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Allonsanfàn
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Gita al faro. Cose notevoli da osservare nell’avamposto di un’isola

«La vidi passare
tra due bagliori
del faro.

Era la vita,
come dire tutto
ciò che non si può vedere»
Alfonso Brezmes 

L’isola appare dopo un po’ che la barca procede: sembra un po’ intorpidita, con un cappello di nuvole che staziona sulle alture e il sole a toppe. Le scogliere scendono direttamente in mare, con le balze di granito grigio fuori misura. Nel minuscolo porto verso cui punta il traghetto, nessuna traccia evidente del grande naufragio che fece notizia per il mondo. Tutto è tornato nella norma, per ricomporre il quadro di una «perla» dell’arcipelago toscano.

Be’, però c’è il caos dei turisti che si catapultano giù dalla passerella in banchina, un secondo dopo l’attracco. L’ingorgo di auto, motorette e camion non aiuta uno svolgimento appena un po’ ordinato del traffico. E nella stradina d’accesso, un «trasporto eccezionale» che sfiora un gomito a una ragazza, fa il resto. Viabilità bloccata, attesa della forza pubblica, parcheggio impossibile.

C’è solo da scappare velocemente in alto, fino alla roccaforte dell’isola. Un tornante dopo l’altro, un belvedere che si apre sulla scenografia azzurra, il labirinto della macchia mediterranea dove ogni tanto spunta un’antica rimessa di pietra per gli attrezzi… E si arriva quassù. Il «castello» è un saliscendi di micro-vicoli. Tanti i cartelli sulle porte smangiate dalla salsedine: Vendesi.

Finalmente in cima, c’è l’ingresso all’antico fortilizio a difesa dai pirati. È stato restaurato ma… è chiuso al pubblico. Niente visita. La signora Lina, che spazza davanti casa nella piccola piazza, dice sconsolata: «È così: siamo in Italia…». E racconta di quando il celebrato violinista che qua ha ancora casa faceva chiudere l’accesso alla zona e, con la scusa del concerto tenuto apposta per i concittadini d’adozione, invitava soprattutto i suoi amici. «È così: siamo in Italia».

Intanto crescono la sete e la fame. E certo che si può fare colazione, però a caro prezzo. È il sovrappiù isolano. C’è da dire che la vista oltre le vetrate del bar ripaga: laggiù in basso si vede il mare e all’orizzonte persino un filo di costa. Se questo non è un invito al viaggio…

L’appuntamento per raggiungere il faro è in una piccola pineta, sempre in modalità «panoramica». Il mare indaco che in basso lampeggia riflessi, a 180 gradi. È mezzogiorno, l’aria è immobile. Attesa. D’improvviso, si materializza questa mini-jeep aperta: tre posti davanti e pianale di carico dietro, per i bagagli. Le ruote però sono gigantesche, di quelle pronte a mordere qualsiasi terreno. Simone, giovanissimo pilota, ultima il carico di valigie e zaini e si parte. Giù per la collina e la macchia mediterranea con il mirto, il lentisco, la scopa e le piccole e inconcusse sfere verdi dei fiori d’aglio. Si scende veloci, quasi slittando sul sentiero quasi perpendicolare, finché eccolo il faro.

Dipinto di un «rosso messicano» dall’effetto Barragán, con la parte superiore bianca, il cornicione in granito, la grande lanterna e una balaustra di vetro. Davanti, l’occhio si perde in pieno mare; appena più sotto, una piccola cala dove l’acqua è trasparente e fa vedere il fondo.

Fuori, c’è la colonia dei gabbiani reali a fare da coro, durante l’arco lungo che completa il sole. All’interno, c’è la signora bionda dai capelli spessi a dirigere la struttura, con il marito che esegue i compiti assegnati, con il figlio – per l’appunto è Simone – che lavora con i genitori come factotum, e cura amorevolmente un suo piccolo melone, aiutandolo a crescere nel terreno arido dell’isola, terreno abituato alla rudezza del mirto.

Il faro sta qui, sul confine: segna il limite (sul bordo tra conosciuto e non). Fa presenza ma rispetta, osserva, segnala, regola, eppure non si illude di dominare. Le gradazioni dell’azzurro di fronte cancellano il resto, la geografia dell’isola alle spalle, persino i pappataci che durante la notte non danno tregua, anche col vento più teso.

C’è da seguire solamente le traiettorie dei gabbiani nell’aria, dal ricovero della scogliera dove si trovano queste uova di pietra che sono cave all’interno.  Apparizioni.

La perfezione di un’ala bianca contro il cielo blu oceano. Le linee di volo attraversano la baia da un lato all’altro, inesausti, senza fermarsi mai.

Lo sfiorare la cupola di verde, prima di invertire la rotta in un batter di ciglia e tornare verso il mare aperto. Dove si possono appena sospettare, contro l’orizzonte, le isole più al largo: Montecristo, l’Elba e, più indietro, la linea tormentata del continente.

Alla fine, sul mare, possono sfrecciare fuoribordo e motoscafi super trendy o le bagnarole da estate italiana scoppiettando, ma la superficie d’acqua si apre un attimo ed è già richiusa. Per un po’, rimane una striscia di spuma più chiara, uno strappo lungo la tela: poi nemmeno più quello. Il vento che increspa l’acqua da ovest e scombina i piani di navigazione sotto costa, fa gemere e girare su sé stessi gli ombrelloni come roulette, fa una danza pazza con le piume dei gabbiani che si sono alzati tanto più in alto.

Quando non si può fermare lo sguardo su un punto, in un esercizio d’osservazione, sempre allenati solo a guardare su un display, un vetro di telefonino, un monitor di computer. E sempre lì a cercare qualcosa oltre, oltre la prossima notizia oltre il post che viene dopo, oltre un altro like d’applauso. Diverso ma alla fine sempre uguale. Qui la realtà non ha schermo. Com’è strano tornare a fare una cosa per cui siamo nati e che abbiamo disimparato e dimenticato.

Invece si può ancora apprezzare il taglio esatto di un’ombra contro il muro. L’entrata che si apre su un altro mondo, Da uno sguardo che ha avuto tregua, riprende il pensiero. Scioglie vele e ansie e può partire.

Le fotografie sono di Mauro Querci. I versi di Alfonso Brezmes sono tratti da Quando ci sono, Einaudi 2025

  • Mauro Querci, giornalista scrittore e fotografo, ha pubblicato il libro Extralarge – microstorie dal lato lungo del mondo. Noi ne abbiamo parlato qui
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