All’età di trentadue anni Muriel Spark, autrice scozzese che fino a quel momento ha pubblicato solo raccolte di poesia, si converte al romanzo e allo stesso tempo (con padre ebreo e madre di fede anglicana) alla religione cattolica che la porta, afferma, “a vedere l’esistenza umana nel suo insieme, come un romanziere deve fare”. Dopodiché, siamo nel 1954, di romanzi ne scriverà non meno di ventidue trasferendo nella scrittura il suo innato talento originario, quel secco sguardo/piglio di “poeta in prosa”, per così definirla, che le fa usare le parole come schegge di diamante – ognuna incastonata netta limpida y final esattamente lì dove si trova – , parole come note in uno spartito musicale, essenziali per dire ma allo stesso tempo per non dire tutto, suggestive, talvolta lancinanti come in un disperato brano jazz.

Ne è un esempio Biglietto di sola andata, ripubblicato nel 2025 da Adelphi nella traduzione di Monica Pareschi, già edito in Italia nel 1971 da Bompiani con il titolo Identikit, Masolino d’Amico traduttore. Si tratta di un piccolo capolavoro (in my opinion) definito variamente dalla critica come “thriller” (metafisico/psicologico/pop/optical), nel quale Spark bellamente scardina le regole del genere spoilerando già nelle prime pagine la fine che farà la protagonista Lise. La quale verrà trovata morta ammazzata in un parco della città meta finale della sua programmatissima vacanza nel Sud, e allora il suo nome — presume la voce narrante (non onnisciente) che di tanto in tanto si fa sentire nel romanzo quasi stesse seguendo lo svolgersi della trama con la stessa curiosità del lettore — allora dunque il nome di Lise “apparirà sui giornali in quattro lingue diverse”, le stesse che la donna ha quotidianamente usato nei suoi tanti anni di lavoro impiegatizio in uno studio commerciale senza suscitare l’interesse di alcuno.

Lise sta facendo un viaggio che vuole “pilotare” in prima persona (non a caso il titolo originale del romanzo è Driver’s Seat, ovvero “il posto del guidatore”, titolo di inarrivabile efficacia — anche così, banalmente nella traduzione letterale — per significare le intenzioni della donna che parte dal suo ordinatissimo monolocale, lassù al Nord, vestita con un abito sgargiante come un costume da circo, un arcobaleno di colori psichedelici da far ridere i passanti, lei che mai in alcun modo ha attirato l’attenzione di qualcuno.
Conoscere il finale nulla toglie alla curiosità di sapere come sono andate le cose: la trama irretisce, celebra il piacere di leggere (mi sembra perfetta, in questo senso, la copertina adelphiana con il dipinto La Lettura, di Kenton Nelson: un libro aperto appoggiato sulle ginocchia di una lettrice senza volto). Che libro è, e chi è la donna che lo legge?, viene da chiedersi (in fondo il romanzo di Spark è anche un “thriller letterario”, con quel giallo tascabile che Lise compera all’aeroporto e non aprirà mai, portandoselo sempre vistosamente in giro come il segno di riconoscimento in un blind date e che regalerà l’ultimo giorno della sua vacanza (“a me non serve più”) al portiere dell’albergo dove ha soggiornato.

A restare fatalmente affascinato dal romanzo alla sua prima uscita in Italia è il regista Giuseppe Patroni Griffi: vuole fortemente farne un film e lo fa, coinvolgendo nell’impresa un gruppo di cineasti e intellettuali di non poco conto: per dire, co-sceneggiatore con lo stesso Patroni Griffi è Raffaele La Capria, direttore della fotografia Vittorio Storaro, scenografia Mario Ceroli (sì, quello delle sculture in legno), costumi Gabriella Pescucci, Luigi Squarzina nel ruolo del detective che indagherà sulla morte di Lise. E c’è pure Andy Warhol: è un aristocratico inglese che all’aeroporto di Fiumicino trova il libro dimenticato da Lise da qualche parte e glielo riconsegna.
Per il non facile ruolo della protagonista Lise, evidentemente affetta da un qualche problema mentale — “una donna né bella né brutta” per come la descrive la Spark — il regista sceglie l’ancora bellissima Elizabeth Taylor la quale, appena uscita dal primo divorzio da Richard Burton, è forse del mood giusto per entrare nei panni di una tipa alquanto disturbata di testa, e comunque dà una prova da grande attrice.
Il film, girato a Roma, esce nel 1974 con lo stesso titolo del libro, Identikit, ed è un flop. Stroncato dalla critica, specialmente in America dove il pubblico abituato alla Roma vacanziera di Audrey Hepburn in giro sulla Vespa e al Come here, Marcello di Anita Ekberg nella Fontana di Trevi, non digerisce la Roma livida delle luci di Storaro, livida persino Villa Borghese dove viene ritrovato il corpo di Lise, e neanche apprezza, il pubblico americano, la claustrofobica colonna sonora di Franco Mannino, solo pianoforte dall’inizio alla fine (a sottolineare, forse, la solitudine di Lise?) sullo sfondo di attentati terroristici (che l’autrice del romanzo ben conosceva essendo vissuta a Roma per un decennio dalla metà degli anni Sessanta con la scultrice Penelope Jardine). Insomma, al tempo, pollice verso contro il film Identikit. A rivederlo oggi (disponibile su Amazon Prime), quel film si rivela secondo me parecchio meglio, detto senza offesa, di parecchio cinema attuale.
In apertura, un frame di Identikit, con Elizabeth Taylor
- Jonne Bertola ha pubblicato il romanzo Fuori Copione (LuoghInteriori)



