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Allonsanfàn
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Irene Vallejo, Papyrus. La parola scritta tra passato, presente e futuro

Segnalo un libro che consiglierei di prendere a piccole dosi, senza l’ansia di arrivare all’ultima pagina per sapere come finisce, da gustarsi lentamente, un libro che ordina e risistema molto di quello che già sappiamo e ci accorgiamo di avere dimenticato inoltrandoci, al tempo stesso, verso nuove e vecchie frontiere che non avevamo esplorato sapendo in anticipo (socraticamente) che mai le avremmo potute attraversare tutteEpperò, leggere questo libro ci libererà da quanto ci è rimasto dell’ansia di sapere. Si tratta di PapyrusBompiani editore, prima edizione in Italia settembre 2021, autrice Irene Vallejo. L’autrice è del 1979, laurea in filologia e dottorato in due università (Saragozza e Firenze) e, parlando la nostra lingua, ha potuto seguire e controllare l’ottima traduzione di Monica R. Bedana. Papyrus è uscito in Spagna nel 2019 ed ha già venduto 250.000 copie. Consigliato da un amico che ha conosciuto l’autrice a Firenze, l’ho comprato sebbene con un po’ di diffidenza perché si tratta di un lungo racconto che va dalle parole scritte su una tavoletta di legno o scolpite nella pietra al papiro, fino alla stampa con qualche escursione, persino, nella riproduzione digitale.

Il sottotitolo èl’infinito in un giunco. La grande avventura del libro nel mondo antico”. E ho scoperto subito trattarsi di un’opera fuori da ogni schema: imprevedibile, con humour e con tratti di poesia, colta e appassionata ma con leggerezza. L’indice consta del prologo, una prima parte (La Grecia immagina il futuro), una seconda parte (Le vie di Roma) e dell’epilogo. Insomma: è un compendio della cultura greco-latina che ci spiega come la parola scritta, assurta alla dignità di libro col papiro e con la carta, delinea e ricostruisce la storia del mondo. Vi segnalerò, in proposito, due o tre cose che mi sembrano affascinanti in quest’opera, ma ce ne sono altre degne di nota, sia per lo stile sia per il contenuto, che potrete scoprire da voi. Sentite questo incipit: “Misteriosi gruppi di uomini a cavallo percorrono le vie di Grecia […]. I cavalieri galoppano senza fare caso agli abitanti dei villaggio []. Hanno muscoli e capacità di resistenza irrobustiti dalla stessa missione affidata loro []. Sono cacciatori alla ricerca di prede molto speciali. Prede silenziose, astute, che non lasciano tracce né orme []. Libri. Cercano libri”.

Sono i tempi di Tolomeo, uno dei più importanti condottieri di quell’Alessandro III detto il Grande, che ebbe come precettore nientemeno che Aristotele. Tolomeo fu uno dei condottieri che si divisero, dopo la sua morte precoce, il più vasto impero mai esistito prima delle conquiste compiute dal re macedone non solo con i suoi armati ma anche, presumibilmente, con le idee trasmessegli da Aristotele. In Egitto, un paese che non è il suo (di cui sappiamo che Tolomeo non conosce neppure la lingua), questo condottiero fonderà una dinastia di faraoni che arriverà fino a Cleopatra, e coltiverà l’aspirazione di riunire in Alessandria, la città sul delta del Nilo inventata di sana pianta, una biblioteca contenente tutto ciò che al tempo si poteva trovare di scritto. Quei cavalieri avrebbero preferito fare altro – conquistare, possedere, entrare nelle città da trionfatori – ci racconta la scrittrice e la studiosa: “Ho il sentore, però, che seguendo la piste di tutti i libri come se fossero parti di un tesoro sparpagliato, abbiano posto, senza saperlo, le fondamenta del nostro mondo”.

La biblioteca di Alessandria

Un altro aspetto di Papyrus che pongo alla vostra attenzione è l’intreccio che secondo l’autrice permane tra la biblioteca di Alessandria, anche dopo la sua rovina, altre biblioteche e altri libri fino alla contemporaneità. La Vallejo ha l’abilità e la sicurezza di chi riesce a non confondere la cultura con l’erudizione, non ci annoia e spazia con grazia e padronanza tra il vero e il verosimile, si tratti di raccontare da quante bocche sono passati i racconti orali di Omero prima che fossero fissati in forma scritta, o quelli dei filosofi naturali e dei grandi autori di storie e di tragedie. Di molti nomi parla cioèe per quanto possibile anche delle date, ma riesce a raggruppare il tutto in grandi famiglie e a rendere leggibile anche ai meno preparati un contesto che altrimenti potrebbe risultare illeggibile. Fare l’elenco dei nomi e delle date sarebbe impossibile per un articoletto come questo, ma diluito nelle 576 pagine del libro potrebbe risultare piacevole conoscerlo e, a differenza di certi tomi polverosi che ci annoiarono negli anni di scuola, trovarlo persino spassoso.

Vediamo per sommi capi di che cosa si tratta. Intanto, dalloriginale biblioteca di Alessandria (che come sappiamo si perse nelle fiamme) si passa alle biblioteche che sorgono ogni dove nel periodo ellenistico e possiamo ancor oggi ammirare per quel che riguarda le vestigia archeologiche e persino qualche frontone con frasi scolpite che portano fino a noi frammenti di opere irrimediabilmente perdute (viene subito mente la famosa frase scolpita sul frontone del tempio di Delfi: “conosci te stesso”). Sì, perché molte opere sono andate perdute, e così questo libro diventa anche ricostruzione e riproduzione con tutti i limiti e le possibilità che derivano dal doversi, periodicamente, reinventare. Lasciando perdere, adesso, le grandi famiglie – i poemi epici, i filosofi, le tragedie, le storie, le accademie famose di Atene come quella platonica di cui manteniamo conoscenza e le molteplici fioriture dell’ingegno umanopassiamo ai monasteri in cui, persino nelle epoche più buie del Medioevo, i monaci amanuensi consentirono il recupero di quel sapere. E qui la Vallejo ha il verso, dopo essere passata dall’antica Roma, attraverso l’epoca barbarica e agli umanisti del Rinascimento, di richiamare alla nostra attenzione i contemporanei: da Jorge Luis Borges con la sua Biblioteca di Babele a Umberto Eco con il suo Il nome della rosa.

I salvatori invisibili

Molto più in là, e in profondità, non voglio andare anche per non risparmiarvi il gusto della scoperta. Dirò, per concludere, che in Papyrus non mancano neppure riferimenti autobiografici, non solo per quanto riguarda le linee di ricerca e di studio cui la Vallejo ha potuto e saputo attingere, ma anche per il nascere di questa sua passione per il libro, per ciò che è arrivato fino a noi con la scrittura degli antichi, una passione che non è innata ma si forma nel contesto familiare ed educativo in cui è cresciuta. Intenerisce il ricordo del nonno che nelle calde estati di Saragozza tiene la sua manina nella mano grande, dal dorso spruzzato di quelle lentiggini gialle che dipinge l’età. È un uomo buono, ci racconta, che aiuta tutti quelli che può aiutare e aggiusta tutto quello che può aggiustare e, dopo avere neutralizzato il pericolo di una buccia di banana abbandonata al tradimento di un marciapiede, dice alla nipote: “Capisci? Il bene non si nota. Qualcuno si risparmierà uno scivolone, una caduta e una gamba rotta. E non lo saprà mai”. Dopodiché la scrittrice e studiosa dichiara: “L’argomento di questo libro sono le persone come mio nonno. I salvatori invisibili. È la distruzione evitata da qualcuno grazie a uno sforzo muto. È il caos che si sarebbe potuto creare ma che non si genera. È il bene che non si nota”.

Ma, infine, cos’è questo bene? Credo che l’autrice lo riassuma nella figura della madre che sapeva leggerle, prima di dormire, con voce suadente qualcosa dei libri che la piccola pensava essere narcisisticamente suoi. Ma poi, crescendo, capì che erano un dono per tutti, qualcosa di coltivato nel tempo, raccolto e recuperato da altri, di nuovo seminato e a disposizione di chi lo ama. Capiscano questa cosa, in un’epoca come la nostra in cui sembra che la tecnologia digitale possa sostituire il libro, anche i genitori, i familiari, gli amici, gli adulti, gli insegnanti. Capiscano che i libri sono un dono, non un peso, ed educhino a goderne, di questo dono, i più giovani. Se poi qualcosa dovesse cambiare dal punto di vista del mezzo di supporto (siamo al tempo dell’e-book) ricordino che salvare la parola scritta ha significato e significa raccontarci e raccontare qualcosa della nostra utile o inutile presenza nel mondo, le storie e i pensieri, gli umori e le conoscenze, circostanze e vicende ripetibili e irripetibili, fantasiose e reali: materiale su cui costruire un edificio più grande della nostra stessa persona ponendola in relazione con gli altri, persino coloro che non abbiamo conosciuto e non conosceremo mai. Con ciò, mutando nel bene e nel male quello che ci circonda, la parola scritta richiamerà nel presente la nostra cura e la nostra attenzione per le lezioni che provengono dal passato consentendoci di guardare un po’ meglio al futuro.

IL LIBRO Irene Vallejo, Papyrus. Linfinito in un giunco (Bompiani)

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