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Allonsanfàn
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Erica Jong in Senza cerniera è una Isadora che non ha più paura

Ci sono scrittori che non possono invecchiare, stanno fermi in un freeze-frame di ardimento ed esaltante giovinezza. Così, per noi che la incontrammo adolescenti, Erica Jong è e sarà sempre Isadora Wing, quella ragazza che ha sì Paura di volare, ma a partire da una galeotta trasferta europea vagheggia la leggendaria “scopata senza cerniera”.

Quello “zipless”, scritto d’impulso a mano nei primi Settanta – spiega oggi Jong, newyorchese, 79 anni – con ogni probabilità sarebbe stato trasformato da un iPhone in “listen” o in qualche altra parola addomesticata, non nata da poeta, né da scrittore – Jong scrive tutt’ora a mano per non perdere il contatto tra la penna e il cuore.

Dunque. Erica Mann Jong, in qualche modo costretta dall’enorme e imprevisto successo di Fear of Flying a divenire bestsellerista e imprenditrice di se stessa, dopo una carriera diluviale e generosa, tra falsi memoir, vera fiction e romanzoni alla Tom Jones, ha l’anima candida e l’impudenza di presentarsi con la svelta autobiografia di chi in fondo è felice del proprio percorso: Senza cerniera. La mia vita (Bompiani, 2021).

Avvertenza: la prima parte del volumetto di 200 pagine svolge la storia della femminista Jong, all’interno di una sorta di assennato e un po’ ripetitivo pamphlet in onore del #MeToo.

I vissuti personalii quattro mariti, il rapporto con i genitori artisti incoscienti e i più assennati nonni, anch’essi però creativi, e poi con Molly, figlia capolavoro che l’ha resa a sua volta nonna – si innestano su una riflessione di genere, sessuo-politica, nell’onda grande e unica del femminismo… Onda che giova, dice Jong, tutte le volte che scorge la riva, prima di esser ricacciata indietro, al progresso di tutti – maschi inclusi – e alla cura del pianeta, all’umanità che si oppone – per dire – ai presidenti che mettono (fuor di metafora) i bambini in gabbia.

Nella seconda parte di Senza cerniera, Jong si fa più spigliata e racconta meglio di sé: la vocazione da poetessa (mai abbandonata) e la nascita del suo capo d’opera. Venne incubato in Germania, dove aveva seguito il marito psichiatra, Allan Jong, a bordo di treni che partivano da o portavano a Heidelberg, durante un rapporto analitico con un luminare locale – quattro volte a settimana, ah, la psicoanalisi come si faceva una volta.

Tra una considerazione antropologica sulla nonnità e la descrizione di un bipolare rapporto con Venezia, la rivendicazione di un’ispirazione carnale che le permette di dire “è stato un piacere” con ammicco sessuale (doveva essere il titolo del libro) e la necessità di prepararsi all’addio con il definitivo marito Ken… Be’, è un po’ come se Jong tornata nelle vesti seducenti di Isadora Wing si sentisse in dovere di trasmetterci la pars costruens del suo spesso divertente e divertito tragitto, neanche il libro fosse un corso di scrittura e di vita creativa.

Alla faccia delle autrici delle 50 sfumature di vattelappesca (sic nel testo), chiuso il libro andiamo a cercare tra gli scaffali vecchie copie di Paura di volare (Bompiani) e delle poesie piene di & inclusive di Frutta e verdura (idem).

IL LIBRO Erica Jong, Senza cerniera. La mia vita, traduzione di Marisa Caramella (Bompiani)

 

Credit: File:Jong, Erica -MBFI 2013 fRF 02.jpg by Rodrigo Fernández is licensed under CC BY-SA 4.0

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