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Allonsanfàn
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La scuola cattolica di Stefano Mordini o dell’immutabile cinema italiano

C’è il cinema italiano in quel baule della 127, col suo modo di scrivere, girare, sceneggiare, distribuire le parti, montare, interpretare, suggerire, accalappiare, provocare, accontentare, rimasticare, cantare, atteggiarsi. Il resto è pretesto, la forma è già decisa, immutabile da quarant’anni, senza nemmeno essere di successo, un colpo alla critica un colpo al pubblico, nessuna ambizione, nessuno slancio artistico, nessuno sforzo di andare oltre agli stereotipi, né nella creazione dei personaggi né delle loro relazioni, che famo oggi? una gita al Circeo, un foraging a caccia di bacche nel bosco o un film sui giovani dannati delle scuole private e cattoliche, con famiglie assenti perché troppo presenti, con genitori che si riproducono come conigli ma lei ha pronta la rivendicazione di doverlo portare lei un altro figlio in grembo o forse quella di cercare un altro nome biblico da sfoggiare al battesimo, il coitus interruptus questo sconosciuto, o madri che seducono i compagni dei figli e padri che fanno uguale, senza malizia solo disperazione come la vita fosse una partitina a poker, una battuta di caccia propedeutica, un problema da risolvere con una donazione o un finanziamento per meriti artistici, mai un libro da tenere in tasca, un disco da suonare, i pugni chiusi, un film da vedere al cine?

Ma perché i mostri?

Sarà come predica il professor Golgota che la vita è una via crucis alla rovescia, che per essere uomini si deve fare un bagno nel Mare Nero per poi purificarsi – ma non eravamo per il Verbo dannati espulsi per cattiva condotta dal Paradiso e quindi già abitanti di una terra maledetta a caccia di destinazioni Promise land ultraterrene e impossibile riscatto? – anche quando il male diventa comicamente masochismo e quindi improvvida erezione ma se non si può scrivere nel tema che Hitler è un grande personaggio della Storia perché, motivazione, non era un democratico, per quale ragione tre abominevoli mostri devono essere presi a esempio per connotare un’epoca, un’educazione, una classe sociale quando la maggioranza in ogni tempo può essere colpevole di tutto e forse di più ma non ha mai nemmeno l’ambizione di porsi al di là del Bene e del Male? In tempi in cui si professa come argomento dialettico l’amore per l’umanità tutta escluso chi non si vaccina perché reo di non amare la stessa umanità tutta, senza almeno il buon gusto di costringere all’obbligo assumendosene la responsabilità di fronte alla storia minuscola delle miserie umane, si rimpiangono le vecchie divisioni di una volta che se a tredici anni sceglievi o ti lasciavi scegliere la scuola privata invece della pubblica il destino era certo: dalla prima al minimo uscivi come Ghira e al massimo come Albinati, dalla seconda se ti diceva bene e incontravi i professori giusti al minimo uscivi Albinati e al massimo uscivi me (senza niente da invidiare).

Tra le solite coppie improponibili (la Cervi infatti più realistica nel matrimonio all’italiana col regista), canzonetta allunga brodo in auto (tocca a Battisti con le braccia tese per ribadire la sempre presunta appartenenza), amplessi che durano il tempo di una zip, siffredici quanto improbabili sverginamenti in piedi contro un muro, dita nell’ombelico per replicare la pesca di Guadagnino, branchi di maschi che festeggiano compleanni, ridono come scemi, brindano e menano frustrate, padri con la carabina bolsi e unti (Scamarcio), madri seduttive con l’aplomb di una tinca e la pezzuola sulla fronte (la Trinca) o dimesse in vestaglia con la consueta raucedine (la Golino), professori tromboni d’essai che confondono cinema e teatro (Gifuni), padri omosessuali sofferenti e in fuga (Guidi), compagni di classe ritardati, complessati, bulli e bullizzati, preti che vanno ovvio a puttane, la scansione temporale tarantineggia fuori tempo mischiando mesi e ore senza nessun ordine se non quello di fare finta d’essere nuovo.

Il moralismo del tutti colpevoli

Alla fine quasi si parteggerebbe per Izzo, che peggio dell’assenza di ogni morale c’è il moralismo del tutti colpevoli che si autoaccusa per il ruttino assolutorio perché ci deve essere una causa per giustificare ogni effetto, in attesa di capire se Giuda fu colpevole o vittima, anche quello di fare della violenza uno show gratuito. L’errore marchiano è del marketing che intitola La scuola cattolica la cronaca di un delitto e implicitamente – mentre evita ogni casualità politica –  ne fa la ragione del Male quando il Male non ha altra causa che se stesso (così tutti i fuoriusciti dalle private possono rivendicare con orgoglio di casta dominante che loro non erano così mentre si continuano a macchiare di colpe ben più gravi, compresa quella di far finta o di non capire mai niente). La Porcaroli è una bella figliola, ma non si è mai totalmente innocenti e nemmeno si viaggia mai in totale sicurezza, e se la vita non è né luminosa né fragrante, il cinema italiano resta sempre una schifezza. Nascere è per tutti, maschi e femmine e via dicendo, una malattia incurabile.

“Mourir cela n’est rien / Mourir la belle affaire / Mais vieillir… oh vieillir”

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