UN BLOG
IN FORMA DI MAGAZINE
E VICEVERSA

Allonsanfàn
{{post_author}}

Serge di Yasmina Reza. Uno sguardo lucido sulla nostra rovina

Non si dice abbastanza la leggerezza che provoca l’assenza di eredità” Yasmina Reza

In viaggio per Auschwitz, nel mezzo del nuovo romanzo di Yasmina Reza (Parigi, 1959), troviamo una famiglia ebraica molto scassata: tre anziani e umorali fratelli più una ragazza, la figlia di uno di loro, che i tre capiscono assai poco. Tra fratelli, invece, si conoscono a memoria, alimentando una continua baruffa, prigionieri di un lessico stantio di ricordi e di una grammatica inscalfibile di comportamenti. Vanno in visita – ma potremmo dire in gita tra gente in tenuta semibalneare golosa di selfie al filo spinato – ad Auschwitz, con zelo mischiato a malavoglia, perché ce li ha trascinati la ragazza. Che cosa ne trarranno? Buona domanda, a cui Reza non mancherà di rispondere in Serge (Flammarion 2021, Adelphi, 2022).

I fratelli Popper sono gli eredi di lontani e sconosciuti deportati ungheresi di cui ad Auschwitz non troveranno le tracce, e sono impacciati e sradicati forse perché incapaci di vivere “da grandi”, forse perché socialmente altro non sono che malmessi borghesi francesi (europei) dei giorni nostri.

Jean, l’uomo che racconta in prima persona, rimugina dubbi e malumori che gli impediscono di prendere serie decisioni, per esempio sposare l’ex compagna e crescere un bambino difficile; Nana, brava donna e volonterosa, si è scoperta una missione da assistente sociale che vive per gli altri, a partire dal figlio aspirante cuoco e dal marito sudamericano (mal visto e sbeffeggiato dai consanguinei di Nana); Serge, il character del titolo, padre dell’estetista Joséphine, sente sulle spalle i suoi sessant’anni di fallimenti e di miseri traffici: mollato dalla moglie dopo uno sbadato tradimento, tra tic e paranoie, distrazione e noncuranza, si perde in una deriva di ruggente scontentezza. Senza mai smettere di trafficare (vende immobili tarocchi) e di litigare con tutti, che per metà lo trattano da velleitario mentecatto, per metà subiscono lo charme di un ostentato candore.

Drammaturga di fama per Le Dieu du carnage, il Carnage cinematografico di Roman Polanski, e narratrice applaudita per riuscite opere polifoniche come Felici i felici (Adelphi, 2013) o Anna-Marie la beltà (Adelphi 2021), Reza ha un talento per illustrare la normalità che genera mostri, l’ottusità che produce ferocia, l’idiozia che si cambia in monete di sonante infelicità. E anche se noi facciamo finta di niente, se poi ridiamo – Reza è spesso comica sebbene o anzi proprio perché dotata di uno sguardo puntuto e crudele – il disastro che narra è tutta “roba nostra”, appartenente alla nostra Europa bollita con già il piede nella fossa.

Loro siamo noi, mentre ci affanniamo, per dirla con Jean, a trovare un ordine nel disordine della vita, ad allontanare il pensiero azzerante che siamo poco più di nulla, intanto che invecchiando ci costruiamo una rigida corazza o ci votiamo al melodramma.

In omaggio alle sue origini, Reza mette in scena una variante ebraica dei suoi estri, la qual cosa le permette un excursus in un terribile passato – se alla fin fine si dimentica Auschwitz, chissà il resto – e garantisce la vivacità un po’ bozzettistica dei personaggi principali (Serge a poco a poco si prende tutta la scena) e di quelli di contorno, non per caso morenti, come il vecchio indomabile cugino Maurice, tentato per un attimo dall’eutanasia e tradito (vedrete come) da uno yogurt.

Il futuro sembra non esserci, il passato c’è sempre pur se non aiuta. Non per caso i temi intrecciati del romanzo – serviti da Reza con “sa lucidité hilarante, son tact admirable, son art de donner souffle à des êtres hantés par l’insignifiance, attaqués par la mélancolie” (ecco le lodi di Le Monde) – sono la dimenticanza e la morte. Con un montaggio sofisticato che rende dinamico il testo anche in assenza di una trama forte, Yasmina Reza provoca la nostra risata a denti molto stretti e il nostro molto piacevole sconforto.

IL LIBRO Yasmina Reza, Serge, traduzione di Daniela Salomoni (Adelphi)

Nella foto in apertura, Yasmina Reza qualche anno fa (credit: Yasmina Reza, playwright by Huntington Theatre Company is marked with CC BY 2.0)

I social: