Proprio non è male L’estranea, che ti porta via per il tempo che dura, ed è un horror sontuoso e ben scritto – di certo, rispetto al film precedente, La valle dei sorrisi, non si aprono più voragini di ridicolo nella trama. Però quando esci dal cinema ti rimangono in testa soltanto due cose: che non conviene prendere bull terrier se non fai il rapper (e poi: che fine ha fatto il feroce e in fondo povero Zuppa?) e che i patti con il diavolo o i suoi emissari non convengono mai.

Perché poi L’estranea di Paolo Strippoli, regista poco più che trentenne ma con credito persino eccessivo, sia il titolo candidato all’Oscar dall’Italia mi è sfuggito finché non ho letto l’elenco degli esclusi, che è una giaculatoria nostrana e di netto meno internazionale come intonazione: da Nanni Moretti – non ho voglia di parlarne più, mi avvilisco – all’infernale buonismo che impoverisce la vista di Sette ciotole o Cinque secondi eccetera eccetera.
Certo, se tanta abilità e tanto occhio fossero stati usati per descrivere lo spossessamento della casa (e dei suoi poveri beni e della sua identità stessa) del libraio protagonista di Nessun dolore, di Gianni Amelio, l’uomo gentile che si autopunisce per una colpa inesistente (anzi per la colpa dell’Occidente intero), facendosi sfrattare da un’orda selvatica di homeless, ebbene: tutto sarebbe stato molto più bello e molto più utile…
Sarebbe stata arte con un significato (o con un’idea politica o persino con un’idea del mondo) che non sia di vaghezza estrema come accade poi ne L’estranea, che al massimo dice (ma Strippoli ci crede o lo fa soltanto per farsi bello?): la famiglia borghese cova un fanatismo di forme che porta male e pertanto mamma Jasmine Trinca si iscrive da Mater Disgratiorum al club di quelle archetipiche madri con specifica nel genitivo plurale del vecchio Dario Argento…
Tornando seri: non c’è alcun interesse sociale in Strippoli, tant’è che i suoi personaggi (meno il diavolo snob) vivono tutti barricati all’interno di assai consolidati cliché (chiedete e vi faccio l’identikit di ognuno).
E poi, ma parliamone, di questo diavolo snob: il giovane regista reinnesta al centro della trama l’articolo già scaduto, se non per anziani prelati vaticani o ignoranti sette sataniste, del demonio fatalista o di chi per lui. Renderlo mellifluamente impotente ai nostri destini e in realtà artefice dispettoso degli stessi non lo modernizza affatto: questo diavolo snob pare un puro pretesto, una mera funzione narrativa più atta a sparigliare le carte in una commedia pseudo sofisticata alla Paolo Genovese che a aprire dispute teologiche. Di certo, anzi probabilmente, con questo demone Robert Bresson non c’entra nulla.
Ciò a proposito del new horror per adulti (e scostatevi marmocchi!), alla Ari Aaster o alla Jordan Peele, che dovrebbe parlare di noi meglio di certi drammatici film intellettuali… Invece Nessun dolore, il film del Maestro Amelio che citavo sopra, è formalmente una pallida sit-com, visivamente scassata e piena di falle di ingenuità, anche se io poi a un certo punto – e va bene così – di fronte a Alessandro Borghi con il suo tormentoso fischio al naso mi sono commosso lo stesso. Forse perché Nessun dolore parla, a tratti in maniera cristallina, di cose molto serie, di senso di colpa, accoglienza, responsabilità individuale, pietas umana… Chi ce le racconta più queste cose?
Nella foto in alto, il libraio (Alessandro Borghi) di Nessun dolore



