Forse i ricordi sono un efficace mezzo per travisare il passato ma di certo le città di provincia, quelle dove si è stati ragazzi prima di andarsene, sono il luogo eletto per accorgersi a posteriori dei guasti del tempo. A cominciare dalle occasioni perse, dalle tante possibilità accarezzate in gioventù e poi scambiate, alla meno peggio, con infimi pezzetti di realtà, su cui raccontarsi bugie. Non è affatto semplice trasformare, seguendo Nietzsche, il “ciò che fu” in “così volle che fosse”.
Il quadro di una vita mediocre, e la ricostruzione di un arduo coming of age, diventa assai nitido se poi entra in scena un padre, già severo professore di filosofia, che sta indementendo per l’età e fa un gran casino con il tempo trascorso: i figli vengono confusi con i nipoti, le figlie con le madri, in un presente livellato in cui, per il malato, forse per caso o per destino, solo gli antichi baluardi della cultura almeno per un po’ rimangono grottescamente in piedi – L’idiota di Dostoevskij, con il suo carico inesauribile di mirabili motti e suggestioni, sta un passo avanti a tutti.

Il nuovo atteso romanzo di Dario Ferrari, L’idiota di famiglia (Sellerio), dopo il meritato successo (doppio: di critica e di pubblico) de La ricreazione è finita (Sellerio 2023), riparte dalla natia Viareggio, dove il protagonista, il quarantenne Igor Nieri, si reca per aiutare la sorella Ester nel gestire un padre in crisi, un padre da sempre ingombrante e noto infatti col soprannome di Herr Professor. Lascia intanto a Roma e in tournée libraria Marta, la quasi moglie scrittrice e femminista che ha avuto improvviso successo dopo molte delusioni in università.
No, lui no, Igor Nieri non vince mai nulla: sta sempre in ombra, da cauto e ironico nichilista, un po’ avaro oltre che stitico e preparato al peggio per farsi meno male. Non per niente, avendo rinunciato a scrivere, di professione fa il traduttore – da notare: un lavoro minacciato di sparizione dall’AI, il che quasi conforta Igor avvezzo a uno stato di feroce understatement.
Amo notare che il nuovo romanzo di Ferrari è un insieme di tante storie, che procedono verso un centro, pur in una continua dilazione che accresce il piacere di leggere. I flussi del racconto partono spesso da un’apparente divagare quando addirittura non si incanalano in un pastiche e cioè in un romanzo nel romanzo – ce n’è qui uno godibilissimo, scritto sullo’”orlo di un mondo nuovo”, come ce n’era uno ne La ricreazione.
Ma il centro del narrare di Ferrari è un centro mobile ed è di volta in volta il confronto tra generazioni attraverso il “corpo disertato dall’anima” di Herr Professor e, sempre filtrata nel rapporto tra padre e figlio, la storia dimenticata di una mitica insurrezione popolare a Viareggio, nell’anno di grazia 1920, oltre a quella dell’Italia uscita dalla Resistenza e dal crollo delle ideologie dopo gli anni Settanta.
Herr è un resistente e nel suo essere comunista e uomo retto è inflessibile se non stoico fino alla molestia di moglie, prole e concittadini. Alle commemorazioni di un ennesimo 25 aprile la situazione precipita, l’uomo fa il suo ultimo confuso intervento in piazza prima di crollare nel mutismo mentre si profila all’orizzonte un’altra vicenda, che viene anch’essa da lontano ed è legata al nome misterioso e quasi donchisciottesco di un certo Idargo, un ragazzo che ha l’animo di un principe Myškin…

Come già avevo scritto per La ricreazione è finita, Dario Ferrari, alla stregua di uno dei suoi antieroi, sembra mettersi di lato, parte prudente e ironico in prima persona, e poi produce in uno più romanzi differenti – verrebbe da specificare: romanzi di tradizione o post modern, con possibile ma non riconoscibile risvolto di autofiction o segnati dall’ibrido di un saggismo spicciolo ma in realtà assai colto del suo Igor Nieri (e ieri del suo Marcello Gori). Niente noir stavolta e forse è meglio così, anche se una sorpresa finale c’è: nel caso compaiano cadaveri, sono quelli lasciati sul campo dalla vita stessa oppure, nella tre giorni viareggina, dall’ingiustizia sociale.
Comunque. Ferrari sa bene quando unificare le file del suo discorso (del discorso di Ivan) e suggellarlo nel gioco di prestigio di sua maestà la letteratura (che altro non è se non “il piacere per le parole”), senza mai farci scorgere i trucchi del mestiere ma soltanto la destrezza dell’esecuzione. Mica facile, soprattutto perché L’idiota di famiglia si legge tutto d’un fiato come romanzo di famiglia e insieme racconto politico. Applausi, dunque – e spero di non aver messo in questa mia breve lode troppi “calchi”, che per Igor sono kriptonite insieme alla sintassi da analfabeti usata oggi in un mondo che sta per pensionare la scrittura e affidarsi all’oralità dei messaggi whatsapp o dei podcast.
Nella foto in apertura, Conversation di Zack Zdrale, 40×30, oil on canvas, 2012



