Il romanzo di Johan Harstad Max, Mischa e l’Offensiva del Tet (Sellerio) parte come il romanzo di un intellettuale: propone subito una riflessione sul teatro, sospendendo il palcoscenico, ormai disertato dagli dei e pure da dio, in una zona ambigua tra ineguagliabile potenza e inessenziale marginalità.
Il narratore Max è infatti un regista teatrale: a metà della trentina, norvegese ma cresciuto a Long Island, conosce a fondo l’argomento, e sa bene di essere beckettianamente un “mercante dell’illusione”. Ma Max è un uomo concreto e si occupa anche di apparenti inezie. Per esempio: avete mai notato l’impatto sul pubblico di una prim’attrice che rimane muta per tutta un’opera oppure l’effetto di un interprete che improvvisamente si siede?

Forse è il bisogno di trovare o restituire un significato alle sue azioni artistiche e non solo, che spinge Max a scrivere e ad accompagnare in un tour americano il suo ultimo testo, intitolato alla famigerata Weyland-Yutani Corporation del film Alien, emblema grottesco delle aberrazioni del neocapitalismo. Staccatosi dal suo branco di teatranti, Max si sposta in automobile di città in città, in solitarie e interminabili tappe, dormendo pure nei parcheggi dei camion. Intanto riflette, ricorda e si racconta.
C’è un altro film, oltre a Alien, che compare nelle prime pagine del testo, una pellicola leggendaria per gli adolescenti norvegesi di Stavanger che come Max giocavano alla guerra, Apocaypse Now di Francis Ford Coppola. Per il ragazzo ha un significato più profondo poiché è figlio di genitori di estrema sinistra, un tempo in lotta contro la guerra in Vietnam. Mentre mescola nel suo racconto autobiografico presente e passato, amore, amicizia e arte, Max torna spesso a quella guerra che diventa forse metafora e forse nostalgia del Novecento – Johan Harstad fa un passo in più perché, in capitoli autonomi, isola la storia della madre e del padre di Max a partire dai primi Settanta, aggiungendo poi quella dell’outsider Owen, il che gli permette di inserire nuove variazioni e divagazioni, spesso giocate sul percorso che unisce e divide, per i suoi immigrati, Norvegia e Stati Uniti. Identità e estraneità, incanto e disincanto sono tra i temi portanti del suo libro.
Comunque. Questa breve nota vorrebbe incoraggiarvi a leggere Max, Mischa e l’Offensiva del Tet, romanzo fiume di oltre 1.200 pagine, che sta andando a ruba (pare) nelle nostre librerie, ben tradotto oggi da Maria Valeria D’Avino e Sara Culeddu, ma scritto dieci anni fa (manca ancora incredibilmente una versione inglese).
Chi lo ha divorato lo ha definito una festa della lettura, capace di fornire una trama ipertrofica a un testo incredibilmente scorrevole. Sottolineo: romanzo fiume e non “opera mondo” come spesso viene chiamato qualsiasi prodotto che esageri nella misura o presenti lievi analogie tematiche o formali con grandi e rivoluzionari testi del passato. Max, Mischa e l’Offensiva del Tet è a conti fatti uno straordinario romanzo tradizionale che si presenta come un coming of age e evoca brillantemente un mondo piuttosto che inventarlo con artifici inerenti allo stile.

Durante il mio viaggio nel testo, mi sono fermato spesso, distratto dalla fascinazione dell’autore per il cinema americano dei miei anni. Per esempio, di fronte al ricordo di Shelley Duvall in Anche gli uccelli uccidono alias Brewster McCloud, di Robert Altman, il film della cacca degli uccelli: l’attrice in versione pre-Kubrick impresta tutto il suo appeal anni Settanta alla Mischa del titolo, la quasi sosia che appare come un colpo di fulmine a pag. 256 (“Lei. Era. Lì”). Apocalypse Now me lo sono andato a riguardare su MUBI.
Odissea febbrile e psichedelica in una terra impazzita, Apocalypse Now narra del capitano Willard che viaggia per una controversa missione dentro e verso l’orrore, apparecchiato da uomini deragliati in una disumana o troppo umana follia, e incarnato – anche letterariamente, con l’aiuto di Conrad e di Eliot – nel Kurtz mussoliniano di Marlon Brando. Sì, è un film ineguagliabile e irripetibile, e viene persino il dubbio che sia la versione survoltata del viaggio dell’apparentemente pacato Max nel romanzo di Harstad (e della vita di tutti).
Di Johan Harstad, nato nel 1979 e celebre in patria, si ricorda Che ne è stato di te, Buzz Aldrin? (Iperborea) ma il resto della sua opera, anche teatrale, è tutto da tradurre e da scoprire. Ne vale certamemte la pena.
(Credit: JohanHarstad4” by John Erik Riley / The Lacktr Prpgnda Community is licensed under CC BY-SA 3.0.)



