Il ladro e i cani è uscito nel 1961, scritto da Nagib Mahfuz (nella foto qui sopra), primo, e per ora unico, scrittore egiziano e unico di lingua araba a vincere il premio Nobel per la letteratura nel 1988. In Italia l’autore ebbe una notorietà più vasta proprio a partire dalla consacrazione del Nobel e dagli anni Novanta si susseguirono varie traduzioni della sua vasta opera in prosa.
Mahfuz, nato nel 1911, si laureò in filosofia all’Università del Cairo, città nella quale trascorse tutta la vita, lavorando come impiegato della pubblica amministrazione e scrivendo nel tempo libero. La sua prima produzione è costituita da romanzi storici-realistici, di stampo piuttosto tradizionale, anche se in seguito Mahfuz si fece portatore di una idea di Islam moderato e contrario all’integralismo. Per queste sue posizioni, fu vittima di un attentato a opera degli integralisti islamici nel 1994, ma riuscì a sopravvivere. Si spense il 30 agosto del 2006, e per questo, in occasione del ventennale dalla scomparsa, in Egitto si è inaugurato un anno di celebrazioni, mostre e conferenze dedicate al celebre scrittore.
Il ladro e i cani, più propriamente, si dovrebbe definire un racconto lungo o un romanzo breve e questa precisazione non è peregrina, perché l’autore non è interessato a sviluppare un intreccio articolato, ma al contrario vuole costruire un sintetico apologo rarefatto, in cui riuscire a circoscrivere e a sviluppare il concetto chiave di tradimento. La trama è semplicissima: Said esce dopo quattro anni di prigione, dopo essere stato condannato per un furto. La moglie, che si è risposata con il suo migliore amico e insieme si sono intascati la refurtiva, non vuole fargli vedere la figlia che avevano avuto insieme. Said vuole vendicarsi di loro, ma anche del suo vecchio mentore, che lo aveva incoraggiato a fare la rivoluzione, ora giornalista corrotto, e chiede aiuto a un saggio padre spirituale (che gli propone la via del Sufismo e del distacco spirituale), a un oste ambiguo e a una prostituta da sempre innamorata di lui. Se dapprima Said vorrebbe solo reintegrarsi nella società, presto capisce che non c’è posto per lui. Tutto tracolla quando, cercando vendetta, compie due terribili errori e uccide due innocenti anziché quelli che lui chiama cani, cioè i traditori che lo hanno allontanato dal consesso umano (nel dipanarsi della storia, i cani diventeranno per estensione la metafora della corruzione sistemica). Le cose non finiranno bene, per Said: infatti questo è un romanzo senza redenzione, in linea con le riflessioni occidentale dell’esistenzialismo.

La cosa peggiore che è successa a Said, quella veramente inemendabile, è il fatto di essere stato tradito dalle persone in cui aveva riposto la sua fiducia: Mahfuz sembra volerci dimostrare che una società non può stare in piedi se vengono meno i patti condivisi, se si infrangono i voti, se la cifra che caratterizza tutti i rapporti umani è l’ipocrisia e, infine, se non si cerca il bene comune ma ognuno persegue solamente l’obiettivo di possedere più degli altri, anche rubando. In Il ladro e i cani gli uomini vogliono possedere le donne, soprattutto quelle altrui; vogliono la ricchezza, il potere, un ruolo nella società, la rispettabilità, sempre a discapito degli altri. Non c’è posto per chi è scivolato in fondo alla scala sociale, non c’è riscatto. Lo stato è capace solo di incarcerare, non certo di garantire giustizia o equità e, rispetto ai reietti, la società prova, nei casi migliori, indifferenza e, nei casi peggiori, odio.
Per comunicarci efficacemente questo messaggio, che senza dubbio per Nagib Mahfuz a Il Cairo negli anni ’60 era molto urgente, l’autore ricorre ad un artificio narratologico, di cui quasi non ci si rende conto, tanto alla lettura il romanzo risulta fluido, ovvero il ripetuto cambio di punto di vista e il passaggio da una prima persona a una seconda persona o anche a una terza, svariate volte anche nello stesso periodo. Questo artificio ci mostra che Said è stato completamente ostracizzato, tanto che vive come dentro una camera d’eco e sente i suoi pensieri che rimbalzano e pare non saper più distinguere tra ciò che gli viene detto e ciò che effettivamente pensa.
Quindi, questo testo è quasi un perfetto caso di studio, degno di un manuale, sull’importanza dell’uso della retorica, che è tanto più efficace quanto più è celata. Infatti per riuscire ad occultare gli strumenti tecnico-retorici, ça va sans dire, bisogna essere molto capaci: un premio Nobel davvero meritato.

- Lorenza Lullini, docente di italiano e latino in un liceo di Bologna e blogger culturale, scrive qui di libri importanti e dimenticati



