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Storie di un altro mondo. A San Paolo, nel Brasile bomba a orologeria del Covid

Suor Daniela mi racconta delle code di persone fuori dagli ospedali. «Anche 100 o forse più, tutte da ricoverare nelle terapie intensive. Ma negli ospedali non c’è posto. Così succede che la gente muoia per strada». Paola, manager della filiale brasiliana di una azienda italiana, mi racconta dei senza tetto, poveri tra i più poveri, che si stanno moltiplicando anche nei quartieri ricchi della città.

Suor Daniela Bonello e Paola Cafasso sono due italiane che vivono a San Paolo, in quel Brasile che l’Organizzazione mondiale della sanità ha definito “una bomba a orologeria” a causa del Covid. E dove Medici senza Frontiere denuncia essere in atto una catastrofe umanitaria.

Dall’inizio della pandemia in Brasile si sono avuti più di 375 mila morti. Secondo la Johns Hopkins University, il Paese ha superato gli Stati Uniti nel numero di decessi ogni 100mila abitanti con un indice di 175,6 contro 171,6 degli Usa. Una strage che non risparmia i più giovani (la mortalità tra chi ha tra i 18 e i 45 anni è triplicata da febbraio a oggi) e anche i bambini: dal febbraio 2020 si contano almeno 852 morti sotto i 9 anni di cui 518 di neppure un anno di età, secondo le cifre fornite dal ministero della Salute e riportate dalla Bbc.

Di questo focolaio mondiale, l’Oms indica in San Paolo l’epicentro.

            Ho letto questi numeri e mi sono chiesta – io che a Milano mi dibatto tra lockdown, speranza di vaccino, paura per quello che sarà, rabbia sociale sempre più forte – come sia possibile sopravvivere in un contesto così. Allora ho scritto a Paola, che è piemontese come me, e ho chiamato su WhatsApp suor Daniela, che dall’Emilia Romagna ha scelto di volare in Brasile per lavorare in una missione. E a tutte e due ho fatto la stessa domanda: cosa sta succedendo da voi?

«San Paolo è una città immensa» dice suor Daniela, che dopo aver fatto il richiamo del vaccino è appena rientrata nel piccolo convento in cui vive con due consorelle a Sao Bernardo, città satellite di San Paolo. «Qui gli ospedali sono più numerosi rispetto ad altre aree del Paese ma non sono in grado di affrontare un’emergenza di queste dimensioni».

Da Rio de Janeiro e da altri Stati del Brasile arrivano notizie di pazienti intubati da svegli perché le dosi di anestesia sono terminate, e di sedativi e medicine che non ci sono più così come siringhe e aghi. «Sono casi per fortuna non numerosi, ma ci sono. E poi, certo, manca tutto: letti, farmaci, posti delle terapie intensive». Negli ospedali il personale è stremato: «A otto bambini che dovevano essere vaccinati contro l’influenza è stato inoculato per sbaglio il vaccino per il Covid. Un errore grave, che succede quando sei distrutto dalla fatica».

suor daniela bonello san paolo del brasile
Le religiose del piccolo convento a Sao Bernardo, città satellite di San Paolo del Brasile. La seconda da sinistra è suor Daniela Bonello.

C’è solo la strada a dividere la casa-convento di suor Daniela da una delle tante favelas di San Paolo («ma ora qui le chiamano comunità, dicono che è più rispettoso, anche se sono sempre le stesse e con gli stessi problemi»). Nelle favelas, dove il distanziamento è qualcosa che è impossibile persino immaginare, intere famiglie sono state travolte dal virus. «Gli anziani sono i primi ad andarsene, poi tocca ai figli» dice Suor Daniela. «Una nostra catechista è morta subito dopo i genitori. Il marito della coordinatrice della nostra scuola materna è intubato da 20 giorni, e anche lei è malata. Nel nostro piccolo convento (siamo tre suore) la prima a prenderlo, nel novembre scorso, è stata la più giovane, che ha 32 anni. Io ne ho 70, l’altra sorella 64, “state in casa penso a tutto io” ci diceva. E andava dalle famiglie bisognose a distribuire i pacchi alimentari che avevamo acquistato grazie anche all’aiuto della Caritas italiana. Era attentissima, però il virus non l’ha risparmiata». Confinata in una stanza con un bagno tutto per lei, non ha infettato le altre due suore. «Ma nelle favelas le famiglie non hanno spazi e non hanno bagni a parte» dice con un sorriso amaro suor Daniela. Ora la giovane religiosa è guarita «anche se, a mesi di distanza, non sta ancora bene».

Paola Cafasso ha 63 anni, vive da tempo in sud America, «e il punto di vista che ti racconto è quello di chi ha un lavoro fisso, abita in un buon quartiere di San Paolo e va in ufficio a piedi, cose che non sono comuni a tutti i brasiliani».

paola cafasso san paolo del brasile
Paola Cafasso, piemontese, è manager della filiale brasiliana di una azienda italiana. Vive a San Paolo del Brasile.

Quando la pandemia è scoppiata nel marzo dell’anno scorso, il governatore di San Paolo, Joao Doria, antagonista del presidente negazionista Bolsonaro «ha disposto misure di confinamento che, in tre mesi, hanno reso migliore la situazione. Non siamo mai arrivati a zero casi ma i dati erano incoraggianti. Così si è riaperto, l’umore è risalito, la vita è ripresa». Ma…  «I brasiliani non riescono a stare lontani dal mare e a fine anno si sono precipitati in massa sulle spiagge. Sono ricominciate le feste, le riunioni di famiglia, gli incontri con gli amici, i baci e gli abbracci. Sono fatti così e non ci è voluto molto a trovarsi in una situazione peggiore di quella precedente. Che poi sia dovuta alle varianti è fuori di dubbio, ma tra le cause c’è anche la socialità di questo popolo».

La situazione difficile che si vive a San Paolo e in tutto il Brasile «porta con sé» commenta Paola «quasi una rassegnazione nei confronti di qualcosa che chissà se avrà mai fine». E aumenta la preoccupazione: «All’inizio il virus sembrava distante, adesso sono tantissime le persone ammalate che si conoscono. Sentiamo il Covid farsi più vicino».

E poi c’è la povertà.

«Lungo la superstrada per San Paolo ho visto, una dopo l’altra, baracche di cartone che non esistevano fino a qualche mese fa» dice suor Paola.

«In un Paese dove non ci sono ammortizzatori sociali e dove una grossa parte della popolazione la sera mangia grazie a quello che ha guadagnato in giornata» aggiunge Paola «sopravvivere a una chiusura totale è cosa per pochi fortunati. Molte attività continuano a funzionare a serrande mezze abbassate. Moltissimi hanno perso il lavoro. La povertà è aumentata come i senza tetto per strada».

La scuola di suor Daniela e la parrocchia distribuiscono aiuti alimentari, mascherine, prodotti di igiene. «A volte a 300 famiglie, a volte a 100, a seconda di quanto riusciamo a procurarci». I corsi professionali non si sono mai fermati ma sono online «e abituarsi è stato complicato. Grazie alla Caritas abbiamo comprato10 tablet che presteremo a chi non ha nulla per collegarsi». La messa si segue in televisione «perché le chiese sono tutte chiuse».

La criminalità «che va di pari passo con la povertà» sta crescendo «e Bolsonaro» dice suor Daniela scuotendo la testa «vuole consentire che si tengano più armi in casa».

«Se Bolsonaro avesse comprato farmaci, attrezzato gli ospedali, prenotato i vaccini al momento giusto» aggiunge Paola «invece di insistere “sull’influenzina”, si sarebbero risparmiate tante vite».

            Sì, ci sono voluti un anno di Covid e 300.000 morti perché Jair Bolsonaro cominciasse a indossare in pubblico la mascherina. Bolsonaro è il presidente negazionista che sosteneva che il virus fosse stato creato dai cinesi in laboratorio, che il Covid fosse una gripezinha (influenza) che si cura da sola, che le mascherine provocassero infezioni, che i vaccini ti trasformassero in un alligatore. Oggi molti nel Paese gli stanno voltando le spalle, ministri, militari ma anche banchieri ed economisti che chiedono che smetta di mettere in contrapposizione economia e salute.

«La pandemia mi ha rivoluzionato la vita» dice Paola Cafasso. «Tra visite ai clienti in Brasile e in tutta l’America Latina e il rientro in Italia ogni 3 mesi, passavo il tempo a fare e disfare valigie. Ora si lavora da casa e io non ho più visto un aeroporto, non so neanche come sia imbarcarsi oggi. Esco e faccio il giro dell’isolato e anche la spesa perché mi fido più della mia attenzione che dei ragazzi che te la portano a casa senza alcuna precauzione. Nel mio quartiere usano tutti la mascherina, ma so che nelle periferie non è così».

            Perché non tornate, mi viene da chiedere a entrambe.

«Come cittadina italiana» risponde Paola «potrei, ma i voli vengono continuamente annullati. Non so neanche quando è in calendario il prossimo, tanto non lo prenderò. Se per qualche motivo dovessi tornare urgentemente sarebbe un calvario. E poi dovrei affrontare le quarantene e la preoccupazione di non sapere se, come e quando riuscirei a rientrare in Brasile al mio lavoro».

«In Italia?». Suor Daniela fa un sorriso grande così. «No, non torno. Io qui sono in missione e la missione o la ami oppure è meglio che proprio non vieni».

            Medici Senza Frontiere ha lanciato un appello internazionale per chiedere urgentemente alle autorità brasiliane di riconoscere la gravità della crisi e predisporre un sistema centrale di risposta e coordinamento all’emergenza per prevenire ulteriori morti. Dice Christos Christou, presidente internazionale di Msf: «Le misure di sanità pubblica sono diventate un campo di battaglia politico. Per questo politiche che dovrebbero fondarsi sulla scienza vengono orientate da opinioni politiche più che dalla necessità di proteggere individui e comunità dal Covid-19. Il governo federale ha rifiutato di adottare linee guida di salute pubblica di valenza scientifica, lasciando il personale medico brasiliano a gestire i malati più gravi nelle terapie intensive e improvvisare soluzioni quando non ci sono abbastanza letti. Questo ha messo il Brasile in uno stato di lutto permanente e ha portato il sistema sanitario brasiliano vicino al collasso».

 

credit foto in apertura: “20200814_classes26” by International Monetary Fund is licensed under CC BY-NC-ND 2.0

 

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