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Francesca Scotti. La stagione delle case vuote, l’horror e la poesia

La stagione delle case vuote raccoglie per Hacca 16 testi, che sono il più recente lavoro di Francesca Scotti nel campo del racconto. È un impegno questo che dura da lungo tempo e spesso non ha data di consegna, poiché Scotti nella sua testa scrive di continuo racconti, li tiene in memoria e li corregge per anni prima di buttarli giù sulla pagina e scoprire – questo è il momento della verità – se ciò che ha scritto le piace, funziona, quale valore ha. Soltanto dopo arriva il momento dell’editing che, dice Scotti, è il più divertente.

Comunque. I racconti de La stagione delle case vuote – in media dieci pagine di lunghezza, una sintassi e una lingua nitide e vivide, di regola sfuggenti alla grigia risacca della comunicazione letteraria midcult – sono stati scritti dopo quelli de Il tempo delle tartarughe (già per Hacca), quindi in data posteriore al 2022.

Francesca Scotti La stagione delle case vuote

Quando li mette su carta, Scotti accanto ai testi pone dei piccoli simboli, quasi dei tag (possono rappresentare feste o pioggia, bambini o animali…) e poi ripensa il tutto come se il libro fosse una playlist musicale. Ci sarà la ballad, il pezzo duro. Insomma Scotti non dimentica di essere anche una musicista, diplomata al Conservatorio ma curiosa di ogni suono (la parola per lei, come per i poeti, è un suono, la frase è ritmo).

La scrittrice milanese dovrebbe aggiungere ai suoi abituali piccoli simboli quelli dei cinque sensi. La mappa per così dire sensoriale di queste nuove prose (indipendentemente dal tema che trattano) è amplissima, e presenta continue sorprese, intromissioni che provocano vicinanze e allontanamenti repentini dagli eventi ma ancor più dalle cose di cui si narra: i sensi per Scotti sono essenziali per creare il mood di un testo e renderlo “fisico”, quasi materico… Odori, sapori, colori per quanto tenui o tendenti al non percepibile e perciò all’indicibile, vengono improvvisamente amplificati, come se le percezioni dei protagonisti si affinassero nella scoperta imprevista di messaggi lasciati dal circostante, che offrono un’indicazione per la loro vita (o, trattandosi di un libro, per la trama di una vita).

Francesca Scotti è da sempre narratrice ipersensibile detto letteralmente e alla ricerca di ciò che è nascosto (appena nascosto sotto la superficie?) nella natura e negli scambi umani. Per questo non le è difficile, o non sembra che le sia difficile, portare i suoi personaggi alle soglie di un’epifania e al massimo della tensione sostenibile, per condurli poi, più spesso che alla dannazione, a una sorta di provvisorio equilibrio, a una precaria salvezza.

Ne è un bell’esempio il primo racconto, Resta, dice la pioggia, giapponese di ambientazione – Scotti divide da decenni la sua vita tra Italia e Giappone – da mettere in conto all’olfatto, dove una ragazza che non ha un suo posto nella società si troverà, attratta da strani e sgradevoli odori, a divenire custode di un museo eccentrico, quasi fantastico.

Ma non voglio rovinare né il piacere di leggere né la sorpresa, legata spesso a un infimo scarto, anche solo lessicale, che improvvisamente fa trovare il lettore di queste “case” dall’altra parte dello specchio.

Nei nuovi racconti di Scotti compare spesso, come indicato dal titolo, la realtà e l’immaginazione di una casa. Ci sono case delle vacanze, case d’infanzia, case di riposo, ristoranti che suppliscono a case perdute. Ci sono le dimore nostre e quelle degli altri – ma non sono tutte le case dimore di altri, mentre il nostro tempo si consuma? – in cui si può scoprire un segreto o rimanere intrappolati.

Scotti ha una qualità: sa rendere straziante tutto quello che è famigliare ed è capace di trovare un punto in cui il reale si spezza, si evidenzia una crepa che, in questa tornata della sua ricerca, può essere addirittura creepy… Nella raccolta, io ho trovato anche dell’horror seppure molto ripulito dalla gabbia del genere (leggete per esempio Il pericolo è un ricordo, che ci porta a rammentare gli incubi raffinati di Ari Aster, o L’eredità).

E poi: le case sono scenografie e posti ideali per voyeur – mai come oggi tutti gli scrittori lo sono o lo sono diventati. È forte il desiderio di entrare in una casa e di intrufolarsi nelle esistenze altrui. Scotti però le osserva sempre da una porta appena socchiusa, mai si mette al centro, anzi spesso scarta il dramma, a favore del prima e del dopo di esso. Ma è solo pudore, quello di Francesca, o ci fa la grazia di non metterci più inquietudine e paura di quelle che già abbiamo? Credo che tutt’e due le risposte siano valide e entrambe testimonino dell’efficacia e della qualità raggiunta negli anni dalla scrittura di Francesca.

Francesca Scotti La stagione
Francesca Scotti (foto di Jessica Pivetta)

A margine. Il genere racconto non piace agli editori, che spesso richiedono un filo conduttore, come se questo non ci fosse già e non fosse implicito nel percorso di un autore. Il filo conduttore altro non è che lo stile di uno scrittore e un’idea di ciò che lo circonda. A questo proposito: forse, banalizzando, le case vuote possono essere quelle che non ci proteggono più in un minaccioso mondo in guerra…

Buona lettura, comunque. Consiglio il libro, senza paura di esagerare, a chi ama i poetici Sillabari di Parise e le partiture stregate di Flannery O’Connor. P.S.: il mio racconto preferito è Affitto breve, poi ditemi il vostro.

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