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Allonsanfàn
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William S. Burroughs junky forever

When you stop growing start dying. An addicted never stop growing”. Così dice Faccia di pietra William S. Burroughs (1914-1997) nel Prologo di Junky, dove con l’atonia di uno che se ne fotte di tutto si libera subito delle scemenze alla David Copperfield (direbbe Holden C.). E al termine del Prologo al libretto – che è forse un memoir oppure, se preferite, un testo di gonzo journalism ante litteram, oppure un romanzo e basta, e comunque lo capiremo meglio leggendo – Burroughs esprime la seguente convinzione, il suo tema: “Junk is not, like alcohol or weed, a means to increase enjoyment of life. Junk is not a kick. It is a way of life”. Si parla infatti, in essenza, di morfina/eroina, dell’oppio e dei suoi derivati.

A way of life”. Nota (un poliedrico e indimenticato intellettuale del nostro passato prossimo) Giansiro Ferrata, in una storica prefazione a La macchina soffice (Sugar, 1965) la peculiarità dei primi lavori di Burroughs: “Le ragioni o le vie che hanno portato alla droga sono buia preistoria… il (suo) gran tema: l’Abitudine ossia le Forme di Necessità”.

Al termine di Junky, la speranza di una droga che dilati le percezioni, invece di restringerle entro limiti fissi – sempre Ferrata – è rivolta allo yage, “antico prodotto di un mondo arcaico e selvaggio”, che però verrà a deludere “il passaggio (marxiano) dalla necessità alla libertà”, il quale sarà gestibile solo con la disintossicazione (ma quando mai?).

Di certo, Faccia di pietra Burroughs post 1959 – l’anno in cui sembra si sia ripulito -, quello del tris formato da The Naked Lunch, The Soft Machine e Nova Express, svolge il compito che si è prefisso in maniera letterariamente innovativa, facendo uso di cut-up e fold-in e aprendo le ali, sul tema, fino a toccare la grande idiozia americana, soprattutto americana; il “risentimento storico” (Ferrata) dell’autore gli consentirà di imboccare le vie della fantascienza apocalittica, incendiata dalla (messa in atto o dalla finzione della) paranoia.

Junky si attesta formalmente un passo indietro, comunque da un’altra parte, è il primo step delle prossime variazioni: sembra a tratti appartenere all’estetica di un bizzarro docu verità, con tirate didascaliche – per esempio, le lezioni sui vari tipi di droga, a partire dall’erba (è peggio l’alcol!), sulle reazioni corporee al buco, o sul medico più adatto a firmare una prescrizione di oppiacei – cui si alternano brani da Reader’s Digest allucinato con dialoghi tipo B movie interpretati da hipster forse lettori di Dashiel Hammett… C’è tutto questo e di più dietro il vagare di locale in locale di Faccia di pietra.

L’introduzione di Oliver Harris alla riedizione di Adelphi di queste (sottotitolo) Confessioni di un tossicodipendente irredento (nuova traduzione di Andrew Tanzi) ricostruisce puntigliosamente la genesi del manoscritto per rendere evidente la volontà, cioè la poetica, di questo proto Burroughs, che si firma ambiguamente William Lee – Lee è pur sempre il cognome, riconoscibile, della madre.

Burroughs/Lee delimita volutamente il campo autobiografico della sua memoria/romanzo, celando per esempio il suo côté colto: niente facili (per lui) rimembranze di Coleridge e di Cocteau, qui tutt’al più si rende omaggio all’autobiografia di un autentico ladro, né il minimo accenno alla frequentazione di colleghi già famosi – il suo personaggio non conosce Kerouac e Ginsberg, suoi main sponsor del periodo e ben presto canonizzati con lui come Big Three del Beat; viene ridotto sullo sfondo pure il contesto famigliare, glissando per esempio sul goloso (per l’editore Ace, specializzato in paperback pulp) episodio della morte della moglie, Joan Vollmer Adams, uccisa per sbaglio in Messico nel 1949.

Burroughs & Kerouac

Comunque sia, Junky, per una serie motivate di circostanze editoriali, non recupera neanche oggi il titolo originale – doveva essere Junk – considerato fuorviante nel suo primario significato di “spazzatura”. In appendice, offre però il capitolo intellettuale dedicato a Wilhelm Reich, espunto dall’autore stesso, e interessanti prefazioni assortite di Carl Solomon e Allen Ginsberg (in consueto trip egoico; Junky è dedicato a lui!). Ma spetta al lettore frugarci dentro, la “spazzatura”, decidendo di frase in frase (non è un’esagerazione) la reazione: c’è chi trova il (per me) patibolare nichilista Burroughs savagely funny; chi lo considera, almeno in Junky, comprensibile – provate a leggere la trilogia magari in metro…; chi applaude un maestro di stile in nuce, il “vecchio serpente che dubita delle parole” (Laurie Anderson); chi scorge in lui, per trovargli discendenze dirette, il nonno di tanti pronipoti maledetti e fancazzisti, fino all’amabile Bukowski/Buster Keaton di Factotum e al Jim Carroll poeta rock di The Basketball Diaries.

Burroughs era di più e il suo tempismo irripetibile: possiamo solo immaginare, dopo questi anni di pseudo confessioni letterarie e di confidenze da pesca a strascico, il colpo sordo che all’inizio dei Sessanta poté fare Junky. Possiamo invece cercare di “storicizzare” l’episodio dell’ugly-looking gray cat malmenato dal protagonista in rota a pag. 173 – in fondo è Burroughs che alla fine si ritrova tutto graffiato e per di più sgridato dalla sua vecchia (sto scherzando con i dubbi e gli anatemi scatenati dalla “voglia di correttezza”, eh).

Credit: William Burroughs – photo: Peter Edel by zapdelight is licensed under CC BY-NC-ND 2.0. William Burroughs & Jack Kerouac by Larry He’s So Fine is licensed under CC BY-NC 2.0.

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