Mentre in giro per l’Italia Emmanuel Carrère presentava Kolchoz, un percorso commovente nei meandri della propria storia familiare attraverso la figura della madre, un altro scrittore di genio e talento, Mathias Enard, vincitore nel 2015 con Bussola del più importante premo letterario francese, il Goncourt, era a Torino al Salone del libro con la sua ultima opera, Malinconia dei confini – Nord, pubblicata da e/o nella bella traduzione di Yasmina Mélaouah.
Incrocio casuale ma significativo, perché i due autori hanno in comune la vocazione a intrecciare finzione e realtà, biografia e storia, a spingere il racconto fino ai limiti delle sue possibilità conoscitive, ridando senso e pregnanza al tesoro che ogni cultura racchiude. E non parliamo solo dei protagonisti più noti, ma delle vicende comuni, ordinarie, dietro le quali si cela quella possibilità di indagare il mondo e ciò che siamo che solo la letteratura riesce a restituire. Anche in Malinconia dei confini Enard riesce a fondere storia, geografia e cultura per condurci in un viaggio, fisico e mentale, attraverso città, regioni e periodi diversi, con un occhio di riguardo al Novecento, ai suoi crimini e conflitti, ma anche ai fermenti di rinascita e di nuova vita che proprio in quelle “cicatrici” che sono i confini tra gli stati riescono a germinare.
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Il libro si apre con la visita all’ex sanatorio di Beelitz dove sono morte migliaia di persone e dove è ricoverata per un ictus la sua carissima amica E. È da questo dolore che nasce il libro?
«L’ictus è in definitiva un’occlusione, l’unica reazione possibile è allora aprirsi, diventare viandanti disponibili a ogni possibilità. Con E. avevamo trascorso due anni assieme a Berlino e prima ancora lavorato insieme per tanti anni. È una sensazione terribile di perdita, ma anche un lutto impossibile perché lei non è morta, ma non è più la stessa. Questa è anche la malinconia: l’impossibilità di elaborare un lutto perché la perdita non c’è. Era autunno e a Berlino faceva freddo, una sensazione di fine mondo, di rovine. Nell’incipit cito allora un verso di una poetessa di Lima, Blanca Varela: “Là dove tutto finisce, apri le ali”, anche in mezzo al dolore e le rovine. Questa è una possibilità della letteratura».
Nel suo libro Berlino sembra costruita su strati di memoria, di morti, di personaggi epici. È anche questo la Malinconia dei confini?
«Il libro su Berlino è nato oltre dieci anni fa, quando ci abitavo. Ho voluto raccontare la città come un luogo stratificato, diviso tra est e ovest, vicino all’Oder, dove i confini diventano punti di vista letterari, spazi fluidi di incontro e di scontro. Si tratta del primo tassello di una tetralogia sui quattro punti cardinali: i prossimi saranno i Balcani, il Portogallo e l’Argentina. È la malinconia dei posti di frontiera, che emerge nelle canzoni d’amore triste del fado, nei ricordi della Bosnia, nella saudade argentina: i confini segnano separazioni ma anche possibilità di cominciare».
Lei scrive che la frontiera è come una trincea, una fossa comune e i libri una lunga cicatrice che trasuda morti, artefatti di carta e la letteratura cresce in questo solco mortale. È un antidoto all’oblìo?
«L’oblìo non è semplice cancellazione del ricordo. I ricordi non sono parole, sono sensazioni. Rimane il linguaggio, rimane la realtà. La letteratura permette di ricostruire ciò che non c’è più, di ritrovare la storia e la relazione con ciò che è scomparso. I libri considerano i corpi scomparsi, le figure perdute, restituendo significato sia alla grande storia che alle storie personali».
Nei suoi romanzi il viaggio è centrale: la Transiberiana in Alcol e nostalgia, il viaggio a Berlino in Malinconia dei confini, un viaggio immaginario tra Oriente e Occidente in Bussola. Qual è il ruolo dello spazio e del tempo nella sua scrittura?
«Lo spazio e il tempo formano un unico vincolo narrativo. Il narratore è sempre in movimento, la finzione è il motore che permette di esplorare mondi diversi anche se non vi si arriva mai completamente. Attraverso il viaggio, reale o immaginario, si intrecciano memoria, storia e geografia, creando una narrativa che unisce esperienza, documentazione e immaginazione. E poi il viaggio è anche allucinazione, l’irreale nascosto dentro il reale, pensi a Requiem di Antonio Tabucchi».

La storia del Novecento ha ancora oggi un peso rilevante. Perché è importante confrontarsi ancora con il passato?
«Oggi, in un’epoca dominata dalla tecnologia e dal benessere privato, la memoria del Novecento resta necessaria. I morti sono ovunque, più presenti dei vivi: la letteratura nasce dalla memoria, dall’impossibilità di dimenticare, e ci permette di leggere il mondo contemporaneo con consapevolezza delle tragedie passate. La scrittura è un modo per rimanere connessi con la storia, per comprendere le atrocità e il sacrificio dei senza gloria. Raccontare significa restituire dignità ai morti e dare un senso alla memoria collettiva, un atto di speranza nel futuro e nella possibilità di imparare dal passato».
La narrazione nei suoi libri alterna saggio, racconto, memoria personale, reportage, meditazione storica. Che cosa la spinge a cambiare registro e passare alla fiction?
«Sono progetti differenti. Inizio spesso con la non-fiction, ma la fiction permette di creare mondi alternativi e raccontare la stessa storia in modi diversi. La presenza di personaggi romanzeschi consente di esplorare dimensioni emotive e narrative che la documentazione pura non potrebbe restituire».
Anche Carrère in questi giorni è in Italia a presentare la sua ultima opera, Kolchoz, nella quale storia, biografia e finzione si intrecciano. Ci sono consonanze con la sua visione della letteratura?
«Sì, entrambi cerchiamo di rappresentare la complessità del reale attraverso la combinazione di documentazione, memoria e immaginazione. La letteratura è capace di mostrare i possibili, di restituire senso a ciò che il tempo ha cancellato».
In che cosa consiste la potenza della letteratura?
«Ogni opera letteraria è anche un’esplorazione dei suoi stessi limiti, è quel fumo, quella materia “altra” che non è né reale né irreale, ma quasi metafisica. È inoltre una forma di essere nel mondo, con gli altri, con le altre culture, un viaggio fino alle ultime possibilità del linguaggio in una relazione unica con il tempo: per rivivere il periodo di Omero c’è solo l’Iliade. Grazie a essa posso pensare con gli antichi greci».
Lei parla benissimo italiano, non ha pensato scrivere in un’altra lingua oltre al francese?
«Ci ho pensato, ma credo che scrivere in un’altra lingua sia come entrare in una casa conosciuta rimanendo al buio».

- Mathias Enard ha scritto Malinconia dei confini – Nord (e/o), prima parte di una tetralogia



