartre negli Oscar con le cover di Giacometti

La nausea è una sorta di roman à clef, con cui Sartre vuole dare un respiro narrativo all’impianto filosofico esistenzialista che stava costruendo. Questa sua operazione raffinata rischia un doppio fraintendimento e potrebbe portare a una deriva ermeneutica che si profila all’orizzonte.

Per prima cosa, si potrebbe ridurre l’opera a una semplice esposizione della filosofia di Sartre, e questo non le renderebbe giustizia: Sartre era perfettamente in grado di scrivere saggi, articoli, dissertazioni sul nascente esistenzialismo e, se sceglie il romanzo, è per le sue specificità letterarie, per la capacità del romanzo di intercettare più punti di vista e per la possibilità che gli offre di mostrare in atto e non in potenza le sue teorie filosofiche.

In seconda battuta, e ciò sarebbe molto più grave, si potrebbe leggere il romanzo con una lente clinico-psichiatrica, intendendolo come il resoconto di un crollo o di un cedimento di Sartre, alias Roquentin, al pessimismo depressivo. Quest’ultima ipotesi interpretativa sarebbe particolarmente perniciosa perché presupporrebbe un Sartre vittima dell’ansia, che non ha altri mezzi di cura che non siano quelli della scrittura, con la quale cerca una salvezza individuale dal disagio psicologico tramite la funzione catartica della letteratura. Così facendo, si trascurerebbe un elemento fondamentale: non si riesce a immaginare un Sartre vittima di se stesso, anzi, vittima tout court.

Sartre Nausea
Sartre e Simone de Beauvoir (Archives Gallimard at Paris)

Escluse queste due ipotesi, si dimostra invece più convincente la tesi di un Sartre trionfante che, nel pieno possesso dei suoi mezzi espressivi, imbastisce un testo nel quale raffigura nientemeno che la sua nuova percezione del mondo, sotto forma di una nausea morale e materiale che deriva da una indigestione di realtà nuda e cruda e che investe, travolgendola, l’esistenza dell’individuo ma nello stesso tempo la struttura, perché contribuisce a smascherare gli artifici della civiltà dietro a cui ci nascondiamo.

La ricezione di questo testo fu particolarmente fortunata e foriera di riprese e imitazioni. Anche in Italia, seppure nel 1960 e in un altro contesto storico, Alberto Moravia scrisse La noia, titolo bellissimo e volutamente ambiguo, che cerca di rendere digeribile al pubblico italiano il più esatto ennui di cui già parlava Sartre: anche qui c’è un intellettuale borghese, un pittore, per l’esattezza, che non riesce più a trovare un rapporto autentico con la realtà e tutto gli sembra privo di senso. Però, se Roquentin cercava una soluzione all’esistenza nell’ordine rigoroso dell’arte, Dino, il protagonista del romanzo di Moravia, la cerca in una ossessione erotica variamente declinata, ma costantemente insoddisfacente. La proposta dell’italiano è più immediata, alla portata di tutti, laddove la soluzione sartriana, pur risentendo dell’intellettualismo filosofico di quella stagione culturale, resta un’indagine ontologica radicale e assoluta, a dimostrazione che talvolta il dramma dell’esistenza si può affrontare meglio attingendo alle profonde risorse della filosofia intrecciata alla letteratura.

In apertura, Jean-Paul Sartre a Friburgo, ritratto da Willy Pragher (Credit: Freiburg-am Rednerpult, Jean-Paul Sartre, in der Universität Freiburg – LABW – Staatsarchiv Freiburg W 134 Nr. 023666j by Willy Pragher is licensed under CC BY 4.0.)

  • Lorenza Lullini, docente di italiano e latino in un liceo di Bologna e blogger culturale, scrive qui di libri importanti e dimenticati
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