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Allonsanfàn
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Napoli in replica. Caffè, pizza e nuovi cliché

E poi c’è quella goccia che cade e non si capisce se viene dai condizionatori come ad Hong Kong, regolare quanto imprevedibile, se non hai occhio che per le piccole pozze sulla pietra, mentre Napoli mette in scena se stessa, l’eterno spettacolo di varia umanità per l’ennesima replica di successo quando le maschere sono le stesse, e Maradona va a braccetto con Sofia… perché cambiare infatti? Rinascere in continuazione come Milano? E se venisse invece dai panni stesi, un concentrato di fresco bucato che si potrebbe – nel gioco dei cliché – imbottigliare come l’aria in vendita per i turisti che sono disposti a stare in fila per ore ad aspettare la pizza, quella pizza, che evidentemente giustifica la fatica dello stare in piedi in coda cotti al caldo con la speranza di un morso di verace autenticità quando la pizzeria di fronte è vuota e ci si siede subito comodamente al tavolo? E ci sono anche napoletani tra quelli che si mettono in coda, davanti a me che già rinuncio, tra cinesi e tedeschi, e tra coreani e argentini con la maglietta del Napoli e americani col numero 10 della Albiceleste? E se non sono la versione giargiana lo fanno per perpetuare, partecipandovi, il gioco, pettinati come Kvara con identica barbetta, o per divertirsi a sentire arrotare le erre su Margherita e Marinara e vedere le giapponesine posare poi con i cartoni bollenti in mano?

L’omino seduto fuori dal negozio a fianco, sulla sdraio Spaghetti tarocca, capito che sto per improvvisare un’inchiesta sul campo aspetta solo d’essere interrogato visto che a quest’ora nessuno ha occhi per gli Accessori Kids: “È tutta pubblicità – dice – da quando c’è stata Julia Roberts”. Ma l’attrice originale o quella simil poco o tanto come le due venete alle quali un minuto fa hanno rifilato un pacco di calzini da uomo intortate per bene chiamandole, loro lusingate anche più che divertite, appunto Julia e Kim? “Basta un po’ d’intelligenza” dice meglio di come traduco io. “Ma come possono fare una pizza buona se devono fare di fretta per non fare aspettare troppo la gente? Ma che napoletani, questi vengono tutti da fuori!”. Così davvero mi siedo alla pizzeria di fronte giusto in tempo per sentire un foresto prima di accomodarsi chiedere al cameriere: “Ma voi qui la fate la pizza napoletana?”. Che è questione risibile ma pure assai complessa già a partire dal fatto incontestabile che la pizza nominata Napoli a Napoli non c’è – come non ci sono piante di caffè sotto il Vesuvio – e se la cerchi nel menu la trovi come Romana. Ma tutto questo per dire cosa, visto che in realtà dovrei parlare del caffè sotto lo sguardo perplesso di Eduardo, Massimo e Totò? Anzi dovrei presentare un nuovo digital magazine che parla di caffè, e siccome lo firma Lavazza è un po’ come se uno scrittore scrivesse di se stesso salvo poi doversi giustificare perché non si stacca dal suo ombelico anche se fa autofiction. Ma se come tutti sappiamo è nel passaggio attraverso la miscela che l’acqua ribollendo compie il miracolo di diventare caffè, se filtro il caffè con la miscela che risultato posso ottenere?

Forse quello che fa Napoli sgocciolando estratto di Napoli sulle teste dei passanti, al dunque pure piacevole nel caldo estremo di luglio? Curioso rimango in attesa di quelli che si direbbero sviluppi in transito tra una dichiarazione d’intenti editoriali al Gran Caffè La Caffettiera nel moltiplicarsi dei rimandi e delle maschere (ma Osimhen is the new Pulcinella, nero come piace a Netflix?) e la sperimentazione di un percorso di degustazione di cocktail filtrati allo speakeasy L’antiquario… goccia dopo goccia… tramite apposito alambicco da misture alcoliche che nel passaggio attraverso il caffè assumono profumi nuovi e sorprendenti al palato, oppure assaporo declinazioni contemporanee a tavola accompagnate nei calici da abbinamenti inaspettati sempre al gusto di caffeina, e mi trovo a chiedere a me stesso se come per il piatto dello chef Giuseppe Iannotti del 177Toledo battezzato “Carn a sott’ e maccarun’ a copp’ Up and down” io non stia parlando di Napoli (a sott’) scrivendo del caffè (a copp’) o se sia possibile con uguale criterio, se invece del vino bevo caffè, servire un alcolico a fine pasto al posto del caffè senza guastare oltretutto l’attesa dell’ammazzacaffè.

Dicevo degli stereotipi e di come ci si possa giocare, di come con Mario Schifano (ora in temporanea alle Gallerie d’Italia) si possano reinventare anche i loghi, caricarli di significati nuovi: se a Napoli dove Maradona è un nume tutelare si può trovare stesa ad asciugare una maglietta ribattezzata Masardona allora si può anche passeggiare per Chiaia chiedendosi dove sia finita Napoli (ma una Napoli senza Napoli è come il famoso caffè di Ernst Lubitsch che è caffè senza panna anche se la panna non c’è e il barista te lo fa senza latte perché non si perda il gusto del semplice caffè). O inoltrarsi da soli nei vicoli bui a notte fonda e invece di un minaccioso Michelangelo Merisi o dei motorini di Gomorra frovare dentro la penombra dei bassi il Caravaggio, tra donne in chador che cullano un bambino come in un presepe senza Giuseppe né i pastori né le statuine di san Gregorio Armeno. Oppure dovendosi allacciare la cintura sul van perché l’autista con aria di malcelato rimprovero dice non si ferma l’avviso sonoro trovarsi a sospirare che non è più la Napoli di una volta (quella con le strisce nere diagonali disegnate sulle T-shirt).

Questo per dire che tra innovazione e tradizione non ti salva l’essere dinamico, lo iato è più largo e la questione più complessa di come la risolvono nei master di comunicazione d’impresa. Fermo restando che – ma sono opinioni – sia sempre meglio parlare di qualcosa parlando d’altro e che è inutile voler scoprire chi ci sia dietro la maschera di Pulcinella perché il segreto di Pulcinella è che c’è proprio Pulcinella e allora i napoletani sono proprio napoletani anche se decidono di recitare la parte dei napoletani. Il Cristo Velato si rivela più nudo col velo che se fosse nudo davvero mentre una macchina anatomica, con tutte quelle vene e quei ventricoli, ci dice meno di una sceneggiata tra guardiani della Cappella Sansevero per una pausa caffè prolungatasi oltre il dovuto.

Se Toledo mi ricorda istintivamente Trieste forse si può parlare di caffè parlando della pizza. Ma a proposito qualcuno ha mai verificato in tempi così proni alla scienza se davvero è l’acqua il segreto della miscela o dell’impasto? O si sospende il giudizio lasciando una moneta, come da tradizione, al bancone del bar? Ed è più buono il caffè con la moka o con la napoletana? E se lo filtro quanto influisce sul risultato la qualità del blender? Sarà utile interrogarsi come sostiene Matteo Paolillo, l’attore di Mare Fuori oggi ambassador Lavazza, così da non bere più un caffè senza pensare a tutto ciò che sta dietro una tazzina o il valore del rito del caffè sta proprio nel fatto che lo si compie per abitudine, e quindi non è fuori come il desiderio del mare per chi lo può solo vedere ma, fortunatamente, ben radicato e appagato dentro a casa o entrando in un bar? A proposito della mia pizza, era buona. Ma se la devo pagare quanto a Milano allora a Milano la trovo buona uguale, magari faticando un po’ di più, però a Milano me la sanno vendere meglio, a ognuno il suo specifico. E agli estremi avrà più valore per il marketing una spremuta a cosce aperte ai Quartieri Spagnoli o il cazzolo a Ticinese? Come dice il bartender Dario Tortorella agitando parossistico il suo tumbler: “Non fidatevi dei barman che non shakerano a lungo”.

Leggerò con piacere storie che ruotano intorno al caffè scoprendo qualcosa degli uomini e delle città se è vero che il Manhattan alla ciliegia con un ingrediente segreto, se mi fido, come mi chiede il bartender: “A ogni sorso racconterà qualcosa di noi e di Napoli”.

“Dotto’ che me lo paga un caffè per piacere?”

Ricordando che il caffè, espresso o da meditazione come si vorrebbe ora e già è fuori dall’Italia, non deve essere soltanto buono ma anche bello.

Questo racconto nasce in occasione del press trip organizzato da Lavazza per il lancio del suo digital magazine The Blender. Tutte le foto e il video che si trova qui sono di Gabriele Nava

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