Nadine Gordimer è una scrittrice di origine sudafricana, nata nel 1923, che dunque ha vissuto in prima persona la parabola che portò dall’apartheid, con l’introduzione delle leggi segregazioniste del 1948, fino alla liberazione di Nelson Mandela nel 1990.
La Gordimer può essere a pieno titolo inserita nel novero delle scrittici engagées, perché non si sottrae mai al dovere della testimonianza, senza però mascherarsi da giornalista o da storico; al contrario, rivendica il ruolo della letteratura come strumento migliore e privilegiato per narrare la storia o addirittura per capirla. Questo concetto cardinale lo ribadì anche nel discorso che pronunciò durante la cerimonia di conferimento del premio Nobel nel 1991, ricordando che Márquez aveva ridefinito la narrativa d’impegno, sostenendo che “il modo migliore in cui uno scrittore può servire una rivoluzione è scrivere il meglio possibile”.

Il romanzo Nessuno al mio fianco è stato scritto nel 1994 e una delle sue tesi è che la fine dell’apartheid non portò con sé automaticamente anche la fine dei problemi e delle contraddizioni del Paese. Si presentano, a un primo livello, le storie intrecciate di due coppie, Vera Stark, una avvocatessa bianca e il suo secondo marito, Ben, e due attivisti e dissidenti neri, i Maqoma, prima costretti all’esilio poi di ritorno nel Sudafrica post–apartheid. La storia ruota però principalmente attorno a Vera e alla sua progressiva emancipazione dai ruoli tradizionali di moglie e madre, parallela alla ricostruzione del Sudafrica. In generale, tutti questi personaggi, legati da una forte amicizia non priva di ambiguità, hanno figli, amanti, vite professionali, problemi legali che permettono a Nadine Gordimer di mostrare quanto la vita privata si intrecci con la vita politica, esplorando moltissimi aspetti urgenti, come l’evoluzione della morale sessuale, il rapporto con l’Europa, la questione della ridistribuzione delle terre, la violenza.
Mi pare, tuttavia, che ci sia un elemento che spicca più degli altri, e questo è il tema del segreto, ovvero ciò che non si può dire, a cui la Gordimer allaccia l’altro grande tema, che è quello della censura di Stato.
Significativamente, però, il segreto qui è prima di tutto un segreto intimo, privato. Proprio nelle prime pagine, conosciamo Vera nel momento in cui incontra il suo primo marito, dal quale sta per divorziare per sposare Ben, e con lui passa di nascosto un’ultima notte d’amore: per tutta la vita lei stessa non saprà se il suo primo figlio, Ivan, sia frutto di questo fugace rapporto o del legittimo amore con il secondo marito. Vera non rivelerà mai a nessuno questo dubbio, anche se è evidente che questa incertezza condizionerà tutto il suo rapporto con il figlio, ma anche tutta la sua vita. Infatti, il suo abbandonarsi alle esigenze del corpo la porterà ad avere molti amanti, ad avvelenare la relazione con la sua seconda figlia, a sentirsi molto spesso a disagio con il marito, non tanto per un senso di colpa, quanto perché il corpo la trascina lontana dal rapporto fusionale che il marito pretenderebbe.
Ma raccontare il corpo delle donne o degli uomini e il loro desiderio esula dalla sfera intima e privato: infatti la Gordimer riesce a inserire questi argomenti, in modo molto fluido e quasi inaspettatamente, nel più generale ambito di analisi sociale e storica tanto che, più specificamente, il segreto privato viene collegato alla censura pubblica, ovvero alla impossibilità di esprimere liberamente il dissenso. La Gordimer dunque rende evidente che il suo scopo, in quanto scrittrice, è esplorare come la segregazione razziale e il potere politico corrompano la psiche, le relazioni umane e addirittura l’intimità.

L’autrice stessa rivela l’origine di questa corruzione, mettendo, all’inizio del suo romanzo Luglio, uscito nel 1981, una citazione di Gramsci: “La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. La vita nell’interregno è il luogo in cui si agitano i suoi personaggi e anche in Nessuno al mio fianco l’autrice ci mostra sia la loro incapacità di trovare una identità sia di seguire i cambiamenti della storia. Per esempio, nella prima parte c’è un dialogo tra Sibongile detta Sally, la moglie di Didymus Maqoma, e Vera. Una volta ritornati in Sudafrica e finito il pericolo immediato, Sally racconta che Didymus si sente messo da parte e assume un atteggiamento rinunciatario. Sally continua a lottare, tanto che diventerà una portavoce più celebre del marito.
(Vera, parlando di Didymus) «“È diventato storia anziché un uomo vivente. Com’è possibile che qualcuno accetti una cosa simile?” Sally strinse un pugno, scuotendo rabbiosamente la testa. “Proprio questo è il problema. Pensa davvero di essere la storia. Cerca scappatoie perché non è più al centro della scena, allora si vede come storia e la storia si ferma con lui. Non riesce ad accettare che la storia continui, che dobbiamo tutti continuare a farla. La mia parte è cambiata, così come la sua. È ancora un uomo vivo che deve fare la sua parte, anche se non può essere quella che ha scelto“».

Si noti, en passant, che mentre Sibongile è il nome di origine africana (in lingua zulu/xhosa), legato alla sua vera identità e alla sua terra, Sally è il nome con cui viene comunemente chiamata o con cui si presenta nel contesto amicale e informale, usato spesso in alternanza durante il romanzo per sottolineare la duplice dimensione della sua vita tra militanza, esilio e ritorno in patria.
Comunque, il brano citato è un saggio di quanto, per la Gordimer, sia importante la riflessione sul presente e sul ruolo del singolo nella storia. Il privato è politico: questo slogan di una intera generazione trova nella Gordimer una voce potente, che si inserisce a buon diritto in un Pantheon nel quale abitano Iris Murdoch e, per certi aspetti, Doris Lessing, nonché anche autrici italiane come Natalia Ginzburg e Rossana Rossanda, per la sottigliezza delle loro analisi sociali e politiche, e per la scrittura lucida e razionale, ma anche la purtroppo spesso trascurata Fausta Cialente, che ha delineato figure di donne che hanno lottato per trovare una loro identità, a partire dal contesto levantino nel quale la scrittrice ha vissuto per più di vent’anni.
Nadine Gordimer, in conclusione, può insegnare nuovamente a guardare il mondo al di fuori della propria stanza, perché è là che si troveranno delle risposte.




