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Leggere. L’inviato di guerra Toni Capuozzo e i 71 giorni contro un nemico senza volto

Il primo post ha la data del 21 febbraio 2020. E parte così: «E’ una classe politica modesta, che si tratti di Europa o di Libia, di tasse o di istruzione, di ricerca o di reddito di cittadinanza. Ma sul coronavirus ha fatto di peggio, pensando che la correttezza politica (la visita alla scuole multietniche, i ristoranti cinesi da riempire) fosse la cosa più importante, che il nemico fosse il razzismo. Sordi agli appelli di Burioni, tanti Alice nel paese delle meraviglie, convinti che la loro solo esibita bontà salverà il mondo».

Non faceva sconti a nessuno quel post su Facebook che apre il libro Lettere da un Paese chiuso (Signs Books) nel quale Toni Capuozzo, già vice direttore del Tg5 e inviato di guerra in alcune delle aree più critiche della storia recente, racconta l’Italia nei giorni peggiori della pandemia. «Come se ne fottono di chi dorme all’aperto o raccoglie pomodori da schiavo, una volta esaurita l’accoglienza, così se ne sono fregati delle reali possibilità di contagio. Il razzismo è un male da tenere a bada, l’allarmismo è un pericolo, certo. Le malattie, anche».

Da queste parole parte un insolito diario di bordo («vecchio marinaio, senza una rotta precisa, non ho voluto rileggerlo per non aver la tentazione di correggere qualcosa, a partire dai giudizi»), fatto di pagine sulla cronaca, sulla politica, sull’isolamento forzato, su uomini e donne alle prese con la vita e con la morte.

Noi che leggiamo torniamo così a uno dei periodi più duri e straordinari della nostra vita.

«L’ho scritto di getto» dice il giornalista «nei 71 giorni, o meglio nelle 71 notti, di quello che abbiamo chiamato “lockdown” e che io avrei preferito chiamare “confino”. Ho iniziato per caso sulla mia pagina Facebook, e il giorno dopo ho chiamato il secondo post Lettera da una città chiusa. E poi è diventato qualcos’altro, un impegno quotidiano da un Paese chiuso per intero».

Nei post che diventano lettere Capuozzo torna sulla sua vita – volti conosciuti, amici che non ci sono più, esperienze ordinarie e straordinarie – in un parallelismo continuo, onirico, tra il dramma del presente e i ricordi del passato.

E’ un libro scritto «brancolando nel buio, come tutti noi in un periodo che non sapevano quanto sarebbe durato» ha spiegato il giornalista a fine luglio, presentando il suo lavoro durante la prima delle giornate culturali organizzate dal premio Acqui Storia. «Da nonno ero in grado di capire il peso dell’assenza di rapporti quotidiani con i miei nipotini e, insieme, ero confuso da messaggi contraddittori».

Un’esperienza che rivela la sorpresa di chi – come lui – ha raccontato tante volte tragedie di altri «di cui, pur sentendomi coinvolto, ero solo uno spettatore». E che all’improvviso si è trovato a essere «protagonista come tutti di una situazione che mai mi sarei aspettato».

Nei 71 giorni che Capuozzo documenta «non c’era più fretta. Ci siamo trovati ad avere, noi con le nostre esistenze improntate alla velocità, molto tempo a disposizione. La lentezza a volte può essere un lusso, per riflettere, per guardare, per pensare a noi stessi e ascoltare gli altri».

Il 4 marzo scrive: «La mia generazione è la prima che diventa vecchia senza aver visto una guerra… L’unica che abbiamo subìto o combattuto è quella della droga… Ma adesso che abbiamo anche noi una piccolissima guerra, adesso si vede di che pasta siamo fatti».

Ci sono somiglianze tra una guerra e una pandemia?

«Entrambe, quando arrivano, ti trovano del tutto impreparato». Una guerra è devastante, la morte sotto le bombe è possibilmente atroce più di quella nelle terapie intensive, «però in guerra il nemico ha un volto, e in guerra c’è la condivisione delle sofferenze, gli abbracci che aiutano a sopravvivere. Noi ci siamo trovati di fronte a un nemico – il virus – assolutamente invisibile, di cui non sapevamo nulla. Un nemico che poteva essere ovunque e chiunque, persino il nipotino che non potevamo prendere in braccio».

Toni Capuozzo ha seguito i quattro anni dell’assedio di Sarajevo (e i suoi ricordi si ritrovano in Lettere da un Paese chiuso). «Una città che ha resistito con il sogno di tornare quello che era prima. Ma non è andata così. La guerra lascia sempre cicatrici profonde. Anche noi oggi cerchiamo di convincerci che tutto tornerà come prima, ma dobbiamo capire che nulla tornerà come prima. Siamo di fronte a un cambiamento epocale e senza ritorno».

IL LIBRO Toni Capuozzo, Lettere da un Paese chiuso (Signs Books), con i disegni di Miron Polacco e contenuti multimediali fruibili attraverso un QR Cod: su smartphone o tablet il diario diventa audiolibro letto dall’autore.

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