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La donna della domenica di F&L: tutta colpa di Boston

Nel 1972 la casa editrice Mondadori diede alle stampe il romanzo La donna della domenica, che costituirà una rivoluzione per la storia del genere giallo in Italia. Scritto da una improbabile ma infrangibile coppia di autori, Carlo Fruttero e Franco Lucentini, che da allora in poi si autodefiniranno la “premiata ditta”, utilizzando il logo F&L, ebbe un immediato successo di pubblico tanto che, solo tre anni dopo, ne fu tratto un film eccellente e tutto sommato piuttosto fedele, per la regia di Luigi Comencini, con un cast particolarmente azzeccato: Marcello Mastroianni, Jean-Louis Trintignant e Jacqueline Bisset.

Fruttero Lucentini

Nella letteratura gialla non è infrequente che gli scrittori lavorino in coppia: si pensi, per citare l’esempio più illustre, alla collaborazione tra Frederick Dannay e Manfred B. Lee, i due cugini newyorchesi che diedero vita a Ellery Queen, pseudonimo usato dai due autori nonché protagonista di indagini poliziesche dagli anni ’30 agli anni ’60. Senza dubbio F&L avevano ben presente questo antecedente, essendo in primo luogo raffinati e onnivori lettori, ma anche addetti ai lavori. Si erano conosciuti a Parigi e non potevano essere più diversi: Lucentini era romano, un grande erudito poliglotta, laureato in filosofia; Fruttero era piemontese, non laureato, affamato di esperienze e giramondo. Si incontrarono per caso nel 1953 a Montmartre, a Parigi, e da lì cominciò il loro sodalizio. Presto tornarono in Italia, stabilendosi a Torino, dove cominciarono a lavorare per la casa editrice Einaudi, occupandosi di traduzioni e redazione. Qualche anno dopo passarono alla Mondadori dove, dal 1961 al 1986, furono i curatori della storica collana di fantascienza Urania.

Verso la fine degli anni Sessanta, come spesso hanno raccontato, i due quarantenni maturarono l’idea di scrivere un romanzo giallo ambientato a Torino e iniziarono a lavorarci insieme, con un metodo di lavoro complesso, che comprendeva una serrata pianificazione, uno scambio incrociato di riflessioni, una revisione minuziosa, sempre però tenendo presente il fatto che per F&L, sostenitori dell’understatement più radicale, la scrittura non era un’opera d’arte, bensì era un lavoro artigianale, di bottega, che richiedeva perciò costanza, sapienza, pazienza ma anche quel guizzo di inventiva geniale che deriva dalla maestria e dalla padronanza assoluta della materia.

Il risultato di questa prima collaborazione sarà La donna della domenica, il loro romanzo più celebrato, a cui seguiranno molti altri romanzi talvolta ingiustamente sottovalutati, ma che non hanno nulla da invidiare al primo, come A che punto è la notte?, ma anche Il palio delle contrade morte, L’amante senza fissa dimora, La verità sul caso D., Enigma in luogo di mare, senza dimenticare i numerosi saggi, le antologie, nonché gli elzeviri pubblicati sul Corriere della sera e poi raccolti in una trilogia costituita da La prevalenza del cretino, La manutenzione del sorriso, Il ritorno del cretino.

Fruttero e Lucentini
Il Meridiano Mondadori

La donna della domenica non rifiuta l’etichetta di romanzo di genere, anzi ne fa un motivo di orgoglio, pertanto segue lo schema classico dei polizieschi e ha un incipit memorabile:

“Il martedì di giugno in cui fu assassinato, l’architetto Garrone guardò l’ora molte volte”.

Nella sua sintesi asciutta, cattura istantaneamente l’attenzione e poi il romanzo continua così, con un ritmo serrato e sostenuto per oltre 500 pagine.

Fruttero e Lucentini
I titoli di testa del film

Dopo l’omicidio dell’architetto Garrone (con una insolita e indimenticabile arma del delitto), iniziano le indagini che si muovono ad ampio raggio nelle quali, pur essendo del tutto innocenti, vengono coinvolti anche alcuni esponenti della buona società torinese. Per cercare di evitare uno scandalo, il caso viene affidato al commissario Santamaria, un colto siciliano avvezzo a missioni delicate. Nelle varie giornate, seguiremo lo svolgersi delle indagini che prima sembrano allargarsi per cerchi concentrici sempre più ampi e disarticolati, fino a elaborare una serie di variegate ipotesi che includono moltissimi sospettati, ma poi, in modi apparentemente fortuiti, si riesce a trovare il bandolo della matassa e a quel punto il mistero si risolve da solo: il movente del delitto torna a essere qualcosa di riconoscibile e domestico, la cui soluzione può essere contenuta in un verbale dei carabinieri. I personaggi principali sono due, anzi tre: la prima, è Anna Carla Dosio, ricca signora alto borghese, dal fascino irresistibile. Costei, mentre prende il caffé con il marito in un salotto ben arredato, immagina di descrivere se stessa con due monologhi interiori, che si susseguono nella stessa pagina, dolcemente contraddittori:

“Sono giovane – si provò a elencare Anna Carla, sono intelligente, sono ricca. Ho un ottimo marito (ricco anche lui), e una figlia bellissima (come me, dicono). Riesco simpatica a tutti, mi vesto bene, non ho problemi di linea, non ho problemi sessuali…”.

“Sono la moglie di un capitalista, figlio di capitalisti e nipote di capitalisti – provò a pensare in senso inverso – sono piena di abitudini e pregiudizi borghesi e priva di ogni coscienza sociale e politica. Non m’interesso alle tristi condizioni dei carcerati, dei ricoverati in manicomio, degli spastici e dei popoli sottosviluppati, e i cinesi, se devo essere sincera, me li figuro sempre con il codino e le mani infilate nelle maniche di una casacca ricamata a draghi. Non ho speciali talenti o capacità, non saprei dipingere stoffe per arredamento (come Maria Pia), inventare soprammobili di latta (come Dedé), vincere un torneo di golf o di bridge (come nessuna delle mie amiche: ma almeno loro ci provano), e se mettessi su una boutique o una galleria d’arte la farei fallire in due mesi. La mia vita è inutile, vuota, frivola”.

Jacqueline Bisset è Maria Carla

Chi ha gettato l’incantevole Anna Carla in un abisso di indecisione è Massimo Campi, un suo amico, facoltoso rampollo di una famiglia bene, omosessuale, pignolo, ossessivo, che nei giorni precedenti ha tormentato la donna con una diatriba sulla pronuncia del nome della città di Boston: evidentemente, questione di vita o di morte.

Infine, e non da ultimo, compare il commissario Santamaria, che sarà il protagonista anche del fulminante romanzo successivo, A che punto è la notte?, sempre ambientato a Torino: si tratta di un siciliano, che aveva fatto il partigiano nelle Langhe durante la guerra e, una volta entrato in polizia, dopo avere indagato su delitti di mafia o politici, era ritornato in Piemonte. Il commissario Santamaria ha conosciuto la guerra e in generale le durezze e le bassezze della società, e in questa indagine, con mesto cinismo, si trova a mediare tra il mondo di chi si accapiglia su Boston e quello di chi uccide brutalmente gli architetti.

La scena clou, poco prima dello scioglimento finale, si svolge al Balùn, un mercato popolare torinese, in cui, nel caos di venditori ambulanti, di rigattieri, di bancarelle pittoresche, ritroveremo in una ridda tra il grottesco e l’infernale quasi tutti i personaggi in una scena corale che ha qualcosa di epico. La soluzione del crimine arriverà a sorpresa alla mente del commissario Santamaria nel momento in cui Anna Carla gli tradurrà un antico detto piemontese, che lui, siciliano, non poteva conoscere: il vecchio mondo della tradizione borghese si prende la rivincita sui parvenu, ma è una vittoria di Pirro perché il nuovo mondo, rappresentato dallo sviluppo selvaggio e spregiudicato della speculazione edilizia e della industrializzazione senza scrupoli, alla fine sarà destinato a prevalere.

Fruttero e Lucentini
Marcello Mastroianni è Santamaria, Jean-Louis Trintignant Campi

Il romanzo è organizzato in capitoli che corrispondono ai giorni della settimana in cui si svolge la vicenda, dal martedì alla domenica. Questo espediente tecnico permette agli autori di concentrare, in ogni giornata, molte storie che si intrecciano, nelle quali si muovono, da comprimari, numerosi personaggi estremamente diversi tra di loro, tanto da costituire un campionario antropologico completo della società torinese (e italiana) di quegli anni: borghesi, impiegati statali, industriali, parrucchieri, prostitute, carabinieri, galleristi, ingegneri, domestici, operai, professori universitari. Questo elenco non è esaustivo e, soprattutto, non mette in evidenza che la protagonista più importante è la stessa città di Torino, nella sua estensione geografica e nel suo genius loci, nella quale i personaggi si muovono accaldati e frenetici, tra vernissage e corridoi della Questura, archivi kafkiani del catasto e vecchie villotte in collina.

Questa umanità brulicante si può distinguere e riconoscere grazie alle loro parlate, ai loro idioletti, perché va sottolineato che F&L, anche grazie al loro decennale lavoro di traduttori, sono stati e restano i migliori dialoghisti della letteratura italiana contemporanea: pur senza necessariamente usare il dialetto per caratterizzare il melting pot di una società che stava subendo una metamorfosi, riescono con piccoli tocchi a dare a ogni personaggio una voce peculiare ed estremamente riconoscibile.

Fruttero e Lucentini
Adelhi, 1994, fuori catalogo

Non si può nascondere che entrambi gli autori, esposti in gioventù ai fumi sulfurei della casa editrice di via Biancamano, siano diventati abili a riconoscere e riprodurre i vezzi dello snobismo intellettuale; tuttavia, gettano uno sguardo feroce e brutale, ma in fondo forse troppo indulgente, sulle masse, sulle abitudini piccolo borghesi, sulle perversioni da tinello marròn.

Furono accusati di qualunquismo, eppure la loro ironia non risparmiava nessuno, trasformando lo snobismo in una lente di ingrandimento con la quale furono capaci sia di restituire fedelmente lo spirito impalpabile e fragile di quegli anni, sia di descrivere le contraddizioni e gli sconvolgimenti di un mondo che stava per cambiare. Può darsi che abbiano sentito nostalgia del vecchio ordine, ma non c’è dubbio che abbiano avuto la curiosità, la pazienza e il desiderio di osservare il presente e di gettare lo sguardo verso il futuro.

Fruttero e Lucentini nel 1974 (foto Epoca). In apertura, a Torino, in una foto di Paola Agosti
  • Lorenza Lullini, docente di italiano e latino in un liceo di Bologna e blogger culturale, scrive qui di libri importanti e dimenticati
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