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Bannalec. Dupin e l’attrazione bretone per il delitto

Confesso la dipendenza giallistica da Jean-Luc Bannalec, con tanto di richiesta al libraio di fiducia per brigare con la casa editrice e scoprire quando finalmente sarà il tempo della prossima uscita… Né la Sicilia sempre più gattopardesca di Montalbano, né i depressivi inverni aostani di Rocco Schiavone… A far da scenario, c’è una fotogenica Bretagna dove opera il commissario Georges Dupin: il quale, transfuga da Parigi per insubordinazione al potere dei superiori, dopo iniziale e comprensibile spaesamento geografico ha trovato il suo Shangri-La nell’estremo lembo di Finistère.

Bannalec – che nella realtà è uno scrittore tedesco innamorato dei paesaggi bretoni – ne descrive con pennellate impressioniste “i seni e i golfi”, le scogliere a picco e i fondali caraibici – sì, ci sono pure quelli nella penisola francese che si slancia verso l’Atlantico -, con una prosa che neanche la più ispirata delle guide turistiche.

Eppure a fronte di queste dettagliate descrizioni, che mettono insieme hotel di charme e ristoranti, pinete da cartolina che digradano fin sul mare e sentieri che si aprono su visioni cromaticamente ineccepibili (si veda per esempio l’arcipelago di Glénan), ecco che la romantica tela si strappa. E irrompe il delitto con relativo omicidio più o meno efferato. Alla base possono esserci i commerci sospetti per il Fleur de sel – il prezioso sale estratto dall’Atlantico, che ne conserva il “respiro”. Oppure il segreto dietro un quadro di Gauguin occultato sulla parete del ristorante di un celebre albergo di Concarneau, o ancora i luoghi segreti della foresta di Brocéliande, legata indissolubilmente a re Artù e a ser Lancilotto.

Jean-Luc Bannalec Georges Dupin Eredità bretone

Eccoci dunque, per i fan di Dupin, alla sua ottava avventura (tutte pubblicate e ripubblicate da Neri Pozza, anche se una dozzina d’anni fa Piemme aveva editato un paio di romanzi con il personaggio). S’intitola Eredità bretone, nella tradizione della casa editrice che usa sempre l’aggettivo geografico per connotare il libro, e stavolta il commissario è alle prese con una serie di assassinî, “a ripetizione” e apparentemente inspiegabili.

Ma basterà scavare oltre la bellezza del paesaggio e la placidità estiva di Concarneau – la cité bleue – per scoprire il marcio di un sopruso che risale addirittura agli anni Venti del Novecento: Bannalec, al secolo lo scrittore ed editore Jörg Bong, intesse la sua trama con un classico, nientepopodimenoche di Georges Simenon, ovvero Il cane giallo, ambientato nella stessa città affacciata sull’oceano.

L’attacco del libro è idilliaco: «C’erano giornate in cui il mondo non era altro che cielo. Come quel 24 maggio: inondato di luce, radioso, limpido, chiaro, come appena lavato. La volta celeste sembrava ancora più ampia, più alta del solito. Dava l’impressione che lo spazio si espandesse, che l’atmosfera terrestre si spingesse più in profondità nell’universo…».

Jean-Luc Bannalec Georges Dupin Eredità bretone
Pasquale Aleardi, il Dupin della tv

Dupin è in attesa della compagna Claire e si pregusta già una cenetta ad alto tasso sentimentale. Ma a turbare un simile quadro perfetto c’è già la telefonata che gli comunica l’arrivo dei genitori dell’amata, gentilmente venuti a trovare la coppia… È solo l’antipasto. Il ritmo cresce con un’altra chiamata dalla moglie dell’“appena defunto”, il riverito dottor Chaboseau.

Da qui, il battito rilassato del “ponte lungo” di Pentecoste si fa indiavolato per il nostro eroe, che dovrà condurre la sua inchiesta a tempo di record tra feste di paese, nuovi delitti che dilagano come un’epidemia, slalom tra appuntamenti puntualmente mancati con i suoceri causa imprevisti o interrogatori di sospettati.

Per gli appassionati, gli elementi che danno sapidità ai libri di Bannalec ci sono tutti: le passioni per specialità bretoni del commissario, le intuizioni della sua assistente, l’immancabile e decisiva Nolwenn, le sue divagazioni storico-ambientali, nonché i saggi (?) proverbi bretoni del tipo «Non c’è altro modo: bisogna rompere la noce per prenderne il gheriglio».

L’elemento sofisticato che imprime il salto di qualità di Eredità bretone è appunto la contaminazione, godibile e non forzata, con il romanzo di Simenon. Applauso per questo meccanismo narrativo all’autore contemporaneo, che rende omaggio, utilizzandolo al meglio, al gran signore del giallo.

Jean-Luc Banallec Georges Dupin Eredità bretone
Jörg Bong alias Jean-Luc Bannalec

Ma perché, detto tutto questo, Dupin ci piace tanto? Di sicuro, per l’impasto riuscito di geografia appassionante ed effetto noir maturo. Bannalec è bravissimo a mettere il lettore al fianco del proprio commissario e con lui a vedere le cose, le coincidenze scovate con gli occhi dell’investigatore, nonché di condividerne la suspense. Con quell’elemento ormai immancabile nel giallo europeo, ovvero la variabile culinaria (sono così remoti i tempi dell’hard boiled americano, dove il detective andava avanti per giorni nell’indagine grazie soltanto a “ricariche” di whiskey dozzinale).

Eppure il garbo rétro di questi libri – niente tatuaggi, niente pistolettate à go-go, niente inseguimenti a capocchia – è soltanto una patina superficiale: sotto, pronto ad affiorare, c’è il cinismo spietato che ha la stessa durezza del granito bretone. E il contrasto funziona benissimo.

La familiarità di questi romanzi fa venir voglia di far le valigie e partire subito per quest’angolo di Francia. Dove magari non s’incontrerà il commissario Dupin; ma l’attrazione che sanno esercitare certi libri – ed Eredità bretone è uno di questi – riconcilia per un attimo con il mondo. Almeno quello del romanzo, sia pure sfregiato di nero dal delitto. Dunque, buona lettura sotto l’ombrellone o, per gustarsela, ovunque ci si posizioni.

  • Mauro Querci, giornalista scrittore e fotografo, ha pubblicato il libro Extralarge – microstorie dal lato lungo del mondo. Noi ne abbiamo parlato qui
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