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Allonsanfàn
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Songwriters. Eric Andersen e il grande avvenire dietro le spalle

Non sono tanti i cantautori che possono vantare una cover di un loro brano da parte di Bob Dylan. La canzone è Thirsty Boots ed è stata scritta nel 1964, all’inizio di una lunga carriera, da Eric Andersen da poco approdato al Greenwich Village, su invito di un altro mitico musicista di quella stagione, Tom Paxton. Il brano doveva entrare nella selezione dell’album Selfportrait, ma all’ultimo saltò, pur diventando un singolo.

Secondo le note di copertina dell’album Bout chances & things,  in cui il brano venne incluso da Andersen alcuni anni dopo, quando era già stato portato al successo dalle covers di altri musicisti del calibro di Judy Collins e John Denver, la canzone fu scritta per denunciare  le travagliate vicende vissute da un suo amico, impegnato nelle battaglie per il riconoscimento dei diritti civili in uno degli Stati del Sud.  E come nelle migliori tradizioni cantautorali, l’ultima strofa del brano fu scritta sul retro di una scatoletta di fiammiferi nel bagno della Collins. È lo stesso Andersen a ricordarlo, parecchi anni dopo, nel documentario Greenwich Village: Music That Defined a Generation (2012), una interessante ricostruzione del clima che si respirava nella grande mela in quel periodo.

 Eric Andersen songwriter storia
Blue River

Oggi però non sono tanti a ricordarsi di Andersen e dei suoi più che promettenti esordi di musicista, oltre sessant’anni fa. Al Newport Folk Festival nel 1966 – l’anno prima della famosa e contestata svolta elettrica di Bob Dylan – quando esordì con Tim Hardin, un altro dei dimenticati del Village, fu notato addirittura da Brian Epstein, il mitico manager dei Beatles che lo invitò a Londra l’anno dopo perché intendeva ingaggiarlo. Quanto  profondo fosse il suo interesse per questo giovane cantautore, lo si può facilmente comprendere, rileggendo quello che scriveva in alcune lettere pubblicate postume e richiamate da Andersen nel suo sito ufficiale: “La musica di Eric mi rende felice. Ma il caso aveva deciso in altra maniera. Brian infatti morì improvvisamente quell’estate e la carriera artistica di Andersen subì la sua prima significativa, battuta d’arresto.

Il successo e il caso 

Eric ne venne a conoscenza al Philadelphia Folk Festival mentre si preparava per esibirsi. Gli organizzatori del festival infatti interruppero l’esibizione in corso di John Denver  e annunciarono in diretta al pubblico la notizia.  Il presentatore dell’epoca, un certo Ken Goldstein, racconta Andersen, disse che la morte improvvisa di Brian era la migliore notizia possibile per la musica tradizionale. “Lui e i Beatles non hanno mai fatto nulla per la musica folk”, inveì. Ma come ricorda Eric nel documentario The Songpoet che ripercorre i cinquant’anni della sua lunga carriera artistica, quello fu un momento di grande tristezza e di forte smarrimento personale.

Cambiò casa discografica, passando dalla Warner Brothers alla Columbia Records e ritrovò la propria strada, tanto che nel 1972 registrò Blue River, sicuramente il suo album di maggior successo. La Rolling Stone Album Guide lo definì “il miglior esempio della stagione cantautorale degli anni Settanta” ed Eric divenne abbastanza popolare anche in Italia, grazie a Carlo Massarini e alla trasmissione notturna Popoff,  che lo programmava con assiduità. I miei coetanei, che frequentavano quell’isola musicale, se lo ricorderanno sicuramente.

Ma ancora una volta, il caso doveva segnare la sua vita artistica. Qualcuno alla Columbia infatti  perse i master del suo album successivo Stages, atteso e destinato forse a lanciarlo definitivamente tra i cantautori più interessanti del momento. Un episodio mai chiarito completamente, ma che comprensibilmente, gettò Andersen in una forte crisi personale ed artistica. Lasciò la Columbia e per oltre due anni non rimise piede in una sala di registrazione.

Eric Andersen songwriter storia
Eric Andersen live nel 2006

The Songpoet, il docu

Dunque una vita segnata dal caso. Forse come quella di Paul Lamont, che frequentava ancora il liceo quando nel cestino delle occasioni a 39 centesimi di dollaro di un negozio di dischi, trovò The Best of Eric Andersen (per inciso, anche io trovai negli anni Ottanta lo stesso disco tra le occasioni del negozio in cui passavo regolarmente). Stando al suo racconto, la copertina gli sembrò fantastica e il suo entusiasmo crebbe quando ascoltò il contenuto. Decise che un musicista di quel livello non doveva scomparire dalla scena e si mise sulle sue tracce, cercando nel contempo le condizioni per produrre un documentario sul suo ormai pluridecennale percorso artistico. La frequentazione durò un decennio e finalmente nel 2020, in sodalizio con Scott Sackett, uscì negli States, The Songpoet, un lungometraggio che dalla prima inquadratura dedicata alla mitica Macdougal Street nel Village, ripercorre con interviste, spezzoni di repertorio, ricordi ed una splendida colonna sonora, il lungo e ricco percorso artistico e personale di Eric Andersen.

Presentato e pluripremiato in diversi importanti Festival, purtroppo ancora oggi risulta disponibile in rete gratuitamente, solo negli Stati Uniti.

Il documentario è piuttosto interessante soprattutto per la ricostruzione che riesce a fare, anche attraverso i ricordi contenuti nei diari dello stesso Andersen, della scena musicale e artistica del Village e non solo, in particolare degli anni Sessanta e Settanta. Nei ricordi entrano molti dei musicisti più importanti e significativi della scena newyorchese e californiana, come il dimenticato Phil Ochs, con cui Andersen ebbe una profonda frequentazione: nella primavera del 1966 andarono insieme ad Hazard, nel Kentucky, a sostenere i minatori di carbone in sciopero.  O anche Leonard Cohen, che ha riconosciuto pubblicamente l’influenza che Eric ebbe sulla sua decisione di intraprendere la strada di cantautore, dopo l’ascolto di Violets of Dawn, uno dei primi successi di Andersen. Addirittura Joni Mitchell, che compare come corista nel suo brano più famoso Blue River, del 1972. Andersen compare anche in un film di Andy Warhol Space, sconclusionato e senza sceneggiatura. Entrambi erano nati a Pittsburgh e forse per questo ne nacque un sodalizio che durò fino alla morte di Warhol.

Ricordi dei Settanta

Ho ascoltato Andersen per la prima volta, oltre quarant’anni fa, in provincia di Ferrara, nel corso della sua prima tournée europea (estate 1980). Non erano concerti affollati. La lunga coda del successo di Blue River era ancora presente, ma ormai un po’ sbiadita, soprattutto dopo le traversie di cui abbiamo raccontato prima.

Ricordo di aver partecipato anche alla breve conferenza stampa che il nostro concesse dopo lo spettacolo. Ero presente come redattore di una delle tante radio libere sorte come funghi in tutta la penisola. In Italia, c’era appena stato il 1977 con le “strade disoccupate dai sogni” del compianto Lolli e l’omicidio di Aldo Moro. Gaber “chiedeva scusa se parlava di Maria e anche Eric, reclamava il ritorno al proprio universo interiore, dopo la lunga stagione dell’impegno che lo avevano visto in prima linea per tutti gli anni Sessanta. Ricordo che rimasi deluso da quelle dichiarazioni intimiste e tutte ripiegate sul proprio ego. Riviste con il senno di poi, direi che anticipavano per molti versi quello che sarebbe successo anche in Italia, con il cosiddetto riflusso.

Eric Andersen songwriter storia
Eric Andersen live in una foto di Michael O’Brien, 2010

Ho riascoltato Andersen ancora una decina di anni fa, sempre di passaggio a Ferrara, ma ormai stabilmente cittadino europeo, prima in Norvegia – dove è nato il padre – e poi in Olanda, dove risiede tuttora. Look sportivo, con jeans e camicia a nera. Capelli corti ed orecchino. Chitarra acustica, questa come ai vecchi tempi del Village ma presenza scenica vivace, agli antipodi della introspezione cantautorale degli anni Sessanta e Settanta.

La storia di Dylan e del barista

Nel 2022 per l’etichetta indipendente italiana New Shot Records di Renato Bottani ha pubblicato Live in Tokyo: Blue River, rivisitazione del suo maggiore successo discografico del 1972. L’anno dopo ha ricevuto il Premio Tenco alla carriera con Patty Smith.  Le ultime esibizioni italiane sono dell’anno scorso, ma nel 2005 su Il Giornale ecco un suo divertente racconto, uscito inaspettatamente e subito dimenticato nella rubrica Le voci dell’anima, che si riprometteva “attraverso gli scrittori americani (vogliamo) di ricostruire il viaggio di un popolo che lungo tutta la sua storia, dai Padri pellegrini alla tratta degli schiavi, dalla conquista del West all’emigrazione dei messicani, con la musica preserva un’eredità culturale in costante movimento”.

Il barista che fece arrabbiare Bob Dylan, questo l’intrigante  titolo del racconto, si muove proprio nel Village, sulle orme del figlio di due improbabili immigrati, uno norvegese e l’altra messicana e probabilmente pesca nell’esperienza dello stesso Eric, di origini norvegesi almeno dalla parte del padre, mescolando quindi vita e invenzione, come sempre ha fatto e farà la letteratura. E chissà  se veramente quel giorno “vide persino quel pazzo di Neil Cassady fare un salto mortale all’indietro dal bancone tenendo in mano un bicchiere di birra pieno e ricadere perfettamente in piedi, senza versarne una sola goccia“.

Nella foto di apertura, Eric Andersen live tra luce e ombra (Credit: Eric Andersen 1 by skyobrienpics is licensed under CC BY-NC 2.0, Eric Andersen – The Songpoet by Scott R. Sackett is licensed under CC BY-SA 4.0.)

  • Alberto Poggi scrive e collabora con varie testate, tra cui il giornale online Periscopio. L’informazione verticale, occupandosi di musica e tematiche ambientali. È chitarrista e da alcuni anni ha intrapreso la difficile ma stimolante arte della liuteria
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