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Tre piani. Nanni Moretti e l’architettura dell’infelicità

Tre piani.

Non così tanti scalini dividono il piano terra dal terzo piano. Eppure c’è chi sceglie di prendere sempre e comunque l’ascensore, certo si fa prima, e chi invece continua a salire, scalino per scalino, forse perché ci si annoia meno. Chissà poi se è vero che in ascensore si fa prima.

L’ultimo film di Nanni Moretti è stato presentato in una Cannes estiva e in ritardo, dove tutti abbiamo un po’ finto di saper tornare al cinema, quando in realtà, diciamolo, ci hanno cambiato le poltrone.

È uscito in Italia il 23 settembre 2021. È il primo a scenario esterno di Moretti, la prima salsa di pomodoro non fatta in casa con la quale Nanni Moretti ci cucina una spaghettata romana.

Tre piani è infatti tratto dal romanzo omonimo di Eshkol Nevo, ambientato a Tel Aviv.

Lo scenario del film è quindi riadattato e trasposto a Roma, in un quartiere altrettanto calmo e benestante, ben asfaltato e con cancelletti ovunque.

Inferno e Purgatorio

Il condominio di Nanni Moretti è tripartito in tre piani e in tre tempi, come una Commedia non tanto Divina, e neanche tanto commedia: film talmente angosciante, infernale a tratti, che sembra un parente di diverse uscite cinematografiche italiane degli ultimi tempi, così artefatte queste, da ricordare la noiosa goffaggine del quotidiano vivere di oggi, che non sa più diventare cinema.

Non è questo il caso, proprio per la messa in scena della messa in scena, che Nanni Moretti coscientemente ci propone: un purgatorio di relazioni uomo/famiglia e famiglia/società, dove i luoghi comuni diventano la vita stessa, simbolo di una società all’italiana sempre attaccata alla tv. Tre famiglie, un condominio, l’architettura della società.

Del resto Tolstoj ce l’aveva detto già all’inizio di Anna Karenina: “Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo.”, o qualcosa del genere.

Nanni Moretti vuole forse dirci che questi modi di essere infelici, oggi, non corrispondono più a categorie di peripezie umane, ma a una società ansiosa che si è svuotata di se stessa.

Il fatto è che la messa in scena di Tre Piani ci rimanda dritti dritti alle costruzioni implasticate di una società tutta italiana dell’oggigiorno: al terzo piano ci sono genitori ossessionati dalla retta via che il figlio deve seguire, dal mestiere autorevole che il ragazzo deve indossare nella società, dai doveri necessari per incanalarsi bene nel fiume veloce della piccola borghesia che – e che tristezza – ha perso anche l’unica nota umana, sapersi divertire. Tempo fa nel mettere in scena spaccati di piccola borghesia anni ’80 ne veniva fuori una buona commedia all’italiana, oggi invece si fa fatica anche a farne del cinema drammatico. Signori giudici, siamo sicuri che la vostra sia davvero la retta via da seguire?

Genitori e figli

Due genitori giudici, un figlio assassino. Al vacillare della moralità della madre disperata dal dover salvare il figlio, corrisponde la freddezza del padre che decide di non volerlo mai più vedere. In una scena degna del Moretti di sempre, il padre cancella per sempre la voce del figlio ancora bambino registrata nella segreteria del telefono di casa, senza esitare, e sostituisce il messaggio con la propria voce. La madre, dopo la morte del marito, continuerà a parlare a quella segreteria, come non ha mai parlato a nessuno.

Al secondo piano c’è una donna sola, che passa inosservata a tutti tranne che ai bambini, che la chiamano vedova perché suo marito non c’è mai. Lei è matta agli occhi degli adulti. Alba Rohrwacher la interpreta, e rimette a noi quel dubbio sorridente di quei personaggi che forse sono un po’ folli, ma in verità forse a un certo punto hanno solo deciso di vivere.

Al primo piano, poi, una famiglia dalle vicissitudini sempre dette a metà, marchiata da un dubbio soffocante del papà verso la sua bambina.

C’è poi alla fine ancora un piccolo paradiso giovane, scorto solo da un barattolo di miele fatto in casa, dalle strade sterrate di una campagna lontana dall’asfalto, dove tutto torna più umano, più vero. È fatto di giovani anche se ricorda i nonni. Barattoli di pelati sul tavolo di legno, sole caldo, casetta in campagna. Italia?

C’è un venticello fresco anche tra i controlli di sicurezza in aeroporto, della bambina del primo piano che diventa una “ragazza con la valigia’’ e va a vivere all’estero, accompagnata da mamma e papà in lacrime: la loro bambina parte, esce dal condominio felice, ma con quella piccola stretta del lanciarsi lontano.

Uno sguardo oltre

C’è in questo film, da un lato una sorta di travail sulla psicologia dell’essere maschile, non sempre uomo e non sempre umano. Dall’altro, c’è un bel punto interrogativo sulla capacità, tutta da mettere in discussione facendo su e giù dalle scale del proprio condominio (sarebbe stato utile aver visto questo film prima delle quarantene prolungate del 2020… ma c’è sempre tempo), di saper vedere, oltre ai tre quattro piani del proprio condominio, anche le facciate del palazzo, e vederlo così a fianco ad altri palazzi, con altri balconi e altre finestre, riflesse su strade lunghe, che portano lontano e poi fanno tornare a casa, ballando un tango magari.

Credit: Nanni Moretti 007 by Cinemazero is licensed under CC BY-NC-SA 2.0

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