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L’amante di Abraham B. Yehoshua: una polifonia della incomunicabilità

L’amante di Abraham B. Yehoshua uscì nel 1977 ed ebbe un immediato successo editoriale, venendo pubblicato già l’anno successivo nel Regno Unito, negli Usa e poi in Francia. In Italia, per motivi legati al contesto del mercato editoriale e culturale nostrano, fu tradotto dalla Einaudi solo nel 1990, ottenendo riscontri estremamente positivi dalla critica e dal pubblico.

Si tratta di un’opera dalla struttura particolare, in cui si intrecciano più voci che narrano contemporaneamente la medesima storia da punti di vista diversi. Di base, è un romanzo di quête, che racconta cioè la ricerca di Gabriel, un uomo di origine ebraica, ritornato ad Haifa dalla Francia, che è scomparso: si tratta dell’amante ufficiale di una spenta professoressa di storia, Asya, il cui marito, Adam, è un garagista di successo, ben contento dell’effetto positivo che Gabriel sta avendo su sua moglie. I due hanno una figlia, Dafi, della quale seguiamo i pensieri adolescenziali e i turbamenti del primo amore per Na’im, un suo coetaneo palestinese, che fa il lavorante nella officina del padre. Gabriel era ritornato in Israele sperando di ricevere l’eredità della vecchissima nonna moribonda, Vaduccia, che però si riprende miracolosamente.

Yehoshua
Super ET Einaudi, traduzione di Arno Baehr

La vicenda viene ricostruita attraverso il carosello dei pensieri dei vari personaggi, che raccontano la storia dal loro punto di vista: Adam è l’uomo pragmatico, concreto; Defi è una ragazzina incoerente ma appassionata; Na’im è ben consapevole del suo posizionamento sociale e politico; Gabriel lo sentiamo solo nel finale, e il suo è un birignao fondamentalmente autoassolutorio. Invece di Asya ci vengono narrati solamente i sogni, così come di Vaduccia ascoltiamo i vaneggiamenti di una donna molto anziana che fa da memoria storica di un popolo, ricordando in modo confuso il passato e l’origine dei conflitti.

Attorno a questo nucleo, gravitano altre storie e altri personaggi con i quali Yehoshua riesce a tratteggiare il contesto sociale e politico di quegli anni, permettendoci di passare in modo molto fluido dalla macrostoria di lungo periodo alla microstoria, che spesso assume un tono autenticamente poetico.

Abraham B. Yehoshua ha saputo dare una fisionomia originale a un drammatico problema storico, uscendo dai canoni tradizionali e utilizzando come strumento di analisi il romanzo di introspezione psicologica, cercando così di trovare un legame, molto anni Settanta, tra il personale e il politico.

L’impressione è di essere davanti a un ottimo tentativo di restituire la complessità di un contesto in cui tutti i protagonisti sono sordi al dialogo, sordi come lo era il primo figlio di Adam e Asya, morto per un incidente causato proprio dalla sua incapacità di sentire. A quanto pare, però, i protagonisti non hanno imparato nulla, perché ognuno di loro continua a parlare a se stesso, senza ascoltare veramente l’altro. I loro corpi si uniscono si intrecciano spinti da un desiderio che però si ferma in superficie e non arriva a farli veramente aprire e conoscere.

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Abraham B. Yehoshua (1936-2022)

Il romanzo parte da una allegoria molto interessante e originale, quella della polifonia intesa come emblema della incomunicabilità, e la sviluppa in modo non banale, delineando protagonisti credibili e plausibili anche nelle loro bizzarrie. Tuttavia dopo un inizio folgorante, il tono generale in alcuni punti oscilla tra un mélo alla Giulietta e Romeo e un pastiche faulkneriano non sempre ben padroneggiato. Inoltre, le inevitabili seppure non scontate riflessioni riguardo il conflitto tra le due culture obbligate alla convivenza (non ci dimentichiamo mai che il libro è stato scritto e ambientato negli anni della guerra dello Yom Kippur del 1973) rischiano un didascalismo che nuoce alla letterarietà.

Sicuramente in questo romanzo la lunghezza gioca a sfavore della efficacia, con una superfetazione di linee narrative e di dettagli che non vengono poi sviluppati in fondo e che perciò distolgono l’attenzione dal tema principale. D’altronde, può darsi che fosse precisa intenzione dell’autore segnalare che in situazioni complesse si fa fatica a rintracciare linee di sviluppo univoche, perché tutto sembra essere importante: in questo caso, l’obiettivo è stato perfettamente raggiunto.

Da questo libro, il regista Roberto Faenza nel 1999 ha voluto trarre L’amante perduto (The Lost Lover), un film che, come lui stesso dichiara in una intervista, è necessariamente un’opera molto diversa rispetto al testo di partenza. Tra l’altro il film è ambientato negli anni Novanta, cioè dopo gli Accordi di Oslo, quindi in un contesto politico molto diverso da quello originale e questo ne ribalta del tutto l’interpretazione. Inoltre, se è vero che tutte le trasposizioni filmiche sono costitutivamente un po’ un tradimento del testo originario, in questo caso è ancora più vero perché il regista, nella stringente necessità di scegliere un solo punto di vista, ha pensato di crearne uno originale, nel quale dovrebbero convergere tutti gli altri che invece nel romanzo sono autonomi.

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L’amante perduto di Roberto Faenza

L’operazione era inevitabile, ma purtroppo risulta fortemente riduttiva e, delle intenzioni analitiche del romanzo originale, resta solamente un plot narrativo complesso ma privo di spessore. Per poter ovviare alla mancanza di profondità, spesso vengono inseriti alcuni momenti di dialogo un po’ troppo illustrativi, che interrompono la sospensione della incredulità. I pregi del film di Faenza, regista molto abile, esperto in trasposizioni cinematografiche di capolavori e attento ai riflessi politici delle sue opere, reduce dal successo di Sostiene Pereira tratto dal romanzo di Tabucchi e futuro autore del bellissimo Prendimi l’anima sulla figura di Sabina Spielrein, risiedono perciò non tanto nella sceneggiatura quanto nella resa delle atmosfere e del contesto: anche solo grazie alla fotografia, alle riprese degli esterni, a cui hanno partecipato ebrei e palestinesi insieme, alla colonna sonora noi possiamo sentire la drammaticità e le difficoltà della convivenza dei personaggi tormentati dai loro fantasmi interiori ma anche dei due popoli allora come ora alla ricerca di accordi e di pace.

In apertura, Abraham B. Yehoshua (Credit: CC BY-SA 4.0 di A.B. Yehoshua)

  • Lorenza Lullini, docente di italiano e latino in un liceo di Bologna e blogger culturale, scrive qui di libri importanti e dimenticati
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