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Milano seduce anche gli scettici, passeggiando con Kerbaker

Nonostante i cambiamenti climatici che hanno fatto sparire quasi del tutto, da tempo, la nebbia, la neve e il freddo di una volta (qualche settimana di afa estiva resiste). Malgrado la nuova metropoli verticale (nel senso dei grattacieli) e la buona tenuta dei tanti monumenti più datati o proprio antichi. Nonostante i turisti stranieri (e non solo) in costante aumento, tanto da superare spesso i numeri romani (pandemia permettendo, ovvio). Malgrado manifestazioni e saloni noti in tutto il mondo. Nonostante i fasti dell’Expo nel 2015 e quelli sempiterni della moda, eccetera eccetera… Ebbene, anche se c’è tutto questo, Milano fatica ancora – nell’immaginario dei non-milanesi, tanto più di quelli rivieraschi e centro-meridionali – a farsi accettare come una città che è anche bella.

Questa sottovalutazione pregiudiziale crea qualche sconforto (non eccessivo, sia chiaro…) per i milanesi: un’”etnia” super-ibrida, multiregionale e ormai multinazionale, visto che ben pochi possono vantare nonni autoctoni o almeno nati in città. I residenti più o meno doc (come chi firma questa articolo, che ci abita da decenni ma ha radici liguri) molto meneghinamente, di solito, mostrano – quasi con sincerità – di sbattersene dei pregiudizi sulla loro metropoli, convinti da decenni di vivere (non hanno tutti i torti) nella mitica “locomotiva d’Italia”. “Vorrà dire che ce la godremo noi!”, pensano. Anche se alcuni – i meno giovani – ancora si chiedono perché mai Memo Remigi (che per giunta era nato vicino, a Erba nel Comasco, mica alle Maldive) nel 1965 scrisse la canzone Innamorati a Milano (ripresa nel 1979 da Ornella Vanoni, nata all’ombra del Duomo) declamando: “Sapessi com’è strano / sentirsi innamorati a Milano / …Senza fiori senza verde / senza cielo senza niente… / Eppure in questo posto impossibile / tu mi hai detto ‘ti amo’”.

Vabbè, si potrà pensare che quasi 60 anni fa magari era davvero così indigesta, la “nostra” Milano; però da queste parti ci si poteva innamorare serenamente, quindi avrà avuto anche allora il suo bello. Oggi ce l’ha di sicuro. Lo dimostra empiricamente un milanesissimo che, qualche mese fa, ha dato alla luce Milano in 10 passeggiate (Bur Rizzoli, 2021). Si chiama Andrea Kerbaker: scrittore, collezionista, professore alla Cattolica, fondatore della Kasa dei Libri, sposato con una signora inglese, nella metropoli vive felicemente da quando è nato nel 1960, sebbene il cognome testimoni le origini bretoni dei suoi avi, arrivati qui due secoli fa.

Tuttavia non aspettatevi una guida turistica, semmai è un libro da affiancare a una guida tradizionale. Persino per chi vive già da tempo nel capoluogo lombardo è uno strumento di conoscenza e di autocoscienza, lungo più di duemila anni di storia. Sia chiaro: il titolo del piccolo volume è, dal punto di vista formale, fedele al contenuto; in effetti Kerbaker propone una decina di percorsi in città, con tanto di piccole mappe. Però non sono soltanto passeggiate turistiche, anzi.

D’altra parte, il turista tipico difficilmente va a cercare posti in cui ci sono stati delitti o rapine che hanno fatto epoca o in cui si sono consumati i massacri e gli assassini negli anni delle bombe e del terrorismo. Ovvio, l’autore ci accompagna pure in luoghi ricchi di arte, ricordi letterari, storia e bellezza. Tuttavia, parallelamente, propone una passeggiata interiore, quella nella sua memoria e nel suo modo di vivere (e di avere vissuto) il vagabondaggio per Milano, dal cuore alle tante periferie. Insomma, si tratta di itinerari durante i quali non si può fare a meno di conoscere la città come l’ha vissuta colui che la descrive.

Kerbaker ha scritto il libro durante il primo lockdown, più o meno. Non è solo un dettaglio cronologico, lo è anche metodologico. Con lui si incontra una Milano meno frenetica, a tratti semi-vuota. Il confronto avviene soprattutto con gli spazi, con i ricordi (anche quelli personalissimi, incluso il corteggiamento itinerante della donna che poi sarebbe diventata sua moglie), più che con il presente che scalpita. È un racconto suddiviso seguendo la logica dei percorsi tematici, non quella delle zone e dei quartieri, mentre si schivano musei e siti archeologici. Il linguaggio è sempre complice, a tratti ironico, spesso sornione, talvolta molto serio o malinconico.

Con questo spirito l’autore propone prima di tutto la Milano d’autore, un percorso letterario all’inseguimento di personaggi che vanno da Boccaccio a Gadda, da Petrarca a Hemingway, da Stendhal e Montale, da Byron a Eco, da Manzoni a Foscolo e Parini, con le loro tracce e i loro luoghi. C’è poi il giro da rendere obbligatorio per quelli che “A-Milano-non-c’è-niente-da-vedere”, con luoghi minori (si fa per dire) rispetto al solito Duomo: da Sant’Ambrogio a Santa Maria presso San Satiro, da San Maurizio al Monastero maggiore e ai cortili dell’Università Cattolica. Ecco poi il capitolo “Casetta nera”, dedicato all’edilizia del Ventennio fascista, che ancora segna la città e in molti casi è assai degna di nota. Segue “La città che sale”, con i suoi grattacieli, talvolta un po’ sboroni, nati negli ultimi anni e con quelli del Dopoguerra, a cominciare dal Pirellone. Dopo tocca ai “Delitti esemplari”, con le tappe nella Milano della cronaca nera. Segue uno stacco nella città dei teatri, dalla Palazzina Liberty di Fo e Rame al nuovo Strehler.

Il capitolo “Con i piedi di piombo” è dedicato al tragico periodo trascorso tra fine anni Sessanta e inizio anni Ottanta; con varie tappe nei luoghi più significativi, dalla banca della strage di piazza Fontana ai punti in cui ci sono stati gli omicidi e i ferimenti di magistrati, studenti, esponenti delle forze dell’ordine, magistrati e giornalisti. Fino a ricordare anche le vittime dimenticate per decenni; come il pensionato Giuseppe Tavecchio, colpito e ucciso l’11 marzo 1972 in piazza della Scala – mentre era lì per caso – da un candelotto lacrimogeno della polizia, durante scontri di piazza: grazie a un altro libro di Kerbaker che ne ha raccontato la storia, La rimozione (Marsilio, 2016), l’11 marzo 2022, 40 anni dopo, una lapide che lo ricorda è stata collocata in via Verdi.

Quindi ecco la Milano manzoniana e teatro degli eventi narrati ne I promessi sposi. Fino a un lungo capitolo che – tra l’introspettivo e il descrittivo – fa venire voglia di visitare non una ma più volte il Cimitero monumentale, una delle mete più frequentate dai turisti di tutto il mondo e più ignorate dai milanesi. Infine un epilogo in cui Kerbaker ricorda, camminando in una città svuotata dall’emergenza sanitaria, quella vecchia canzone della sua infanzia. “Tutta mia la città/ Un deserto che conosco/ Tutta mia la città…” (versione italiana, molto rimaneggiata, di un successo internazionale – Blackberry Way, 1968 – del gruppo inglese The Move, proposta dall’Equipe 84 nel 1969). La canzone ci fa concludere le dieci passeggiate col ricordo di sua mamma, una tosta signora che un giorno gli disse, in stile molto milanese: “Pazienza, morirò. Sono arrivata a novant’anni, posso anche permettermelo”. Buon tour, dunque, tra strade e ricordi, con una “guida” che si legge come un romanzo e che è una dichiarazione d’amore nei confronti di questa metropoli: unica in Italia, ma talvolta ancora troppo schiva.

Andrea Kerbaker

IL LIBRO Andrea Kerbaker, Milano in 10 passeggiate, Bur Rizzoli, Milano 2021

La foto di una passeggiata l’abbiamo trovata nella pagina FB della Kasa dei libri

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