Kamel Daoud in Urì (Houris, La nave di Teseo) dà voce a Alba (Aube), giovane donna del quartiere Miramar di Orano, in Algeria, scegliendo non per caso i giorni della festa del Sacrificio. La festa dell’Eid al-Adha prevede macellazione e morte di animali e riecheggia il gesto del patriarca Abramo pronto a sgozzare il figlio per il capriccio di un dio.
Incinta di un uomo misterioso, Alba parla alla figlia che le cresce nel ventre e che ha deciso di abortire. Le racconta che lei, come accade ai montoni, è stata sgozzata. Non metaforicamente. Sopravvissuta al massacro della sua famiglia quando aveva cinque anni, porta i segni della violenza subita – un’ampia cicatrice sul collo che le presta un “sorriso mostruoso”, una cannula di plastica per respirare. Non può parlare, Alba, le sue corde vocali sono state distrutte, ma può comunicare alla bambina che non nascerà, cosa è stata l’Algeria nel decennio della guerra civile, e che cos’è diventata dopo.

Adottata da un avvocato progressista, Kadhija, che spera ancora di guarirla, Alba ha sempre sfidato i codici morali e sociali di una società ferocemente maschilista. Indossa jeans, porta piccoli tatuaggi ricchi di significato, fuma in pubblico, e soprattutto ha aperto un salone di estetica. Lo ha chiamato provocatoriamente Sherazade – lì, lavora sul corpo e sulla bellezza delle donne, quasi volesse restituirla a se stessa e a loro, come fosse una forma di libertà – e il suo locale è sito proprio davanti alla moschea dell’inflessibile imam Sheikh Kachk.
“Per loro l’oblio è addirittura un dettato di legge”. Alba non è vittima della guerra con la Francia, ma di un conflitto posteriore, fratricida e per questo censurato, durato dal 1990 al 2000, il famigerato décennie noire. Urì ovvero Houris, il nome con cui Alba chiama la bambina che non dovrebbe nascere, nella fede musulmana si riferisce alle ragazze che si prenderanno cura dei fedeli ascesi al paradiso coranico – Houris è l’adattamento della parola araba al-ḥūr “(le fanciulle) dagli occhi neri” (Dizionario Treccani).
In nome delle sue opinioni, Kamel Daoud, giornalista e scrittore algerino residente in Francia, è a tutt’oggi un perseguitato: tornare nel suo Paese o uscire dai confini francesi lo rende passibile d’arresto. A una fatwa che risale a una decina di anni fa, si sono aggiunti due mandati di arresto internazionale spiccati dalla giustizia algerina. A complicare la storia di Urì, c’è infatti l’accusa di plagio per aver ricalcato (così sembra) la storia di Alba su quella di una paziente della moglie, che è psichiatra (fonte: Ansa).
Comunque sia, il testo non è un lavoro documentario ma un prodotto creativo e con Urì Kamel Daoud ha vinto il premio Goncourt nel 2024, ottenendo un importante riconoscimento per il suo lavoro e dividendo per la descrizione dell’Islam l’opinione pubblica francese (vedi Le Monde).
Forse Kamel Daoud non fa Grande Letteratura ma ha scritto un romanzo politico, a suo modo storico, pur se risolto stilisticamente in un contesto di accentuato lirismo. Gli si addice l’aggettivo “femminile” per la scelta del personaggio, poiché Kamel Daoud intende mostrare la brutale sottomissione imposta in Algeria da un sesso all’altro… Insomma, il suo è un libro che serve, e sembra un paradosso l’utilità della prosa in questo ventennio di iper produzione letteraria e di neo letteratura selvaggia e stucchevolmente confessionale. La traduzione è dell’esperta Simona Mambrini.
Credit: Kamel Daoud par Claude Truong-Ngoc février 2015 by Photo Claude TRUONG-NGOC is licensed under CC BY-SA 3.0.



