Sprofondati nelle tenebre della torre di Amras, emblema di un sobborgo di Innsbruck, due fratelli illuminano lo sfacelo di una civiltà
Sopravvissuti al suicidio dei genitori, che contemplava anche il loro, ecco K. e Walter ad Amras, lontani dal consesso umano, insonni entrambi e uno di loro erede dell’epilessia materna, malattia secondo Thomas Bernhard spiccatamente tirolese, e condividenti una sorta di “saggezza della putrefazione”.

Non possono che tornare alla mente, dapprima – e di sicuro Bernhard le ha più che presenti – le torri della letteratura tedesca e magari quella di Hofmannsthal dove il principe prigioniero stava rinchiuso come un selvaggio animale, in quanto candidato dagli astri a rovesciare l’Ordine. Ma neanche si può dimenticare la predilezione bernhardiana di gemellare, seppure con diversi scopi, le maledette e fallimentari imprese dei suoi personaggi con edifici speciali, siano essi un padiglione di caccia come in Perturbamento (1967) o la casa a forma di cono di Correzione (1975).
Comunque. Il breve romanzo o racconto Amras, edito in patria nel 1964, a mezzo tra Gelo e Perturbamento, quest’ultimo vincitore del prestigioso premio Brema, è una delle partiture preferite da Bernhard stesso, precede di un soffio e prepara gli anni del successo dello scrittore austriaco, che nel 1965 acquista per sé il terreno di Ohlsdorf presso Gmunden, in Alta Austria (non fu una grande idea).
Amras è posto sotto un pesante esergo di Novalis – “La natura della malattia è oscura quanto quella della vita” – che battezza subito il pessimismo di Bernhard, capace sempre, e qui argomentando, di fare scivolare in poche righe l’infelicità nella follia – la torre non è che un alias del manicomio. Lo fa con la precisione nitida e icastica delle sue impeccabili frasi fino all’irruzione in esse, quasi inevitabile, dello squilibrio rabbioso del grottesco, anche se non è ancora compiuta la matura tessitura della prosa bernhardiana votata a un’irridente e furibonda serie di gorghi e di ripetizioni.
In Amras, troviamo, come già altrove, per esempio in Ungenach, il punto di vista di due fratelli e non ancora, come sarà poi preponderante in Bernhard, la relazione di un narratore inattendibile in quanto riportante i detti di un altro personaggio – il noto procedimento che consente all’austriaco di mantenere l’innocenza (Sebald dixit).
Ora c’è il frammentato diario di dolore e di non senso, di impossibile nostalgia e di quasi coatta presa di distanza dall’esistente, del fratello K. e, in controcanto, sospeso tra aforisma e poesia, lo sguardo del morituro Walter, quello che dalla finestra osservava nella Herrengasse di Innsbruck, abbuiata dalla corona delle montagne, i concittadini di nero vestiti diretti a teatro in una sera caduta sulla cittadina come “un gigantesco uccello rapace morto”…
Il diario di K. evoca le disgrazie della famiglia minata dalla malattia dalla madre, relegata a letto, e dall’incoscienza infelice del padre che dilapida, insieme a una fortuna, rendendoli possessi transeunti, non conservabili, i luoghi cari all’infanzia dei fratelli. Nella crisi senza fondo scompaiono anche gli studi prediletti dei due prigionieri, diventano arti fantasma di un corpo smembrato la musica di Walter e le scienze naturali del narratore K.
Alla fine di Amras, accanto all’immagine della torre, ce ne rimane un’altra raggelante e anch’essa per così dire architettonica, che precede la morte (il suicidio) di Walter.
Per la visita dall’internista, che è anche, detto di sfuggita e un po’ misteriosamente, un occultista, i due ragazzi raggiungono uno anonimo edificio stile Secessione di Innsbruck – i cui bovindo, nota K., alla lunga invitano i concittadini al crimine e alla depravazione. Eh sì, è nettamente incominciato il fiume di insolenze che Thomas Bernhard riversa addosso ai suoi connazionali piccolo borghesi, cattolici e cripto nazisti…
Ecco: nella buia sala d’attesa, senza finestre, troneggia – compare come la caricatura crudele di un trono – una quasi barocca sedia per epilettici, munita di corde e legacci, di fianco alla quale il fratello K., trasformato in cane da guardia, seppure riottoso, si accuccia.
Proprio nella sala dell’internista, guardando la faccia di una fantesca, così modellata dall’opera di milioni di padroni, il cane K.-Bernhard ci fornisce un’allucinata lezione di come avviene la degradante entrata in società degli esseri umani, l’acquisizione di una maschera sociale, e insieme narra l’impossibilità della diserzione, se non di una fuga almeno di una (walseriana?) “passeggiata”… Capolavoro – Thomas Bernhard stesso ne è convinto, poiché in Estinzione (1984) pone Amras tra i cinque libri fondamentali in lingua tedesca: Murau lo consiglia a Gambetti in un elenco che contempla Jean Paul, Musil, Broch e Kafka…
- Amras è edito da Adelphi. Traduzione di Magda Olivetti rivista da Marina Pugliano



