Bleistiftgebiet, il Territorio della matita, il Paese del Lapis: se ne occupa W.G. Sebald ne Il passeggiatore solitario, leggibile anche in Soggiorno in una casa di campagna (Adelphi). Oggi, i cosiddetti microgrammi, che formano quel Paese negletto e misterioso, e che erano sfuggiti alla comprensione di Carl Seelig – il biografo dell’illustre internato che se li vide recapitare in 526 fogli dentro una vecchia scatola di scarpe – sono diventati leggenda e persino oggetto di mostre.
Redatti da Robert Walser poco prima e durante la degenza con una calligrafia alta due millimetri, i microgrammi sono insieme crittogramma e segno di sopravvivenza della scrittura dello svizzero, evidenziando “la terribile precarietà della loro esistenza, la prismatica mutevolezza dell’animo, il panico, l’umorismo meravigliosamente capriccioso e imbevuto di cupa afflizione, l’infinito e caotico accumularsi di foglietti” (sempre Sebald).
Pubblicati in Germania tra il 1980 e il 2000, finalmente anche da noi se ne annuncia una selezione. Sotto il titolo Microgrammi – tradotti da Giusi Drago – approdano a ottobre nella Biblioteca Adelphi, con un claim impeccabile di Roberto Calasso: “Difficilmente potrà evitare l’equivoco totale su Walser chi non riconosca che ogni sua parola sottintende una precedente catastrofe”.

Rewind. Per molti anni, ho creduto che Robert Walser avesse scritto soltanto La passeggiata (1917, Adelphi 1976), a cui avevo accostato in uno scaffale l’intonso Passeggiate con Robert Walser (Adelphi 1981) di Carl Seelig, l’amico mecenate che ne curò l’opera e ne evitò l’oblio – dal 1936 al 1956, per vent’anni lo scrittore è ricoverato nell’istituto psichiatrico di Herisau, nell’Appenzell, dove sembrava avesse cessato di scrivere.
La passeggiata, e spiego il mio errore, incarna alla perfezione l’idea dei “libri unici” su cui Bobi Bazlen e Roberto Calasso hanno costruito un catalogo e una fortuna editoriale.
Comunque. Spesso in questi anni, mi sono rimesso sulle tracce delle altre prose di Walser per cercare di comprendere qualcosa di una vita solitaria segnata se non dalla follia dall’esclusione dal mondo: Walser, nato a Bienne nel cantone di Berna nel 1878, è attivo come scrittore, seppure con scarsa fortuna, per un trentennio, dal 1898 al 1929, a Zurigo, Berlino, Bienne e infine, prima dei ricoveri, ancora a Berna. Il primo ricovero per schizofrenia, questa la diagnosi, avviene a Waldau nel Bernese (1929-1933).

Conto che sono ormai 15 i libri di Walser considerando solo quelli editi da Adelphi. Il primo scopro essere Jacob von Gunten (1970). L’ultimo, L’assistente, ritradotto da Cesare De Marchi, era già apparso nel 1961 per Einaudi nella storica versione di Ervino Pocar – L’assistente, Jacob von Gunten e I Fratelli Tanner sono i tre grandi romanzi del periodo berlinese (1905-1912).
Combinazione. Il nome di Walser mi era appena tornato sott’occhio mentre leggiucchiavo Soggiorno in una casa di campagna (Adelphi), serie di saggi in cui W.G. Sebald affronta, cito dall’aletta, “le derive compulsive dello scrivere”.
Il tedesco paga il debito con Walser cercando di “fissarlo” in qualche modo sulla sua, di pagina, poiché lo scrittore dei microgrammi è riuscito in qualche modo sempre sfuggente al suo eminente lettore. Walser nell’opera a matita comunica precarietà attraverso centinaia di situazioni e di personaggi i quali per un tempo infimo appaiono per poi svanire – in una parata di insignificanza a fronte della grandiosità da grancassa dell’epoca in cui lo scrittore vive – quasi fossero una metafora dell’esistenza annichilita del loro creatore. Per Sebald, Walser è il più solitario degli uomini e, tra i solitari, il più sradicato e il meno legato a beni materiali: non ha potuto dire suo alcun luogo né mai vantato possessi terreni – muore essendo padrone al più di due abiti.
Quasi per dare corpo a un fantasma, Sebald inserisce all’inizio del saggio sette ritratti fotografici di Walser. Sono sorprendenti per la loro capacità di rappresentare negli anni l’evoluzione/involuzione/sparizione dello scrittore svizzero: si passa dal ragazzo dal viso intento della prima foto all’artista berlinese, dal “brigante” oscuro e inattendibile a un uomo con ogni evidenza disperato, fino a fermarsi sul commovente viso del vecchio – arreso, in pace, vittoriosamente evaso da tutto e fedele solo a se stesso? – di Herisau. Ecco Robert Walser, inesistente e dimenticabile quasi per sua volontà, parente stretto di Bartleby in vita e nelle opere (di Bartleby e Walser abbiamo già scritto qui). Seguirà la foto, questa forse indimenticabile, di un cadavere riverso nel bianco abbagliante della neve.

Il Walser visto da Carl Seelig è assai meno poetico di quello di Sebald, non foss’altro che l’amico e biografo è frenato dal desiderio di riportare con fedeltà diaristica le sue escursioni con il degente di Herisau. Le Passeggiate – lunghe e stremanti per un uomo non più giovane o così si direbbe dal chilometraggio – sono un curioso elenco di località e paesaggi, di locande e piatti gustati, tra cui affiorano i sicuri giudizi letterari dello scrittore e il ricordo dello scacco da lui subìto nel campo delle lettere. Walser lo attribuisce alla necessità, costantemente messa in pericolo dall’indigenza, di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura – in caso contrario, si producono solo “arabeschi” – nonché a una mancanza di “istinto sociale”, per offrire al pubblico il necessario spettacolo, e di sensibilità borghese – ai borghesi Walser ispirava la diffidenza di un uomo che può finire alcolizzato o vagabondo, lo consideravano, dice, un “pendaglio da forca” (mi riferisco alla passeggiata del 28 gennaio 1943). Significativo, anche perché ci riporta ai personaggi dei libri, è il resoconto dei fallimenti sul lavoro, quale la breve avventura negli insopportabili panni di cameriere. Leggendo Seelig, la disperazione di Walser – che a Herisau pare a suo agio come, azzarda lui, Hölderlin nella sua torre (!) – si rivela essere legata per così dire al sociale e le si contrappone lungo il cammino l’ammirazione estatica suggerita a Walser dalla natura – gli basta un cielo di nuvole – o da una donna che lo serve in un locale.
Non posso affermare di avere amato e dimenticato La passeggiata o il ritrovato Jacob von Gunten: quando li riapro adesso, trovo le orecchie alle pagine e le sottolineature che, progredendo il testo, vanno progressivamente a rarefarsi, fino a scomparire ben prima della fine. Posso forse ricostruire che cosa mi aveva deluso ne La passeggiata? Semplicemente il fatto che Walser comunicava un’estraneità aliena verso il mondo borghese e non un tentativo di contrapposizione o sovversione più o meno attiva – io leggevo negli anni Settanta, oggi potrei rovesciare la valutazione essendo cambiata la sensibilità, mia e quella dei tempi.
Jacob von Gunten, invece, mi richiama alla mente tutti i nomi e i cognomi da Bildungsroman raccattati per caso da ragazzo negli studi o imparati al cineforum – penso al Wilhelm Meister di Goethe rivisto da Wenders-Handke in Falso Movimento, al Törless di Musil nella versione di Volker Schlöndorff ma anche a Kafka rifatto da Orson Welles. Jacob von Gunten aveva, per me allora, almeno il vantaggio di descrivere un universo concentrazionario – l’istituto Benjamenta – come quello in cui credevo io stesso di vivere, e di fornire a fine volume una nota di Calasso. Non ho visto invece il film che ne è stato tratto nel 1995, Institute Benjamenta, di Stephen e Timothy Quay.
A margine. Sto leggendo senza costrutto A occhi aperti (Piccola Biblioteca Adelphi, 2025), una collezione di testi giornalistici o saggistici d’occasione di Ingeborg Bachmann, compresi alcuni postumi (i più preziosi). È un autore per me enigmatico Bachmann – e forse per questo aspetto il famoso memoir (se esistente!?) sempre rimandato di Fleur Jaeggy – e forse per questo mi aspetto che, abitando nel lato buio della città delle lettere, l’austriaca prima o poi citi Robert Walser. Scriveva Bachmann in Malina: “Ma la notte e da soli nascono i monologhi erratici che rimangono, perché l’uomo è un essere oscuro, è padrone di sé solo nelle tenebre e di giorno ritorna alla schiavitù”.



