C’è un paradosso che attraversa il nostro tempo: non si è mai parlato così tanto, eppure l’opinione pubblica sembra essere sempre più silenziosa. È da questa contraddizione che prende le mosse un piccolo libro uscito un paio di mesi fa. Si intitola Il silenzio dell’opinione pubblica (Feltrinelli) ed è firmato da Zygmunt Bauman ed Ezio Mauro.
Zygmunt Bauman è stato un sociologo, filosofo e saggista polacco naturalizzato britannico, una delle figure intellettuali più influenti tra la fine del Novecento e l’inizio di questo secolo. Se ne è andato nel 1917, a 91 anni. Ezio Mauro, già direttore dei quotidiani la Stampa e la Repubblica, aveva incontrato e dialogato con Zygmunt Bauman in diverse occasioni tra il 2014 e il 2015, collaborando alla stesura di libri e partecipando a incontri pubblici. Mi ricordo una loro lezione magistrale che avevo seguito nel 2015 a Modena, al FestivalFilosofia.
Il silenzio dell’opinione pubblica è un dialogo, breve ma denso, tra Bauman e Mauro, che provano a mettere a fuoco lo stato di salute della democrazia nell’era digitale.
Si parte da una domanda: che cosa resta dell’opinione pubblica nell’epoca dei social media, della comunicazione istantanea e delle cosiddette “bolle digitali”? Ciò che un tempo costituiva il cuore della vita democratica – il confronto, il dissenso, la costruzione collettiva del senso – appare oggi indebolito, frammentato, quasi dissolto. L’agorà si è trasformata in un insieme di solitudini connesse, dove ciascuno parla, ma pochi ascoltano davvero.

Viviamo immersi in un flusso continuo di commenti, reazioni, prese di posizione. Un rumore diffuso che però solo raramente si traduce in un vero confronto. I social media moltiplicano le voci ma le isolano, creando spazi chiusi in cui ciascuno ascolta solo ciò che già pensa. Il risultato è “una piazza pubblica affollata ma frammentata”, dove il dialogo si riduce spesso a monologo.
Bauman, noto per la teoria della “modernità liquida”, individua nella precarietà e nell’incertezza le condizioni strutturali di questa trasformazione. L’individuo contemporaneo, più consumatore che cittadino, fatica a riconoscersi in una comunità politica stabile.
Mauro osserva invece la trasformazione dell’informazione: la velocità ha preso il posto della verifica, l’immediatezza quello dell’approfondimento. Le notizie si accendono e si spengono in poche ore, senza lasciare traccia.
Ed è proprio l’amnesia collettiva, la cultura dell’oblio, uno dei passaggi più incisivi del libro. L’eccesso di informazioni non produce maggiore consapevolezza, ma genera disattenzione e perdita di memoria. Le notizie si consumano rapidamente, sostituite da nuove narrazioni che impediscono ogni sedimentazione critica. In questo flusso continuo, il cittadino rischia di diventare spettatore passivo, privo degli strumenti necessari per interpretare la realtà.

Uno scollamento che alimenta sfiducia, risentimento e paura dell’altro, elementi che mettono in crisi i fondamenti stessi della democrazia. La politica, privata di un’opinione pubblica forte e consapevole, perde la capacità di rappresentare e orientare la società.
Eppure, il libro non è un semplice atto d’accusa. Tra le righe si intravede una possibilità: ricostruire luoghi e tempi del confronto, restituire valore alla parola, rallentare il ritmo dell’informazione per recuperare profondità. In sostanza, recuperare il pensiero critico come atto di resistenza. Per rimettere insieme spazi di discussione autentica, in cui la parola torni a essere strumento di responsabilità e partecipazione. Perché il silenzio, a volte, non è assenza di suono, ma perdita di significato.
- Sono 70 pagine, ma aiutano a capire almeno un po’ quanto sta accadendo in questo mondo sempre più allucinante



