Con Triste, solitario y final, lo scrittore argentino Osvaldo Soriano ha approntato un colto divertissement molto meno banale e molto più stratificato di quanto possa sembrare a una prima lettura.
Il romanzo esce nel 1973, quando da qualche anno all’autore era stato impedito di continuare a svolgere la sua attività di giornalista, causa la crisi delle testate per le quali scriveva. Per questo motivo, aveva ripreso in mano alcuni racconti che ruotavano attorno alla figura del comico Stan Laurel e aveva deciso di cucirli insieme, scrivendo un poliziesco ambientato a Hollywood, in cui il detective è Philip Marlowe, al quale si affianca un visitatore argentino chiamato Osvaldo Soriano.

Insieme a questo terzetto, si possono trovare molti comprimari, per lo più famose stelle del cinema, ma in generale esponenti dello star system hollywodiano, come Charlie Chaplin, Oliver Hardy, James Stewart, ma anche Jane Fonda, Mia Farrow, Jerry Lewis e moltissimi altri più o meno celebri.
Tuttavia, il nume tutelare occulto di questa girandola di personaggi resta Raymond Chandler, padre putativo dell’investigatore Marlowe, che è il vero domatore di questo “sozzo trescone”, come ci tiene a sottolineare l’autore stesso, visto che il titolo è tratto dalla frase finale del romanzo Il lungo addio.
Il plot narrativo è esilissimo: Stan Laurel si presenta a un Marlowe più scalcagnato del solito, gli chiede di scoprire il motivo per il quale nessuno lo vuole più ingaggiare per un film. Marlowe rifiuta e poi perde di vista il vecchio attore; qualche anno dopo, si reca al cimitero davanti alla tomba di Stanlio e lì incontra il personaggio Osvaldo Soriano che sta facendo ricerche allo scopo di scrivere la biografia del comico defunto. A questo punto comincia una serie di avventure di Marlowe e Soriano, i quali cercano di indagare nell’ambiente del cinema, muovendosi in una Los Angeles sporca, violenta, piena di mendicanti e criminali. Purtroppo, questi eroi riluttanti finiscono costantemente nei guai e si fanno coinvolgere in risse insensate, scazzottate, sparatorie, pestaggi, rapimenti, intrighi, che si susseguono a un ritmo sempre più incalzante, sostenuto da dialoghi taglienti e rapidissimi.
Dunque, nell’arco di pochissime pagine vediamo intrecciarsi vari temi, tra cui il poliziesco, il crime, il noir, la slapstick comedy, i quali diventano parodie di se stessi, proprio come gli stessi protagonisti sono parodie dei modelli originari; considerando che anche il personaggio Osvaldo Soriano è un alter ego dell’autore stesso, si crea una vertigine metatestuale nella quale è meglio che il lettore cerchi di non sprofondare.
In generale, i personaggi sono tutti caricaturali e, a vario grado, invariabilmente dei perdenti, come accade a John Wayne, che dovrebbe incarnare l’eroe invitto, il cowboy senza macchia, e che invece diventa il cattivo per antonomasia, cioè l’emblema, secondo Soriano, del potere trionfante, ottuso, prevaricatore, imperialista degli USA: alla fine, in una scena convulsa, John Wayne, rappresentante dell’arroganza dell’establishment della destra conservatrice, viene coinvolto e pestato durante una rissa epica e liberatoria.
Infatti, il terzo livello interpretativo, dopo quello del gioco citazionista e quello della distorsione parodica, è la lettura allegorica politica delle vicende di questi perdedores, che sono in realtà lo specchio di un Sudamerica ridotto a colonia, marginalizzato e costretto a ridisegnare il proprio immaginario facendoci entrare le storie, i miti, le leggende di Hollywood, che all’epoca era la più pervasiva macchina dei sogni del mondo.

Osvaldo Soriano, in questo senso, segue la linea già tracciata da Manuel Puig, pur discostandosene nei romanzi successivi. Infatti, lo stesso Puig, futuro autore di Il bacio della donna ragno, nel medesimo 1973 aveva pubblicato The Buenos Aires affair, un poliziesco molto sui generis, pieno di citazioni tratte da radiodrammi, telenovelas, film di cassetta, cioè da quella cultura pop che stava arrivando a sommergere una intera generazione con un blob vischioso e agglutinante. Puig fu un pioniere del Postmodernismo porteño, con sfumature camp che non si trovano in Soriano, ma fu anche il primo rappresentante della seconda ondata del poliziesco latinoamericano che, se da un lato voleva allontanarsi dai gialli classici di Borges e Bioy Casares, dall’altro produsse le dissacranti e spesso surreali riscritture di Ricardo Piglia e poi, in seconda battuta, di Osvaldo Soriano stesso.

Infatti, a partire dai tardi anni Sessanta, la novela negra in Argentina, ovvero almeno inizialmente la versione locale dell’hard boiled classico nordamericano, subisce una profonda rivoluzione, perché diventa uno strumento di denuncia delle varie dittature e del clima di illegalità. In effetti, subirono una analoga metamorfosi molte scritture di genere, tra cui per esempio la fantascienza, come dimostra il celeberrimo fumetto L’Eternauta, scritto da Héctor Oesterheld, in cui si narra di una invasione aliena per parlare, in realtà, del clima di intimidazione e violenza diffusa.
Dunque molti autori cercarono di descrivere la tragedia politica dell’Argentina tramite gli strumenti della farsa e della parodia, proprio come dimostra Osvaldo Soriano con la satira irriverente di Triste, solitario y final, in cui non mancano cinismo e lucida analisi dello sfacelo della società: sfidando la censura, è possibile scrivere opere letterarie d’impegno civile usando la cifra amara della comicità.
Nella foto in apertura, Osvaldo Soriano, 1943-1997 (fonte:Ministerio de Cultura de la Nación)
- Lorenza Lullini, docente di italiano e latino in un liceo di Bologna e blogger culturale, scrive qui di libri importanti e dimenticati



