A proposito di Nati due volte di Giuseppe Pontiggia non si può sostenere che sia un libro trascurato, ma l’impressione è che sia un libro sottovalutato o almeno travisato. Infatti, se è incontrovertibile che il tema centrale sia la riflessione di un padre sulla disabilità del figlio, affetto dalla nascita da una tetraplegia spastica distonica, di cui seguiamo la storia dalla nascita alla prima giovinezza, il testo non si risolve nella rappresentazione del dolore o in un reportage dei sentimenti.

Non è corretto inserirlo nel filone dei vari memoir clinico-diagnostici che spopolano sui banchi delle novità in libreria. Lo stesso Pontiggia riteneva che non fosse opportuno che un testo sfruttasse le lacrime e il gusto del patetico, anche se doveva contenere il pathos perché la narrazione aveva il compito di portare il lettore a sfiorare sentimenti altrimenti silenti, attraverso gli strumenti specifici della letteratura, il primo dei quali è l’uso del linguaggio.
Infatti Nati due volte, prima di tutto, è un romanzo scritto da un romanziere di professione, che per l’intera carriera si è interrogato sull’uso delle parole. Non a caso Pontiggia è stato un saggista estremamente prolifico: sarebbero da rileggere le sue opere di critica letteraria, soprattutto I contemporanei del futuro. Viaggio nei classici pubblicato nel 1998, in cui spazia da Ovidio a Defoe, usando sempre il suo stile sobrio eppure, apparentemente, leggero.

Anche in Nati due volte Pontiggia adotta una lingua squadrata e precisa, mai enfatica, e fa della brevità e della paratassi dei punti di forza del suo stile. La sua scrittura, talvolta aforistica, serve a togliere le incrostazioni del linguaggio addomesticato, inquinato dalla retorica del dolore. Al contrario, la antiretorica severamente applicata dall’autore serve a eludere la menzogna collettiva: di fronte alla malattia e alla tragedia tutti mentono per trincerarsi dietro frasi fatte, o per coprire le proprie sofferenze o per non infliggerne. Soprattutto mentono per non vedere la verità.
Tuttavia l’io narrante, cioè il padre, pur dopo aver smontato razionalmente le pietose bugie, resta talvolta reticente rispe
La verità dunque, suggerisce Pontiggia, non si conquista né affidandosi solo all’istinto né contando esclusivamente sulla ragione: si intravede, per un istante, da una certa distanza. È proprio questo che accade nelle ultime righe dell’ultimo capitolo, significativamente intitolato A distanza, quando il padre e il figlio si incontrano per strada e si guardano da lontano:
“Una volta, mentre lo guardavo come se lui fosse un altro e io un altro, mi ha salutato. Sorrideva e si è appoggiato contro il muro. È stato come se ci fossimo incontrati per sempre, per un attimo”.

L’incontro tra padre e figlio, il riconoscimento, è finalmente avvenuto in un solo istante (“Una volta… per sempre, per un attimo”), attraverso un’illuminazione fulminante che in questo caso è stata possibile grazie alla distanza e al fatto che il padre guardasse dall’esterno sia se stesso sia il figlio, cioè proprio dalla posizione del narratore onnisciente. Tramite il filtro del racconto e della finzione, Pontiggia riesce a mettere a fuoco l’identità del figlio, finalmente visto come un individuo e non solo come un disabile. Ci si incontra per sempre proprio nell’attimo in cui ci si guarda come stranieri.
Anche Eugenio Montale è stato un grande investigatore dei varchi, dei passaggi che permettono, quasi casualmente, di avere una visione più nitida del mondo. Per esempio nella poesia I limoni, il poeta scrive: Vedi, in questi silenzi in cui le cose / s’abbandonano e sembrano vicine / a tradire il loro ultimo segreto, / talora ci si aspetta / di scoprire uno sbaglio di Natura, / il punto morto del mondo, l’anello che non tiene, / il filo da disbrogliare che finalmente ci metta/ nel mezzo di una verità.
La disabilità del figlio per Pontiggia è l’“anello che non tiene”, lo “sbaglio di Natura” che però permette di vedere la verità, se lo guardi dalla giusta distanza, proprio quella distanza che ci viene regalata dalla grande letteratura.
Per la foto di apertura, credit: Giuseppe Pontiggia 02 by Gorup de Besanez is licensed under CC BY-SA 3.0.
- Lorenza Lullini, docente di italiano e latino in un liceo di Bologna e blogger culturale scrive qui di libri importanti e, in questo caso, sottovalutati



