Ci sono libri che non seguono il tempo della cronaca, ma quello più profondo e immemore della geologia. È il caso di La strada di campagna di Regina Ullmann, pubblicato per la prima volta in italiano nella collana Biblioteca Adelphi (traduzione di Daria Biagi).
È un’opera uscita originariamente in Germania nel 1921, capace di raccogliere gli elogi di contemporanei assai illustri, nientemeno che Rainer Maria Rilke, Thomas Mann, Hermann Hesse e Robert Musil. Eppure, gradita a questi luminosi dei, Regina Ullmann è scivolata per decenni in un incomprensibile oblio, pur se in parte legato alle sue origini ebraiche. A La strada di campagna il compito di farcela scoprire.

Di lei, però, per valutarne il cammino anche geografico, mi faccio subito dire qualcosa dal Dizionario storico svizzero. “Regina Ullmann, 14.12.1884 San Gallo, 6.1.1961 Ebersberg (Baviera), isr., dal 1911 catt., di Hohenems, dal 1950 di San Gallo. Figlia di Richard e di Hedwig Neuburger. Nubile. Dal 1902 risiedette con la madre a Monaco di Baviera, dove entrò in contatto con gli ambienti bohèmien di Schwabing e pubblicò i suoi primi testi. Grazie alla sua prima opera drammatica (Feldpredigt, 1907) fece la conoscenza di Rilke, che fu il suo mentore fino al 1926. Costretta al silenzio dai nazionalsocialisti (1935), si rifugiò a Salisburgo e nel 1938 tornò in Svizzera. Soggiornò nella casa per domestiche senza lavoro Marienheim a San Gallo (1938-59), poi presso la figlia illegittima. Grazie ai suoi testi, impregnati di magia, mistero ed elementi barocchi, ma fondamentalmente moderni, U. godette di ampia considerazione. Nel 1954 fu insignita del premio culturale della città di San Gallo”.
A dispetto del titolo, che potrebbe far pensare a un idillio bucolico, la strada che dà il nome a questa raccolta di undici brevi racconti è polverosa e accidentata, una strada percorsa spesso «da chi in un certo senso era stato lasciato solo» o da personaggi che si sono da se stessi «sfuggiti di mente». La Natura non li accarezza o premia mai con chiare manifestazioni come una pioggia di stelle, forse perché queste anime inquiete, nella loro ricerca di un posto al mondo, non si sentono innocenti – vedi la magistrale notte insonne descritta nel racconto Il topo.

Ma mettiamoci in cammino. Siamo subito in Stiria, nell’incantesimo della prima prosa, L’insegna di una vecchia locanda, dove la sospesa atmosfera da fiaba si fa progressivamente nera come l’inchiostro: il ragazzo trasognato che ama una creatura miserabile, disprezzata da tutti, la «piccola scema» del villaggio, un giorno decide di uscire dalla sua stanza inospitale e nuda come un sepolcro, per cercare di essere come gli altri. A notte, però, mentre attraversa il bosco dopo una serata ubriaca, si imbatte in un branco di fieri e minacciosi cervi – ci sono tantissimi animali in questi testi, pronti a proporsi agli occhi corrotti dei mortali come una forza non contaminata.
Comunque. La strada di Ullmann attraversa una campagna arcaica, remota e cupa, popolata da viandanti spinti da destini estranei, anime in fuga, contadini oppressi dal dolore, e ci si può imbattere, senza stupirsi poi troppo, in un tisico che, al tavolo di una locanda, è la Morte con la lettera maiuscola, neanche si fosse in un film espressionista. I personaggi della Ullmann, alieni da una tranquillità borghese, eppure affidati a un sensibile sentire poetico, spesso soffrono, come scrive l’autrice, «come il ferro nelle tenaglie ardenti del fabbro». Oppure restano presi in una sorta di stupore mentre attraversano minuti momenti di vita quotidiana, come i bambini di Le fragole e Visita natalizia, o gli adulti di Per sentito dire e Il gobbo, spettacolare nello stabilire corrispondenze tra la realtà e lo spettacolo di un circo.
Il ritmo della prosa di Ullmann è lento, ipnotico, simile a quello di Adalbert Stifter – di lui sono andato a caccia nelle pagine del Sebald critico – o delle prove brevi del conterraneo e coevo Robert Walser, prima che si avventurasse nell’infinibile Paese del Lapis: entrambi, Walser e Ullmann, rifiutano le grandi strutture narrative tradizionali a favore del frammento, del bozzetto e dell’apologo.
La scrittura di Regina Ullmann si ferma, osserva la fragile porcellana della bellezza quotidiana, e poi svela, con pochissimi e densi tratti, un pericoloso mistero. Anzi per essere più precisi e attinenti alla bellezza del testo: «il mondo intero è come una porcellana dipinta, dipinta fin nelle crepe più pericolose» (La mongolfiera). Ne è un esempio riuscito l’immagine di una donna sfinita che accetta un passaggio su un carro per poi sedersi, senza saperlo, sopra un baule che custodisce un serpente. La morte e l’inquietudine possono attraversare la pagina, ma sono trattate (forse ostacolate) dalla delicatezza e dalla forza della poesia.
Perché Adelphi sceglie proprio oggi di riscoprire questo libro dimenticato? La risposta – esclusi prosaici problemi di diritti – si annida forse nell’identità storica della casa editrice, da sempre mossa da una vocazione: la ricerca della “linea d’ombra” della letteratura mitteleuropea e la predilezione per le voci isolate ed eccentriche. Regina Ullmann rappresenta l’archetipo dell’autore adelphiano: una figura solitaria, lontana dalle mode, che rifiuta il canone borghese per raccontare reietti e invisibili. Vale la pena guardare per un attimo la vita con i suoi occhi.




