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Allonsanfàn
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Kiran Desai. La solitudine di Sonia e Sunny tra Oriente e Occidente

Lasciata l’agiata ma litigiosa famiglia a Nuova Delhi, Sonia vive una strampalata love story che dall’inverno di un deserto college del Vermont, dove studia da scrittrice, la porta nell’hype della New York degli artisti.

Ma il rapporto con il pittore Ilan, molto più grande di lei, e forse più capriccioso che nevrotico, si rivela crudele al punto da convincerla a tornare a casa.

Negli stessi giorni degli anni Novanta, sempre a New York, l’aspirante giornalista Sunny cerca di salvare la sua spigolosa convivenza con Ulla, camminando sul filo teso della diversità – la diversità di provenienza che apparecchia tranelli continui e forse insuperabili. Sunny è un facoltoso ragazzo indiano, Ulla americana perdipiù del Kansas, ovvero di un’assai misteriosa (per lui) America profonda.

Non si sfugge facilmente al richiamo della patria lontana – ma patria di chi e di che cosa? Che patria è oggi l’India per i nostri brillanti expats, che più che spesso se ne vergognano? Qual è la loro Heimat, tra storia e antropologia, oltre i luoghi comuni e le tradizioni al tramonto? Un esempio di queste ultime: le famiglie d’origine dei due studenti, che non si conoscono, pasticciano attorno a una datata usanza, quella del matrimonio combinato.

E però: si tratta di un’antica pratica che sembra inscalfibile, visto che può presentarsi a sorpresa come un salvagente per gli emigrati, simile a un mezzo per cucire insieme decorosamente passato, presente e futuro. “In India funzionava solo la famiglia, era inutile tentare di sfuggire a questa legge”, pensa Sunny.

Lo crede Satya, amico del ragazzo, anche lui in trasferta Usa per fare il medico, ma senza ambire a una vera integrazione: e infatti chiede man forte a Sunny e se lo porta indietro a Delhi per farsi aiutare a scegliere la pretendente – salvo poi sentirsi sminuito e meno ambito di Sunny che è una creatura della zona dei ricchi di Panchscheel Park.

Kiran Desai

Tutto il grande romanzo di Kiran Desai, La solitudine di Sonia e Sunny – grande non solo per lunghezza, sono 760 pagine, ma anche per ambizione – si svolge in accordo e in contrasto e più che spesso in bilico tra Oriente e Occidente, e tra senso della comunità e individualismo.

Che letterariamente citi Dickens o Anna Karenina, J.D. Salinger o Virginia Woolf, Desai ha sempre presente che “la grande storia è sempre la storia di qualcuno”. E può semmai servirsi dell’esempio di Gabriel García Márquez, letto da Sunny, per lamentare l’esotismo di certi luoghi (l’India naturalmente) che pare condurre in automatica a un facile realismo magico.

Lo spettatore partecipe – cioè il lettore – viene ricompensato dall’abbondanza dello spettacolo allestito, e da un’acuta riflessione sul romanzo post-coloniale, mentre segue trama e ramificate sottotrame del testo e cerca di prevederne, intanto che si dipana una infinita serie di peripezie, il finale.

A proposito di Dickens: va letto anche se sei nella giungla – perché non leggerlo se la vita che racconta è meglio della tua? Così pensa la madre di Sonia, riparatasi tra i cedri dell’Himalaya, all’ennesima rilettura di David Copperfield, ma forse lo crede anche Sonia, e forse anche Desai. La prendiamo come una dichiarazione di poetica seppure con riserva: come possiamo essere certi, dice la scrittrice, che l’arte non è fatta “delle ossa e delle ceneri di persone innocenti”?

Comunque. Le solitudini di Sonia e Sunny si incontrano, certo, anche perché per loro l’India è il contrario della pragmatica e alienante solitudine occidentale. Ma si trovano senza combine dì parenti, per caso, prima su un treno e quindi a un funerale, tramite un libro galeotto (stavolta sono le nevi di Kawabata). Da qui in poi il romanzo di Desai riparte di nuovo rigogliosamente, senza risparmiare andate e ritorni, malattie, faide familiari, incomprensioni…

L’India è “un crocevia di miriadi di storie”, pensa Sonia quando scrive un articolo su Delhi Vecchia. Ma evidentemente pensa così, allargando lo sguardo, pure Desai. E poi: “Una storia minima” riguardante l’India “si espande in qualcosa di smisurato”. Lo dice Sonia parlando di kebab, ma pure qui l’affermazione è estensibile all’autrice.

Un’ultima nota: si può dare la colpa al presente o al passato, alla politica o alla storia di ciò che accade e di ciò che diventiamo. Ma quando tutto va male, Sonia pensa che è colpa sua: ha fatto un torto a Badal Baba, l’Eremita delle Nuvole. È un santo o un demone la cui effigie ha ereditato dal nonno e che ha scelleratamente dimenticato sotto un materasso quando conviveva con il pittore narcisista a New York…

Kiran Desai
Kiran Desai (by Terraplenmaguey is marked with CC0 1.0.)

Kiran Desai è tornata in libreria dopo un’assenza lunga vent’anni e un Booker Prize vinto nel 2006 con Eredi della sconfitta (Adelphi, 2007): La solitudine di Sonia e Sunny, traduzione di Giuseppina Oneto, Adelphi. La foto della scrittrice in apertura è di M. Sharkey

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