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Allonsanfàn
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Gialli d’epoca. Olivieri e la Milano de il caso Kodra

Nel 1978, a Milano c’era ancora la nebbia, così tanta che da Loreto alle cinque di sera potevi mancare l’imbocco in corso Buenos Aires; e via Catalani, traversa di Porpora, esibiva ancora la sua teoria di villette e piccole case e hotel da poco variamente colorati; e sui banchi dei bar e delle edicole si notavano il Corriere e il Giornale, ma il pomeriggio dell’informazione era tutto per la stampa nera a tinte forti de La Notte.

Il vicecommissario Ambrosio, quarantottenne con il Rolex al polso e il cuore saccagnato da una recente separazione amorosa, gira per la città in un pellegrinaggio metà personale metà professionale – ha una Golf, auto allora in voga: impariamo subito che Ambrosio tiene a un certo decoro.

Comunque. Sta cercando la verità su un dubbio incidente stradale, che ha lasciato sull’asfalto di via Porpora la signora Maria Kodra, cioè la vittima misteriosa de Il caso Kodra – la prima uscita del quale, che segna l’esordio nel giallo del giornalista Renato Olivieri, data 1978; casa editrice la destrorsa Rusconi, e si capisce abbastanza perché.

Ambrosio indaga e si distrae dalla caratteriale malinconia. Mette alla prova la sua abilità sul “delitto dell’Epifania” – come l’ha già ribattezzato La Notte – ben coperto da un giaccone di montone e, dopo aver invidiato la cravatta Yves Saint Laurent a un primario, invita a cena da Bagutta una bella infermiera con la coda di cavallo e gli stivali coordinati con il cinturone – essendo la trattoria toscana decorata da pittori, ama sedere a fianco dalla parete dipinta da Achille Funi.

Non è dandismo, bensì umile, non ostentata cultura. Ambrosio di pittura se ne intende, ossia dipingere è il suo sogno irrealizzato – tutti i detective di personalità ne possiedono uno. Non per caso, trova che il portinaio della casa dove abitava Kodra sembra uscito da un Rosai e gli fanno allegria le opere di Vasarely che ammira nella dimora dell’industriale Wolf. Ma pure in letteratura se la cava, può persino capitargli in testa un verso di Raffaele Carrieri – Carrieri, chi era costui? Ma poi Ambrosio cita, al culmine della suspense (pochina in verità) e del mal d’amore, suo e altrui, Ezra Pound.

Il vicecommissario – vice, poiché è agli inizi di carriera – si innamora un po’ dell’infermiera Emanuela e i due insieme giocano esplicitamente a copiare Maigret e la sua Signora: bene, è forse in questa quieta e citatoria atmosfera già allora d’antan (in fondo siamo un anno dopo il 1977!), che si svela l’imprinting di quella che sarà una fortunata serie di imprese poliziesche. Il pensieroso e prudente Ambrosio si sintonizza, accendendo una Muratti, e non un’aggressiva Marlboro, sul ronron della borghesia meneghina di cui, tra un interrogatorio e un’intuizione, possiede il casto savoir-vivre. È un rappresentante un po’ svagato della Milano capitale industriosa, cui si lega stretto il successo di Olivieri (1925-2013), ibrida figura di produttivo e popolare giornalista scrittore; e infatti io scovo su una bancarella Il caso Kodra in una ristampa da edicola del 1998 per il Giallo Mondadori.

Olivieri/Ambrosio cerca di spiegare al lettore la realtà cittadina, e la bonarietà, il desiderio di comprendere, fa sedere il personaggio nel consesso dei commissari buoni, tra gli sbirri convinti che in fondo viviamo nella migliore delle democrazie occidentali possibili – qui non compaiono stragi nere o terroristi rossi e il Manifesto è designato come il quotidiano degli “estremisti”. Il delitto, soprattutto se d’amore, è allora un inconveniente tecnico, equiparabile a un’intromissione eccessiva del cuore o al salto di un fusibile in un elettrodomestico.

Olivieri descrive la cara e vecchia alta media ma pure piccola e micro borghesia, e se parla d’immigrati, questi sono come Kodra, avventurose ex ragazze fiumane che spiccano, con la loro dose di segreti, tra i pittoreschi terroni giunti da Béri. Ambrosio, a un certo punto, nota che Kodra pare un nome inventato da Dino Buzzati, ma certo questa somiglianza non suggerisce alcun aspetto metafisico al caso in corso, a meno che il lettore non noti l’irreale e quasi strampalata provenienza sociale dei cattivi di turno – non per niente, i delitti sui quali Ambrosio indaga “sono dettati quasi sempre da passioni e desideri di carattere personale; non derivano da una generale corruzione dei costumi … bensì da una deviazione del singolo” (Luca Crovi, Storia del giallo italiano, Marsilio).

Prima edizione Rusconi

Ma questa Milano è la stessa città in cui si muoveva il Duca Lamberti di Giorgio Scerbanenco, con cui Renato Olivieri condivide biograficamente e bizzarramente una lunga militanza nei periodici femminili (Grazia, Annabella, etc.)? È la stessa Milano, certo, dopo un decennio e più di assestamento (Il caso Venere privata data 1966), dopo che è colato via dalle pagine del vicecommissario il nero pessimismo di Scerbanenco riguardante le classi popolari e l’irredimibile avidità degli ultimi che si rispecchia nella crudele e vile carogneria dei primi. Questo Ambrosio al debutto, che vive sui toni leggeri congeniali a Olivieri, si trova quasi stupito quando alla resa dei conti in scena compaiono le pistole.

Nella foto in alto, Renato Olivieri. Ho acquistato il libro da Fabrizio, alla bancarella di piazzale Loreto, ben fornita anche di gialli, al prezzo di 1 euro: conveniva.

Di gialli e noir italiani, ho già parlato qui, riguardo un ebook di Scerbanenco, e qui, a proposito delle Darklands di Paolo Grugnì.

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