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Allonsanfàn
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Finché non arriva La bella estate

Una Torino antica, dai colori cupi e dall’architettura molto fascistasiamo nel 1938. Una sartina, Ginia, che viene dalla campagna e sbarca il lunario con il fratello studente e musone. Una ragazza, Amelia, che appare d’improvviso sul greto del fiume in un giorno di festa, e pare una dea, altissima e spigliata, e infatti di mestiere posa nuda per un milieu di pittori – alcuni anzianissimi e barbuti, altri più interessanti, dei bellimbusti da bohéme. Ginia si incuriosisce di Amelia, fino a farne – cioè la regista Laura Luchetti ne fa – la misura di una crescita personale e insieme di una contrastata educazione sentimentale. Ginia sogna da subito di posare spogliata per i pittori così da capire come può essere vista dall’occhio dell’altro, o dell’Altro, ma soprattutto per individuarsi cioè diventare un individuo (donna).

Amelia è Deva Cassel, figlia di Monica Bellucci e di Vincent, e per forza di fisico ruba la scena a Ginia (Yle Vianello), che però a poco a poco anche per via della trama gliela riprende: mentre “cresce” (fino ad assomigliare per grazia a Dominique Sanda in un film di Bertolucci), l’altra appassisce, e va in rovina, salvo poi risorgere alla fine essendo la storia meno convenzionale del previsto e avendo tra l’altro per centro un bacio lesbico.

Ma proprio la convenzione, il cliché, è l’alleato e il peggior nemico di Luchetti, che fa un compitino progressista con un linguaggio medio da sceneggiato in costume. Lo dilata appena con la lentezza necessaria a una costruzione per ellissi che sfocia in selezionate scene madri. Scene madri perché tutto qui è abbastanza femminile e i pittori da bohéme in fondo sono degli idioti presuntuosi che pensano solo al loro (metaforico) pennello. A voi riaprire Cesare Pavese e vedere come lo ha reinterpretato Luchetti, a cui lasciamo la parola.

La bella estate è un film sul corpo di una ragazza che cambia e si trasforma, spinto dal desiderio di esistere, di essere visto e amato. Ginia è una giovane donna che somiglia così tanto a una ragazza di oggi, in quel momento della vita in cui si diventa adulti, si trattiene il respiro e si mette in atto la libertà più grande, quella di scegliere come amare”. Le due sequenze di Ginia senza vesti, nella vasca da bagno e poi in provocatoria posa a beneficio di un ingrato artista, raccolgono i fotogrammi più belli e significativi del film.

Menzione a parte per la colonna sonora, composta da Francesco Cerasi, minimalista in recupero romantico e affidata all’Orchestra di Roma. Esce in digitale dal 24 agosto.

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