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Operazione Shylock. Philip Roth e il suo Doppio in un incubo in Israele

Operazione ShylockUna confessione (titolo originale Operation Shylock A confession) è a book of Philip Roth: non ci sono alias dello scrittore di Newark, cioè Zuckerman, Kepesh o Tarnopol – anche se subito compare, a sorpresa, un secondo personaggio che si spaccia per Philip Roth.

Forse è un impostore, forse un doppio partorito dal caso, e si trova in Israele – siamo nel gennaio del 1988 – nei giorni in cui si celebra il processo a un uomo dietro il cui anonimo aspetto da contadino potrebbe celarsi Ivan il Terribile, boia di Treblinka.

Anche in questa circostanza, come si può arguire, c’è un problema di identità da definire. Problema d’identità che, allargando il focus alle strade di Gerusalemme e agli interlocutori locali incontrati dal vero Roth, anch’egli in trasferta israeliana, tocca l’intero popolo ebraico.

Il falso Roth propugna con una furia febbrile idee visionarie sul futuro degli ebrei nel mondo: paventando una seconda Shoah, si batte per una sorta di nuova diaspora, un “diasporismo” che ricomponga i frantumi del giudaismo e ripopoli di ebrei l’Europa, la Polonia e la Germania in primis, in una riconciliazione protetta dal ricordo dell’Olocausto.

Il che comporterebbe anche la decadenza automatica del sionismo, che sia difensivo o aggressivo: togliendo importanza a Israele, la diaspora leverebbe tensione al perpetuo confronto armato nel Medio Oriente.

Il vero Roth, che tra l’altro ha una visione drammaticamente complessa e critica di Israele, è più che dubbioso. Soprattutto quando, in visita nei Territori Occupati, è investito dalla furia affabulatoria di un intellettuale arabo, George Ziad, ex compagno di università in Usa.

Ziad lo costringe a misurare la distanza tra gli ebrei europei e americani e quelli insediatisi in Israele. Gli sbatte in faccia la sicura arroganza di questi ultimi, l’uso pubblicitario dell’Olocausto, e agita sullo sfondo l’accusa di un’oscura accondiscendenza degli ebrei dell’esodo al nazismo, il desiderio inconfessabile di fare tabula rasa di un sogno cosmopolita al fine di trovare una patria… È un capitolo travolgente e inquietante (letto ieri e soprattutto oggi) e non per niente Emmanuel Carrère ne sottolinea lunghe frasi nella sua personale lettura di Operazione Shylock.

Intanto il vero Roth, a tratti dubita pure di se stesso, di essere guarito. Ad apertura di libro, abbiamo incontrato lo scrittore di Newark più che depresso e in preda addirittura a idee suicide, causate (si scopre) dalla reazione imprevista a un farmaco, l’Halcion, banale ipnotico che per un imprevisto effetto collaterale può stravolgere la psiche di un paziente.

Comunque. Come dicevo, l’identità è il tema del testo, che a tratti ha il passo del work in progress, con commistione di materiale giornalistico, e flash di riletture colte da Bruno Schulz e da Kafka – viene da qui o dall’Halcion il carattere trasognato, da incubo, di molte pagine? Ma poi ovunque, molto rothianamente, la realtà si mescola al romanzesco, e ciò accade perché è la “bugia” il mezzo più utile per dire “una verità indicibile”. La bugia oppure la letteratura, appunto.

Al proposito è interessante il colloquio-intervista con Aharon Appelfeld, estratto in parte da un’autentica intervista fatta all’epoca per il New York Times, sulla necessità di usare la fantasia nel narrare fatti realmente accaduti a chi scrive.

Philip Roth
Philip Roth

Operazione Shylock esce adesso nella traduzione bella e efficace di Ottavio Fatica – prima di lui era stato Vincenzo Mantovani a volgere il romanzo in italiano.

Faccio un passo indietro. Ricordo di aver incominciato a leggere svogliatamente Operazione Shylock nel lontano 1994, quando il romanzo uscì per Mondadori: era un pesante Omnibus con copertina nera e lucida, occupata da una geometrica spirale – allora, ricordo, pensavo che il sessantenne scrittore, già mio beniamino, fosse un vecchio e registrasse un calo, che gli fosse rimasto poco da dire.

Le percentuali di autobiografia – allora non si diceva autofiction – e di ibridazione tra realtà e fantasia, e i segnali della disintegrazione dell’io caratteristica del romanzo moderno, non mi parvero così attrattivi: li lessi come artifici di uno scrittore che squadernava le sue nevrosi – ai tempi Roth era sposato con Claire Bloom e non era ancora accaduto il disastro – in uno stallo di presunta impotenza creativa. Piantai il libro a meno di metà.

Non avevo capito niente. Proprio la complessa partenza, che mi aveva respinto, è uno dei pregi del testo: in Operazione Shylock Roth incomincia smodato e sornione, fingendosi cauto e confuso, come accadrà più tardi nei primi capitoli di Pastorale americana, quando Nathan Zuckerman si avvicina, dandosi quasi a fatica il permesso di farlo, al personaggio dello Svedese.

Operazione Shylock è un grande ed eccentrico romanzo sul Doppio – i due singoli sono più che perturbanti in quanto assai simili, uno è la versione immiserita e miserabile dell’altro – e su Israele. È un grande romanzo, ovunque audace e luccicante di intelligenza, straziante nelle svolte di follia e persino politicamente profetico, romanzo capace di diventare nel suo sviluppo, se il lettore ha un attimo di pazienza (è un romanzo sterminato e la richiede), una spy story e una dark comedy, animata da ex infermiere dal furore strindberghiano – Jinx, improbabile Bond girl e classica Roth girl – e scandita tra storia concreta e scarti junghiani sul cammino degli Antisemiti Anonimi di tutto il mondo.

Il libro acquista valore sincronicamente, guardando al nostro semplificato presente letterario, e diacronicamente con ciò che Roth ha scritto dopo: si rivela un punto di snodo e una nuova partenza. Non sapevo ancora, e non immaginavo neanche, quando aprii per la prima volta Operazione Shylock, quanta ricchezza letteraria e umana era ancora depositata nella penna e nella testa di Philip Roth – Philip Roth lui stesso, senza contare tutti i suoi alias. Che nostalgia.

Credit: Philip Roth, author Bernard Gotfryd by libraryofcongress is marked with CC0 1.0.

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